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Wednesday December 13th 2017

Agorà

Era una strada, una strada come tante. Doppio senso di marcia centrale e due laterali a senso unico. Auto parcheggiate a spina di pesce. Era una strada, ma la chiamavano piazza.
E venne un giorno in cui qualcuno pensò di far ordine perché c’era troppa confusione. Decise che occorreva smettere di far zingarate con le parole e prese uno zingarello che viveva nella baraccopoli lì accanto per farsi aiutare. E dato che l’obiettivo era molto sfidante ne prese più di uno e furono tanti, gli Zingarelli che contribuirono allo scopo comune.

Iniziarono dalla piazza. O le si cambiava nome e diventava Viale o si cambiava l’arredo urbano e diventava una piazza vera. Si decise per la seconda. Iniziava la grande trasformazione.
Tutto venne incartato per un lungo periodo e poi, in un giorno di fine autunno, gli ondulati vennero fatti cadere tutti insieme e…apparve!
Era una piazza vera, lunga, larga, con le panchine al lati, con una fontana al centro che non voleva farle torto ed era seminterrata e si vedevano da lontano soltanto gli spruzzi d’acqua salire verso i lampioni accesi sulle fronde degli alberi.
La strada era diventata una piazza e nessuno osava pensare che sarebbe diventata una agorà.
Fin quando arrivò il Natale. La piazza si riempì di suoni e luci. I negozianti uscirono all’aperto ed ognuno aveva una sua bancarella per stare in mezzo alla gente che arrivava da ogni parte, per stare insieme e chiacchierare in quel salotto accogliente. Il re era finalmente sceso dalla Acropoli e si era integrato nella polis. Un re in comune, un solo re per me.
La chiamarono Rinascita, quella piazza dei miracoli.
E in quel Natale ne successero di tutti i tipi. La gente ancora racconta tutte le cose strane che vide e divennero leggenda.
C’ era un sole che profumava di vino, una stella di Natale che non voleva diventare rossa e una aiuola che la aspettava per renderla scarlatta.
C’era anche molto altro.
Un palcoscenico con una fata che non pranzava ma cenava, un mago che chiedeva al pubblico un solo sostantivo ed inventava favole per i bambini.
C’era anche la luna che univa le mani degli innamorati, in quell’isola sacra.
Ma, prima di ogni altro “c’era una volta”, c’erano occhi che brillavano, gli stessi che in altri tempi facevano abbassare lo sguardo perché in un solo istante divampava la timidezza.
Occhi che trasmettevano l’energia da sempre cercata per essere migliori, per fare di più, per completare le aspettative arenate di fronte ad anni di NO e di silenzi. Riscatto di anni, a cominciare dall’infanzia di ognuno.
C’era un movimento di corpi che danzavano nel preludio dell’amore in un crescendo che avrebbe fatto arrossire anche Rossini. Ma nessuno arrossiva perché tutto diventava normale e naturale, non sostituibile, non comparabile.
Era nuovo e vecchio, differenza ed uguaglianza, desiderio della mente prima che del corpo. Era uno sfiorarsi a vicenda come accarezzare se stessi, perdita di coscienza nella più grande consapevolezza.
Era rispetto ed attesa, riflessione e gioco, sorriso e mestizia, risata e pianto.
Sono pulsazioni che si sentono ancora, in chi le racconta, là dove il corpo sembrava addormentato.
Ed è sorpresa l’essere capace di scriverle, stupore il volerlo comunicare.
E’ accettazione della bellezza che sarà, comunque sarà, la storia futura dell’agorà.

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