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Tuesday January 23rd 2018

MASADA n° 324. 22-6-2006. La riforma e la Chiesa

Don Aldo:
Le cose preziose vanno trattate con cura,altrimenti si rompono in modo irreparabile.
La nostra Costituzione e’ un oggetto prezioso. Perche’ fissa le liberta’, i diritti e le garanzie sulle quali si fonda il paese.
Cambiare la Costituzione si puo’. Anzi, in alcune parti, e’ persino necessario. La si deve cambiare per garantire maggiori diritti e liberta’ ai cittadini e alle amministrazioni locali (Comuni, Province, Regioni), a partire da un federalismo efficace.
Quello che non si puo’ fare e’ “rompere” la Costituzione. Insomma farla a pezzi, perche’ i guasti successivi cadrebbero interamente sulle spalle degli italiani.
Il 25 e 26 giugno si terra’ il referendum sulla riforma della Costituzione voluta dalla destra.
Questa riforma riscrive ben 53 articoli della nostra Costituzione repubblicana: in pratica,la demolisce.
La possiamo bocciare votando NO.
Votiamo NO perche’: non accettiamo un Paese diviso, lacerato, paralizzato,discriminato ancor piu’ tra Nord e Sud.
Vogliamo un’Italia unita, dove i diritti siano uguali per tutti i cittadini, dove la solidarieta’ sia un valore fondamentale.
Votiamo NO perche’: non vogliamo che il Presidente del Consiglio abbia poteri “assoluti”, che possa sciogliere la Camera dei Deputati a suo arbitrio.
Vogliamo che il Parlamento eletto dal popolo abbia i poteri per tutelare i diritti e le liberta’ dei cittadini, che il Presidente della Repubblica sia un garante, rispettato ed autorevole, che la Corte Costituzionale sia autonoma.
Votiamo NO perche’: non accettiamo di mandare in soffitta i valori fondamentali e i diritti scritti nella nostra Costituzione nata dalla lotta di Liberazione. Vogliamo dare significato pieno a quei valori, allargare lo stato sociale, arricchire la convivenza civile, rafforzare
le istituzioni, l’unita’ del nostro Paese e la nostra democrazia.
Votiamo NO perche’: la riforma della destra ha un costo finanziario altissimo che pagheremo noi cittadini; non e’ ne’ moderna ne’ lungimirante.
Noi invece vogliamo guardare al futuro.
Il 25 e 26 giugno votiamo NO

Lo scempio della Costituzione-Luigi Ferrajoli (Uno dei maggiori giuristi italiani)

Mancano pochi giorni al referendum sullo scempio della Costituzione
repubblicana e il centrosinistra sembra non aver ancora iniziato la campagna
elettorale per il “no”. Frattanto la televisione – quella pubblica, e non
solo quella di Berlusconi – illustra i contenuti del referendum spiegando
che si andra’ a votare semplicemente sulla diminuzione del numero dei
parlamentari e su una piu’ razionale e per tutti vantaggiosa
differenziazione di competenze tra camera e senato e tra stato e regioni.

Torniamo allora a raccontare l’incubo che ossessiona e tormenta quanti
conoscono – un’infima minoranza dell’elettorato – cio’ su cui andremo a
votare: la possibilita’, niente affatto inverosimile visti i sondaggi e la
totale disinformazione, che prevalgano i “si'” a questa manomissione della
nostra democrazia.

Avremmo, se vincessero i “si'”, 20 sistemi sanitari, 20 sistemi scolastici e
20 sistemi di polizia diversi, con i relativi apparati burocratici e,
soprattutto, con la lesione dell’uguaglianza dei cittadini nei diritti alla
salute, all’istruzione e alla sicurezza, in danno di quanti abitano nelle
regioni piu’ povere.

Avremmo un’ulteriore personalizzazione e verticalizzazione del sistema
politico all’insegna di una sua degenerazione antiparlamentare e
antirappresentativa. Tutti i poteri politici sarebbero di fatto concentrati
nella figura autocratica di un “primo ministro” reso di fatto inamovibile e
irresponsabile.

Ne risulterebbe infatti capovolto il rapporto di fiducia tra
parlamento e governo: non sarebbe piu’ il governo che dovrebbe avere la
fiducia del parlamento, bensi’ il parlamento che dovrebbe avere la fiducia
del primo ministro, il quale potrebbe sempre sciogliere la camera sotto la
sua “esclusiva responsabilita’”.

Sarebbe d’altro canto praticamente impossibile la sfiducia, dato che essa
comporterebbe, oltre alle dimissioni del primo ministro, lo scioglimento
della camera e nuove elezioni; a meno che essa non fosse accompagnata dalla
designazione di un nuovo primo ministro, che pero’ dovrebbe essere votata
dagli stessi “deputati appartenenti alla maggioranza espressa dalle elezioni
in numero non inferiore alla maggioranza dei componenti della camera”.

Sarebbero percio’ impossibili le crisi di governo parlamentari. Solo la
maggioranza, quasi all’unanimita’, potrebbe sfiduciare il primo ministro.
Maggioranza e minoranza verrebbero blindate, in un parlamento ridotto a una
specie di societa’ per azioni controllata, con un decimo o anche meno dei
deputati, dal capo della coalizione vincente.

Sarebbe cosi’ alterato lo statuto del parlamentare, vincolato al primo ministro da un mandato imperativo dall’alto, in contrasto con il principio basilare della
democrazia politica, stabilito dall’art. 67 della Costituzione, che “ogni
membro del parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni
senza vincolo di mandato”.

La separazione tra potere esecutivo e potere legislativo sarebbe d’altro
canto dissolta anche sul piano funzionale dal sabotaggio, oltre che dei
poteri di controllo, anche delle classiche funzioni legislative del
parlamento.

Avremmo infatti ben quattro tipi di fonti che darebbero luogo ad
altrettanti conflitti: 1) leggi di competenza della camera su ben 22
materie, con parere non vincolante del senato; 2) leggi di competenza del
senato con parere non vincolante della camera in tema di sanita’,
organizzazione della scuola, programmi scolastici, polizia amministrativa e
in ogni altra materia non di competenza della camera; 3) leggi di competenza
congiunta di entrambe le camere su un’altra serie interminabile di materie;
4) leggi di competenza del senato cui il governo, su autorizzazione del
presidente della Repubblica chiamato a “verificar(n)e i presupposti
costituzionali”, potrebbe proporre modifiche “essenziali per l’attuazione
del suo programma” che, se non approvate, sarebbero decise dalla camera a
maggioranza assoluta.

E’ facile immaginare il caos istituzionale che proverrebbe da questo
labirinto di competenze e dagli infiniti contenziosi generati
dall’inevitabile incertezza dei confini tra le innumerevoli materie
distribuite tra queste quattro fonti. Si sono addirittura previsti due nuovi
organi – una commissione paritetica di 60 membri e un comitato di 8 membri
designato dai due presidenti – per risolvere l’uno il disaccordo tra camera
e senato sulle leggi bicamerali e l’altro i conflitti di competenza tra le
quattro fonti. A questi conflitti si aggiungerebbero d’altro canto i
conflitti tra conflitti: tra quelli intra-parlamentari affidati al comitato
degli 8 e quelli sulle stesse materie tra stato e regioni, rimasti di
competenza della corte costituzionale.

Ne risulterebbe – tra un parlamento articolato di fatto in quattro camere
(camera, senato, commissione dei 60 e comitato degli 8) e le 20 regioni –
una conflittualita’ intraistituzionale permanente; la possibilita’ di
ostruzionismi illimitati; la paralisi della funzione legislativa del
parlamento in favore della decretazione governativa d’urgenza; una valanga
di questioni procedurali sui due presidenti (e sul loro comitato) e sulla
corte costituzionale; lo squilibrio in senso autoritario dell’intero assetto
istituzionale; il crollo della certezza del diritto, il declino della legge
e l’indebolimento della funzione garantista della giurisdizione, la cui
“soggezione alla legge” risulterebbe sostituita dalla soggezione ai decreti
legge del governo. Una frana, insomma, dell’intero edificio dello stato di
diritto e della democrazia rappresentativa.

Siamo quindi di fronte non gia’ a una semplice “revisione” della
Costituzione, ma a una Costituzione nuova, che modifica simultaneamente la
forma di stato, da nazionale a federale, e la forma di governo, da
parlamentare a monocratica, e decostituzionalizza di fatto la Repubblica.

E’ infatti l’intera Costituzione, e non solo la sua seconda parte, che ne
risulta stravolta: per la disuguaglianza nei diritti sociali provocata dalla
cosiddetta devolution; per il nesso funzionale che lega la seconda parte
della Carta alla prima; perche’ infine la crisi della legge, che e’ la fonte
primaria di attuazione della Costituzione, non potrebbe non risolversi in un
indebolimento di tutti i diritti fondamentali da questa stabiliti.

Di qui la radicale illegittimita’ di tutta questa operazione. Il potere di
revisione non e’ infatti un potere costituente, ma un potere costituito, che
in quanto tale puo’ produrre singoli emendamenti e non una costituzione del
tutto diversa, se non in violazione della sovranita’ popolare sancita dal
primo articolo della Carta del ’48.

Due cose almeno dovrebbero allora essere chiare anche ai
nostri rappresentanti: che un’eventuale vittoria del “si'” ben difficilmente
indurrebbe la destra a rimettere in questione la sua riforma; e che la
vittoria del “no” e’ essenziale anche per quanti hanno a cuore, se non il
futuro della democrazia, la sopravvivenza dell’attuale governo, che
dall’entrata in vigore della costituzione di Berlusconi, Fini, Bossi e
Calderoli risulterebbe pesantemente delegittimato.

da “Il manifesto” (17-6-06)
..
AL REFERENDUM SULLA COSTITUZIONE,
VOTARE “NO” E’ UN DOVERE MORALE

di Mons.Enrico Chiavacci

In Italia siamo chiamati ad accogliere o respingere in blocco importanti modifiche alla Costituzione della Repubblica. E’ una scelta grave, che richiede conoscenza della Costituzione e delle molte modifiche da valutare. Purtroppo la grande maggioranza degli italiani non conosce la Costituzione, e non sa neppure che cosa sia una Costituzione: e questo vale anche per buon numero dei parlamentari.
Una Costituzione e’ l’atto con cui uno Stato si costituisce autonomamente di fronte alla comunita’ internazionale, ed e’ la Carta fondamentale che definisce l’identita’ di un popolo. Con la Costituzione vengono stabiliti:
– le finalita’ essenziali e irrinunciabili della convivenza (della Repubblica Italiana);
– gli strumenti per perseguire tali finalita’, e cioe’ i cosi’ detti ‘poteri dello Stato’.
Le modifiche oggi sottoposte al referendum riguardano la seconda parte: i poteri dello Stato, che sono sostanzialmente tre.
Il potere legislativo: fare leggi che attuino al meglio le finalita’ costituzionali. Esse potranno variare al variare delle diverse situazioni storiche in cui la Costituzione deve essere attuata: la Costituzione e’ la legge per il legislatore, a cui impone direzioni e limiti. Il legislatore e’ solo il parlamento.
Il potere esecutivo: fare osservare le leggi, stabilirne i regolamenti attuativi e costituire le strutture punitive per i violatori, governare la finanza pubblica con le finalita’ e i limiti stabiliti dalle leggi. Tale potere spetta al governo.
Il potere giudiziario: giudicare se le leggi siano state violate, e punire i trasgressori nei modi stabiliti dalla legge.
Vi e’ poi, in ogni Stato democratico moderno, una Corte suprema – da noi la Corte Costituzionale – che deve giudicare inappellabilmente il rispetto delle direttive e dei limiti imposti dalla Costituzione ai singoli poteri, ed eventualmente dirimerne le controversie. Nei Paesi, come l’Italia, in cui alcuni poteri siano esercitati dalle regioni, dovra’ dirimere le controversie fra poteri locali e poteri dello Stato.
Una netta separazione fra i tre poteri e’ oggi la migliore garanzia perche’ l’uomo e il cittadino vedano rispettati i propri diritti stabiliti dalla Costituzione o da organizzazioni internazionali a cui un Paese abbia aderito (tale limitazione della sovranita’ e’ prevista dalla Costituzione italiana). La garanzia consiste in questo: nessun potere puo’ essere esercitato senza il consenso o il controllo di un altro potere: in tal modo nessun uomo o gruppo politico puo’ assumere tutto il potere. Per evitare situazioni di paralisi reciproca fra i tre poteri, come era successo fra le due guerre in alcuni Paesi europei, la Costituzione italiana prevede la figura del Presidente della Repubblica (il Capo dello Stato) come custode della Costituzione stessa e dell’unita’ dell’Italia, dandogli specifici poteri di intervento. E su questo preciso punto il referendum ha particolare e gravissima importanza.
Sul potere legislativo il Presidente puo’ rifiutare la firma di una legge approvata dal Parlamento, per motivi di incostituzionalita’, e rinviarla alle Camere con messaggio motivato. Se la legge venisse rivotata senza le modifiche richieste, la legge e’ in vigore. Ma il Presidente ha un altro potere: il potere di sciogliere le Camere, un potere che spetta a lui solo. Cio’ puo’ avvenire se sia impossibile formare un governo che goda della fiducia del Parlamento, o anche quando venga confermata una legge palesemente anticostituzionale. Il Presidente non ha un suo potere legislativo, ma ha il potere di rimettere al giudizio del popolo gravi situazioni conflittuali.
Sul potere esecutivo il Presidente ha il potere di incaricare un nuovo presidente del Consiglio e di nominare (o rifiutare) i ministri da lui proposti. Il governo cosi’ costituito dovra’ poi avere la fiducia del Parlamento: anche in questo caso non vi e’ potere esecutivo diretto, ma la scelta viene sottoposta al giudizio delle Camere.
Sul potere giudiziario il Presidente presiede il Consiglio superiore della magistratura: non puo’ deciderne le deliberazioni, ma puo’ autorevolmente consigliare e indirizzare.
Il Presidente e’ inoltre il capo delle forze armate e presiede il Consiglio superiore di difesa. Ha il potere di nomina di alcuni membri della Corte costituzionale e di alcuni senatori a vita.

Riforma come un cavallo di Troia
Le modifiche sottoposte a referendum sono spesso indicate come modifiche al sistema regionale: questo e’ vero. Ma e’ anche vero che in modo meno reclamizzato la riforma modifica radicalmente alcuni cardini essenziali della Costituzione riguardanti i poteri dello Stato e le garanzie dei cittadini. Vediamone alcuni elementi fondamentali.
– Il Presidente della Repubblica non nomina i ministri: li nomina il presidente del Consiglio, che ora dovrebbe cambiare nome in ‘Primo Ministro’. Modifica indicatrice di un profondo cambiamento. Salvo casi eccezionali, il Presidente della Repubblica non ha piu’ il potere di sciogliere le Camere: anche questo passa al Primo Ministro.
– Il Primo Ministro, in base alle recenti leggi elettorali, e’ automaticamente quello indicato dai collegamenti delle liste elettorali. A lui spetta ora il potere di sciogliere le camere, di nominare e di cambiare i ministri.
Con questi due soli cambiamenti cade la severa separazione dei poteri legislativo ed esecutivo. Infatti il governo e’ completamente dominato dal Primo Ministro, che impone i ministri e li puo’ cacciare quando non siano d’accordo con lui. Ma il Primo Ministro, con la legge elettorale vigente, e’ collegato automaticamente alla maggioranza del potere legislativo. Saranno cosi’ ben rari i casi di sfiducia al governo da parte del Parlamento, e inoltre vi e’ la clausola della ‘sfiducia costruttiva’, che prevede la costituzione di un nuovo governo all’interno della stessa maggioranza che ha sfiduciato il precedente. In casi estremi irrimediabili, il Primo Ministro puo’ sciogliere le camere di sua insindacabile iniziativa. Legislativo ed esecutivo sono entrambi – salvo casi veramente eccezionali – nelle mani del Primo Ministro.
Ne’ miglior sorte tocca al potere giudiziario, anche se per via indiretta. Infatti:
– la rigida separazione fra procuratori e giudici, con promozioni per concorso, potrebbe aprire la porta in modo indolore a controlli da parte dell’esecutivo. Si sa come vanno in Italia i concorsi. Il timore di apparire non graditi all’esecutivo induce spesso una ‘autocensura’ nell’animo dei magistrati aspiranti. Con la riforma prospettata dell’ordina-mento giudiziario, l’intromisione diretta o velata da parte degli altri poteri e’ certo da attendersi;
-Nell’ordinamento costituzionale ora vigente, solo 5 membri su 15 sono eletti dal Parlamento (cioe’ dalla maggioranza al potere). Con la riforma proposta sarebbero 7 su 15: sarebbe sufficiente un solo voto fra gli altri 8 per deliberare. Il rischio di controllo del potere legislativo e’ grande, proprio la’ dove deve esser controllata la costituzionalita’ di un atto del potere legislativo stesso.
Il referendum viene presentato come attuazione della devolution, ma al suo interno, come in un cavallo di Troia, viene introdotto un vero sconvolgimento dei principii stessi della nostra Costituzione.

La Chiesa non puo’ tirarsi fuori
Quanto alla devolution, accenniamo appena a tre punti che ci sembra sconvolgano l’intero sistema.
1 – Col Senato federale scompare il sistema bicamerale, salvo casi particolari di conflitto fra Camera e Senato federale, di soluzione complessa (e confusa), e con l’ultima parola riservata al Primo Ministro, e cioe’ al capo dell’esecu-tivo. L’attuale doppia lettura e votazione di una stessa legge e’ strumento importante di democrazia per due motivi. I tempi di passaggio fra le due assemblee consentono un dibattito pubblico (giornali, tv e altro) importante: spesso le correzioni fatte nella seconda lettura hanno consentito in passato miglioramenti notevoli. Ma e’ anche importante la differenza di eta’ degli elettori: gli elettori della Camera – 18 anni – hanno cose nuove da dire, ma votano piu’ per giovanile impulso che per riflessione sul bene del Paese, mentre gli elettori del Senato – 25 anni – sono gia’ meno aperti alle novita’, ma hanno anche maggiore maturita’; e ad essi si aggiungono i senatori a vita scelti per lunga esperienza e per prestigio internazionale nei vari campi del sapere e del-l’impegno sociale. La fine del sistema bicamerale e’ la fine di questa possibilita’ dialettica di vita democratica.
2 – Le regioni hanno potesta’ legislativa esclusiva su assistenza e organizzazione sanitaria e su organizzazione e programmi scolastici: sanita’ e scuola sono due diritti essenziali per ogni cittadino (e per ogni essere umano qui residente) che devono essere garantiti e regolati per tutti nello stesso modo e nella stessa misura. Cade il principio degli ‘inderogabili doveri di solidarieta’’ di ciascun cittadino verso tutti: tali doveri sarebbero attuati in maniera diversa da regione a regione.
3 – La potesta’ legislativa di Stato e regioni deve oggi rispettare la Costituzione, ma anche gli obblighi internazionali: quest’ultimo vincolo sparisce dalla nuova proposta. Vi sono qui nascoste due cose. La prima cosa e’ lo spirito antieuropeo e xenofobo e la velata chiusura all’altro: fra tali obblighi vi e’ la percentuale del Pil per i Paesi poverissimi e l’impegno contro l’inquinamento (Kyoto). La seconda cosa e’ che fra gli obblighi internazionali vi e’ anche il trattato e il concordato con la Santa Sede, che in base a questa modifica dell’art. 117 potrebbero essere violati anche da singole regioni. E questa insana modifica potrebbe avere ben piu’ gravi conseguenze.
E’ certo che la Costituzione va rivista, soprattutto per snellire varie procedure e dare piu’ spazio al sistema regionale. Ma i fondamenti della convivenza e i principi ispiratori non possono essere toccati. L’unita’ del Paese non puo’ essere frantumata in una federazione di Regioni con ampia autonomia anche rispetto alle esigenze del bene comune: e vi e’ chi auspica, anche esplicitamente, una specie di secessione. Le supreme garanzie di liberta’ e di solidarieta’ per tutti i cittadini e i residenti, assicurate dalla separazione dei poteri e dalla funzione attiva del Presidente della Repubblica, non possono essere in alcun modo toccate. Si ricordi che negli Usa – uno Stato federale – molti singoli stati federati hanno e applicano la pena di morte mentre altri la rifiutano.
Si noti infine che questo referendum deve esser votato in blocco: non si puo’ votare solo perche’ ci piace un punto o una parte. E’ strettamente doveroso considerarlo nel suo insieme: approvare le modifiche proposte vuol dire approvarle tutte.
Ed e’ seria opinione di chi scrive questi brevi cenni che la Chiesa italiana non possa dichiararsi ‘neutrale’ di fronte allo scardinamento sistematico di una Costituzione che tutela gli inalienabili diritti di liberta’ e gli inderogabili doveri di solidarieta’ di ciascuno verso tutti. Queste nostre righe potranno aiutare, si spera, a comprendere meglio quale sia la posta in gioco, ben al di sopra di divisioni fra partiti o gruppi o maggioranze e minoranze varie.
E’ anche seria opinione di chi scrive che votare contro le modifiche costituzionali sul tappeto sia un grave dovere morale per ogni uomo di buona volonta’: ricordiamo che Mussolini e Hitler andarono al potere per vie costituzionali simili a quelle ora proposte, senza alcuna rivoluzione, e in breve tempo assunsero nella propria persona tutti i poteri. Ne’ vacanze o gite o incomodi vari possono passare avanti a questo dovere. E’ in gioco l’unita’ e la democrazia del nostro Paese, il futuro di noi tutti.

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