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Iraq: parole chiare

IRAQ: PAROLE CHIARE
a cura di Paolo De Gregorio – 14 giugno 2006

Con un po’ di vergogna e un certo imbarazzo, mi accingo a divulgare le valutazioni del Generale Usa William Odom, falco delle guerre spaziali reaganiane, pubblicate sulla rivista “Foreign policy magazine”:

“””Via dall’Iraq subito. Se ce ne andiamo ci sarà la guerra civile? C’è già e non riusciamo a fermarla. Il ritiro incoraggerà il terrorismo? Vero. Ma la nostra presenza ha fatto alleare i baathisti borghesi con gli estremisti di Al Qaeda: se ce ne andiamo, i vecchi fedeli di Saddam si rivolteranno contro i fondamentalisti e li cacceranno. Non dobbiamo partire prima che le nuove forze irachene siano pronte? Il problema non è la preparazione delle truppe irachene, ma la loro lealtà, a chi obbediscono? Gli schieramenti politici cambiano velocemente e non si stabilizzeranno né con le elezioni, né con il colonialismo americano.
La ritirata danneggerà la credibilità mondiale degli Stati Uniti? No, è il contrario: è stata la guerra a far crollare la fiducia negli Usa. Ammettere l’errore e partire ribalterà la situazione.
Dobbiamo riconoscere due cose o rimarremo pericolosamente confusi.
Primo: invadere l’Iraq non è stato fatto nell’interesse degli Usa, ma nell’interesse dell’Iran e di Al Qaeda. Teheran si è vendicata di Saddam e per Al Qaeda è diventato molto più facile assassinare degli americani.
Secondo: la guerra ci ha paralizzato democraticamente, distruggendo tutte le nostre alleanze. Ecco perché dobbiamo ritirarci subito””””

La vergogna riguarda il fatto che quelle dichiarazioni, giuste ai miei occhi e quasi ovvie, vengono pronunciate da un “falco” americano e non da un esponente della “sinistra” italiana di governo a giusto sostegno della nostra strategia di ritiro dall’Iraq.
E’ veramente frustrante assistere alle contorsioni dialettiche esibite, a commento di questo ritiro, da parte di esponenti dell’attuale governo, dove il desiderio di non scontentare il “grande fratello Usa” e l’appecoronamento della politica estera italiana alle esigenze americane producono il risultato di dichiarazioni ipocrite, equilibriste, assolutamente incomprensibili e lontane dalla verità dei fatti.
Per di più ascoltiamo i perentori inviti a non fare “antiamericanismo” da parte di esponenti socialisti e radicali della “rosa nel pugno”, insoddisfatti del fatto che il ritiro dall’Iraq avverrà addirittura due mesi prima di quello previsto dal Berlusca.
Vedere le proprie valutazioni coincidere con quelle di un generale Usa, e sentire dalla nostra sinistra di governo un balbettio diplomatico, è veramente pesante da digerire e soprattutto non ci porta nella direzione di rivedere la nostra politica estera che ha bisogno soprattutto di autonomia dagli Usa, più Europa, politica lungimirante di amicizia con i popoli arabi ed islamici e anche dignità e schiena dritta.
La attuale subordinazione è una palla al piede, ci espone al risentimento di tutti i popoli dell’area mediorientale, verso cui dovremmo avere una politica di buon vicinato, visto che dipendiamo dal loro petrolio, e poterlo pagare in Euro al di fuori dei diktat Usa ci converrebbe molto.
Tutto ciò non è etichettabile come “antiamericanismo”, ma sarebbe la fine di una poco dignitosa sudditanza che dura ormai da troppo tempo e ci costa troppo in termini di peso politico e di un futuro di pace e di sviluppo.
Un nucleo forte di paesi europei: Francia, Germania, Spagna, Italia, senza la “longa manus” Usa (l’Inghilterra), aperto alla Russia da integrare nell’Euro, rappresenterebbe 500 milioni di persone, ed è di gran lunga il più grande blocco economico, di risorse, di industrie, di manodopera e di persone istruite del mondo.
Messe insieme la economia europea e quella russa superano quella statunitense.
Non fare questa scelta strategica significa rinunciare ad una identità Europea, restare un nano politico ed economico, significa rinunciare ad un futuro autonomo e di PACE, e annulla la prospettiva di un mondo multipolare capace di fronteggiare le pretese egemoniche di chiunque.
Paolo De Gregorio

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