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Tuesday January 23rd 2018

Come fu che Jack lo Scaccolatore, killer della mafia, finì ucciso da un bollente

Come fu che Jack lo Scaccolatore, killer della mafia, finì ucciso da un bollente gioco di parole.

Lo chiamavano Jack lo Scaccolatore: aveva l’abitudine di scaccolare le sue vittime, una volta uccise. Il ricavato lo aggiungeva alla pallottolina che portava al collo, in una piccola sfera di cristallo: era un esplicito biblietto da visita.
Suo vero nome era Giliberto Cannamozza, nato a Barcellona Pozzo di Gotto, località Femminamorta.
Da anni era un pericolosissimo killer della mafia, eppure non aveva mai frequentato politici, salvo Lima.
Come tutti i killer della mafia era un vero masculo siciliano, sempre arrapato e col grilletto facile. Lo ai vedeva spesso agli spettacoli dei pubi siciliani.
Narrata ormai dai cantastorie la volta che sbarcò a Palermo – quando Palermo era Palermo – Ursula Andress dopo il film ‘La dolce vita’. Vederla e cadere in trance fu tutt’uno: ebbe un violento episodio di polluzione notturna in pieno giorno. Volendo rendere omaggio alla diva da IX grado Richter, le inviò i suoi calzoni macchiati, con data, ora e firma. Due croci, perchè era analfabeta.
Girava sempre armato, con la sua fedele Smith&Wesson 460V: la portava piccicata sottascella e si mormorava non la mollasse mai. Nemmeno durante gli incontri galanti. I maligni – non mancano mai, persino a Palermo quando era Palermo – biascicavano che fosse l’unica pistola funzionante.
Fiutava il pericolo lontano un miglio, come i cani sentono le donne quando hanno le loro cose: entrano in agitazione, come nemmeno i cobas dei ferrovieri (lui questa similitudine non poteva coglierla: quando Palermo era Palermo, la parola ‘sciopero’ era sparita dai dizionari, sciolta nell’acido muriatico. Quel giorno – era di maggio, fiorivano le rose e le donne gli facevano vibrare la S&W sottascella – avvertì che l’aria era carica di … di …. non saprebbe dir cosa, ma carica. Non di polline, perchè le allergie ancora non erano trendy.
Stava ancora cercando di individuare l’origine del sua stato di agitazione – S&W a parte – quando li vide (vederci ci vedeva bene: colpiva un fico d’India a 100 passi e lo sbucciava con tre soli colpi. Al quarto, lo faceva secco). Erano tre, picciotti del boss Gaetano Scavalafossa detto ‘Sotramorc’. Sapeva che gli voleva fare la festa da tempo, dopo che lui gli aveva sterminato tutta la cucciolata di porcellini d’India. Tano li amava, i suoi suninì gengia e a volte li mangiava senza nemmeno sbucciarli, a differenza dei fichi.
I tre avanzavano quatti quatti, perchè conoscevano la sua rapidità nel tiro: riusciva a sniffare mezzetto di cocaina in cinque secondi. Proprio per questo Jack lo Scaccolatore non li temeva: chi fa da sè fa per tre e lui avrebbe adottato la tattica degli Arazzi e Coicazzi. Li sterminerebbe uno alla volta.
Quando fu a cinquanta passi (li contò due volte, perchè era un perfezionista), rapido come un rapido infilò la mano nella fondina.
Era uno abituato al dolore fisico ma non riuscì a trattenere un urlo beluino, che fece accapponare i peli delle orecchie ai suoi tre avversari. Nella fondina, le sue dita incontrarono la minestra che ci aveva messo la moglie. “Bottana! lo sa che non mi piace bollente!”.
La piccola sfera di cristallo contenente il biglietto da visita fu fatta recapitare alla vedova, con un biglietto: “Nella minestra ci mettesse meno cipolle. C’ha fatto piangere per la morte di quel fetuso di suo marito”.

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