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Wednesday November 22nd 2017

L’uovo di Clotilde

Il gallo. Di nuovo. Apro gli occhi di soprassalto e dal brusco risveglio ripesco pensieri sconnessi. Omicidi. Fuori albeggia. Il gallo. Puntuale. Osservo in penombra la stanza. Disordine. Cerco qualcosa cui aggrapparmi affinché l’aspra sveglia venga confortata almeno da pensieri piacevoli. Rovisto nella memoria. Richiudo gli occhi, quindi, per meglio vedere nei cassetti del passato. Sono riposti con cura i miei ricordi, ed è facile trovarli. Ecco il viso sereno di zia Filomena, che desta i nostri sonni fanciulleschi con un «buongiorno» sdentato, accompagnato – al sorgere del sole – con il frutto prezioso di Clotilde, una delle sue galline. L’uovo di Clotilde compariva così nelle nostre giovani vite ancor prima … del secondo chicchirichì del gallo.

Confusione. Volano piume nella stanza, nella mia stanza, e si confondono con quelle di Clotilde. I ricordi – ora scompostamente – vagano e si perdono nella mia mente. Fatico non poco per rimetterli al loro giusto posto. Puzzle variopinto e sconclusionato. Vediamolo … Clotilde e le piume colorate … Il gallo … la mia camera da letto. La zia Filomena … il paese dove sono nato. Il pollaio … Roma. Il mio quartiere. Il pallottoliere con le palle colorate … l’odio per la matematica … i miei sei anni … lo sapevo che sbagliavo cassetto … Nel terzo ho riposto le piume … tante … ma non trovo più le pallottole. E il fucile.

Nessuno mi aveva chiesto, mai, neanche in passato, cosa pensassi delle galline. Le ho sempre odiate. Mangiavo quell’uovo al mattino solo per rispetto della zia, che ce lo serviva con tanta convinzione: «che ne sanno i miei piccoli nipoti, abituati a vivere in una grande città, delle proprietà nutritive dell’uovo fresco …» ci sbeffeggiava. Alcune volte così ho vomitato – di nascosto – dopo averlo bevuto. Crudo faceva proprio schifo. E’ un segreto questo. Non l’ho mai confessato a nessuno, tantomeno alla zia. Quella Clotilde lì poi … non accettava mai uno scherzo. Neanche le altre tre galline, a dire il vero, cui la zia aveva dato un nome e appiccicato addosso una storia. Clementina la rossa, Berenice e Petronilla, l’ultima venuta …

Odore intenso e sgradevole. I pantaloni buttati scompostamente sulla sedia. Due paia di scarpe contornano il letto, in compagnia di una vecchia ciabatta verde. E un calzino nero. Apro la finestra. Dalla mia branda voglio osservare fuori. Non le vedo, ma sento i loro versi. Fastidiosi.

Chiudo di nuovo gli occhi.

Una volta Berenice mi ha beccato ad una gamba. Indossavo un paio di pantaloncini corti e sandali neri. Ricordo ancora le risa della zia alla vista della gallina che mi correva dietro sbattendo le ali. Piangevo di rabbia e di dolore. Forse più di rabbia. E la zia rideva, rideva … Ho odiato anche la zia allora.

I miei cugini cacciatori mi avevano fatto innamorare delle armi. Del fucile, in particolare. I trofei funebri nelle loro case mi davano il voltastomaco quasi quanto l’uovo. Occhi di uccelli morti. Imbalsamati … Quasi tutte specie rare fra l’altro, di quelli: «vietata la caccia specie protetta». Sentivo il loro sguardo triste fisso su di me … Sembrava volessero punirmi solo per il fatto che pareva non provassi pietà. Non era vero, ma se avessi fatto capire il contrario loro non mi avrebbero insegnato ad usare il fucile. Ho fatto la mia scelta. Facile. Comoda. Non li avevo mica ammazzati io d’altronde.

Coccodè. Sono vicine, troppo, per essere proiezioni del passato. Troppo vere per uscire da un cassetto, seppure spazioso come può esserlo quello dei ricordi.

Ho riaperto gli occhi. Ennesimo tentativo di riposo andato a vuoto. Mi alzo. A piedi nudi mi dirigo verso la finestra. Mi sporgo. Ora le vedo. Le conto: uno, due, tre … arrivo sino a quattordici. La mia stanza confina con un terreno. Un pollaio con quattordici galline in quel terreno. Proprio sotto la finestra della mia stanza da letto.

Il buon odore di terra non riesce a mistificare, con il caldo, altri – meno romantici – profumi.
Antichi odi riaffiorano prepotentemente e si affacciano, insieme a me, da quel davanzale, prima timidi, poi sempre più speranzosi.

Come è lontano il mio paese ora.

Il ghigno cattivo che appare sul mio volto fa svanire definitivamente il sorriso ebete che aveva sorretto fino ad allora le rimembranze del passato.

La zia Filomena mi rimproverava sempre quando, con il fucile a piombini, provavo a sparare per terra, nel mezzo del pollaio. Era divertente vedere le galline – spaventate – che correvano qua e là, senza meta. Quel loro buffo agitarsi di ali con movimenti sconclusionati … «Non voglio ucciderle» le dicevo quando, con uno schiaffo, mi toglieva il fucile dalle mani «solo intimorirle». La zia invece non capì il gioco e da quel giorno non mi portò più con lei.
A me rimase dentro un qualcosa che … quel senso di …

Conservai il fucile. Intatto. Come l’odio per le galline. L’arma è nel mobile, in salone, avvolto in un panno colorato.
Adoro i colori quasi quanto i fucili.

A proposito: dove ho messo le munizioni?

Esercitavo la mia mira su barattoli di latta – un classico – nel campo coltivato che lo zio aveva in campagna. Le gare con i miei cugini, all’inizio, mi vedevano sempre perdente … Col tempo ho perfezionato la mira e raffinato i miei tiri.

Ho finalmente trovato le pallottole.

Uno sparo. Bersaglio centrato. Due spari. Arrivo a quattordici. Disorientato vociare. Imbarazzo. Il barattolo dell’infanzia vola via lontano, insieme alle piume colorate delle galline – senza nome – del vicino.

Ripongo il fucile ancora caldo, come caldo nella mia mente è il ricordo dell’odiato uovo di Clotilde.
Scusami tanto zia. Ho una confessione da farti: io in verità ho sempre odiato Clotilde. E anche tutte le altre galline. E le uova fresche al mattino …

Qualcuno a questo punto dirà che ho riscattato l’infanzia … o altre scemenze in tema. E parlerà … scomodando nomi importanti … Parlerà, costruendo su questo trattati sociali. Disegneranno il mio profilo psicologico … Discuteranno dei problemi della mia psiche … Un ragazzo difficile … e bla … bla … bla.

Se proprio dovete esprimervi almeno discutete piano. E non in questa stanza.

Vorrei riuscire a riposare ora. Per favore.

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