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Wednesday November 22nd 2017

La bandiera

Il piccolo gira per il negozio con sguardo meravigliato, si avvicina agli scaffali col desiderio di toccare la merce esposta e mi guarda sapendo che gli ho proibito di farlo.
È un po’ difficile pretendere il controllo delle proprie azioni da un ragazzino di 11 anni, ma Stefano si sta comportando bene.
Anch’io guardo incuriosito. Mi avevano detto di quanto fosse particolare questo negozio ma non avrei mai creduto ci fossero così tanti cimeli.
Merce rara.
Gioielli, suppellettili, mobili, chincaglierie d’ogni sorta.
Foto. Mi soffermo a guardare un album aperto, è bellissimo, regala fiumi di nostalgia.
Con la coda dell’occhio controllo Stefano, sembra faccia il bravo.
“Le posso essere d’aiuto?” La voce del proprietario quasi mi spaventa.
“No, grazie, al momento volevo rendermi conto di quello che offrite. Se avessi bisogno, la chiamo.”
Vedo una piccola, stranissima lampada di vetro colorato. La osservo e penso a come potesse essere il posto per il quale fu acquistata.
Guarda che attrezzo! Chissà cos’è? “Mi scusi, a cosa serviva?” “E’ un tagliauova. I fili in ferro paralleli, premuti verso il basso tagliavano a fette l’uovo.”
Mi viene un accenno di sorriso, poi vedo che vicino al proprietario c’è Stefano, a cui sta mostrando qualcosa. M’avvicino silenziosamente.
“Sai cos’è questa? Una figurina, una foto adesiva di un giocatore di calcio. Ricordi?”
Stefano è timido e non trova il coraggio di rispondere che lui non sa cosa dovesse ricordare.
Poi l’uomo apre il cassetto a lui vicino per riporvi la figurina, mentre Stefano sporgendosi gli domanda “e quello cos’è?”
“Una delle più grandi stupidaggini create dall’uomo”.
E’ un telo rettangolare, sgualcito, invecchiato. Di tre colori sbiaditi.
“E’ una bandiera nazionale ed era, ti ripeto, una grande sciocchezza. Un simbolo della divisione del mondo e degli uomini. Un giorno prolificarono e tutto fu perduto”.
Stefano non capiva ma cominciò a guardare storto quel pezzo di tessuto.
Abbiamo passato altri dieci minuti a guardare gli oggetti. Ho scelto un servito di posate in acciaio tutto annerito dal tempo e di basso costo.
Mentre il proprietario lo incarta, gli domando perché tenesse la bandiera nel cassetto.
Mi guarda.
“Dovrebbero essere tutte distrutte e dimenticate… ma c’è chi me le paga molto bene.”
Lo saluto ed insieme a Stefano esco dal negozio.
La zaffata d’aria esterna è quasi ancora una novità. Da pochi anni la nube radioattiva si è dissolta permettendoci di uscire. Il cinquanta per cento delle costruzioni davanti a noi sono rase al suolo.
Chissà quanto tempo ci sarà necessario per rimettere tutto a posto, penso tra me.
“Andiamo, Stefano, la mamma ci aspetta per la cena.”

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