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Prodi, primarie e programma

29 luglio 2005

In Tv sento oggi la buona novella.
Prodi dichiara: se l’Unione vince le elezioni ritireremo i soldati dall’Irak.
Era ora! Ma immediatamente dopo la gioia, ecco i miei dubbi.
Tale decisione è frutto, come democrazia vorrebbe, di una riunione dei segretari dei 9 partitini della coalizione di centro-sinistra, o è una mossa del vecchio pretone democristiano per aprire la sua campagna elettorale per le primarie?
Ignoro la risposta, ma a naso credo che sia una sortita individuale, perché non credo proprio che Mastella e Rutelli l’avrebbero sottoscritta.
Pochi giorni fa, infatti, quando si trattava di votare in Parlamento contro il rifinanziamento della missione in Irak, il centro-sinistra non riuscì a produrre un suo documento unitario, e si disse apertamente che non volevano “spaccarsi” sull’argomento.
Ora, a meno di qualche miracolo, la situazione dovrebbe essere la stessa, e se Prodi ha parlato a nome dell’Unione, senza averne il mandato, la sicurezza che i soldati verranno ritirati, anche in caso di vittoria dell’Unione, non possiamo averla.
Vorrei comunicare la mia perplessità sullo “strumento democratico” delle primarie.
Anche se teoricamente si vuole investire l’elettorato del potere di decidere chi sarà il candidato primo ministro, in realtà si otterrà solo una forte differenziazione tra i programmi dei maggiori candidati, Prodi e Bertinotti, altri avranno la frustrazione di non essere emersi e probabilmente alla fine ci sarà una sensazione di maggiore divisione del centro sinistra agli occhi di TUTTO l’elettorato.
Troverei molto più onesto, semplice, e rispettoso degli elettori tutti, che i 9 segretari si sedessero attorno ad un tavolo, senza telecamere addosso, magari in un eremo, “cum clave”, e uscissero solo dopo aver trovato tra loro tutte le giuste mediazioni sul programma di governo, non generico ed equivoco, ma pronto per l’uso.
Una ultima battuta sul tema del “leader”. Anche su questo tema ci dovrebbe essere una forte differenziazione tra la destra e la sinistra. Se nella tradizione della destra vi è il peronismo, l’oratore carismatico, l’uomo d’affari di successo (anche se è un ladro), il capobastone, nella sinistra si dovrebbe puntare solo a spiegare bene il proprio programma, fare campagna elettorale scaldandosi i piedi, porta a porta, e una volta in Parlamento essere semplici portavoce e realizzatori di questo programma. Senza doverci subire più la presenza di questi ambiziosi politicanti di professione che ci troviamo ora, la maggior parte dei quali ha avuto la faccia di bronzo di non dimettersi e ritirarsi a vita privata, dopo la sconfitta elettorale del 2001.
Noi popolo della sinistra non siamo pecore che hanno bisogno di chi le guidi, non vogliamo leader, vogliamo riconoscerci nel programma, e vogliamo adottare il costume che i nostri rappresentanti eletti in Parlamento sottoscrivano il patto d’onore di non ripresentarsi dopo due legislature.
Paolo De Gregorio

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