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MASADA n° 152- 23-8-2005- Gandhi, la non violenza e le caste

Ho sentito qualcuno che si crede di sinistra violentare la figura di Gandhi, affermando che grazie a lui l’India ha le caste e usando questa eresia per attaccare la non violenza che in questi ultimi anni sembra far parte del pensiero di Bertinotti.
E spesso sento insultare il metodo della non violenza come inefficace per una lotta politica e i no global che ne sono portatori come degli illusi incapaci.
La cosa mi sta disturbando, per cui sento oggi la necessita’ di riproporre la figura di Gandhi e i suoi valori.
………..
Gandhi è una figura leggendaria. Il suo lavoro fu gigantesco dal punto di vista politico e etico.
Egli liberò l’India dal giogo britannico, ma la sua fama oltrepassa i limiti dell’India per iscriversi nella storia dell’umanità tra i grandi dello spirito ed e’ tutt’ora l’emblema di lotte politiche ed economiche.
Tra i suoi eredi: la lotta di Martin Luther King per la parita’ dei neri e quella di Mandela contro l’apartheid e per la liberazione del Sudafrica, l’italiano Capitini, Francesco Gesualdi, Zanotelli e tutto il mondo pacifista e no global.
La tecnica del digiuno ha ispirato i radicali, la non violenza Bertinotti.
……..
Gandhi apparteneva a una casta alta, di gran rigore morale e estremismo ascetico, che per la sua rigidità si era ridotta a un milione e mezzo di fedeli. La madre era molto religiosa ed egli si attenne per tutta la vita ai precetti fondamentali del suo credo:
– aimsha = rifiuto della violenza
– satya = fedeltà assoluta alla verità
– asteya = astensione dal furto
– brahmacarya = continenza dai piaceri dei sensi
– aparigraha = repressione dei desideri
Questa setta esaltava la bhakti, la devozione amorosa in cui il fedele dà la sua anima a Dio, e praticava la dottrina giainista della non-violenza. I Jaina credono in un divino immanente, che è nell’anima, e rifiutano i Veda e l’autorità sacerdotale. Pensano di raggiungere la liberazione con la retta fede, il retto comportamento e la retta conoscenza, in particolare predicano la non-violenza (AHIMSA), che consiste nel non offendere nessun essere vivente. L’AHIMSA è anche una delle 5 virtù del primo livello del Raja Yoga.
Grazie alla fede e alla lotta di Gandhi, L’AHIMSA e’ divenuta un concetto universale, ed e’ stata la bandiera della liberazione dell’India dal dominio coloniale britannico, la prima liberazione di popolo avvenuta grazie alla non violenza. Gandhi applico’ alla storia un concetto paradossale, guidando una grandiosa guerra di resistenza con il concetto della non violenza.
Gandhi amo’ intensamente la Bhagavad Gita, la imparo’ a memoria, la segui’ in tutta la sua vita. Il campo di battaglia del poema sacro era il cuore dell’uomo, dove ogni giorno il bene e il male si scontrano e si deve sempre scegliere tra l’interesse personale e il bene del mondo.
Era giainista e la sua religione gli vietava la lotta violenta, capiva che il giusto può mettersi contro l’ingiusto, purche’ la sua azione non gli rechi un vantaggio e purche’ nella lotta non usi violenza.
Gandhi si interesso’ sempre di religione, ma diffidava del Cristianesimo per l’esperienza fatta coi missionari cattolici, per il loro assolutismo e il loro disprezzo per le religioni degli altri.
Diceva: “Non predicate il Dio della storia, ma mostratelo come vive oggi… Non credo alla gente che parla agli altri della propria fede soprattutto con lo scopo di convertirla. La fede non ammette di essere esposta. Deve essere vissuta e allora si diffonde da se’ ”.
Secondo l’Induismo, Dio ha molte incarnazioni salviche, gli avatara, per cui considerava Cristo un avatara, una delle tante incarnazioni di Dio, e non capiva la pretesa cattolica che fosse ‘l’unica’ incarnazione divina. Gli risultava senza senso che solo chi credeva a Gesu’ potesse salvarsi. Ammirava Cristo e amava i Vangeli, ma non poteva accettare una chiesa che si poneva in modo assolutistico e prevaricante come unica depositaria della verita’.
In India ci sono molte grandi religioni, in genere molto tolleranti l’una verso l’altra, mentre l’Europa e’ stata schiantata dall’intolleranza. Gandhi non capiva come il Cristianesimo potesse pretendere di essere la religione suprema. Molte religioni hanno tesori di sapienza e grandi persone pie. Negare i loro valori e’ fanatismo e faziosita’, caratteri che si legano all’errore.
Diceva: “Credo nella fondamentale verità di tutte le religioni del mondo. Credo che tutte sia state date da Dio e siano necessarie al popolo al quale furono rivelate. E credo che, se potessimo leggere i libri sacri delle diverse fedi dal punto di vista dei seguaci, scopriremmo che in fondo sono tutte uguali e si aiutano reciprocamente.“
Concluse che la Chiesa cattolica era un’istituzione sempre più secolare e mondana, che si era distaccata progressivamente dal Vangelo. La vera religione e’ quella che trascende la lettera confessionale cristallizzata in sistema e si manifesta in un autentico sforzo di ascesi morale.
“Per me Dio e’ verita’ e amore, Dio e’ etica e morale; Dio e’ coraggio”
Gandhi era stato colpito dalla lettura del pacifista Tolstoj, che si rifaceva ai principi del Vangelo e affermava la rinuncia alla violenza e l’amore universale.
A 22 anni, divenuto avvocato, ritorno’ in patria, ma, a causa del suo soggiorno all’estero, si trovo’ espulso dalla casta. Ando’ in Sudafrica come legale e prese a cuore la sorte degli emigrati indiani, una massa di disperati analfabeti, angariati dalle autorita’, e discriminati da leggi assurde. Per quanto fosse un oscuro e povero avvocatino di 24 anni, l’idea di un compito sociale gli folgoro’ l’anima. La resistenza era un diritto, la lotta un dovere, cosi’ aiuto’ i suoi compatrioti nella guerra dei passaporti e fondo’ il National Indian Congress, per difendere i loro interessi. A Johannesburg organizzo’ la sua prima sathiagraha (forza di verita’): campagna di resistenza non violenta, incitando gli indiani del Sudafrica a disobbedire alle leggi ingiuste. Il governo lo incarcero’ con decine di migliaia di Indiani, ma alla fine le leggi razziali furono abrogate.
Cosi’, a soli 25 anni, era il capo politico dei 25.000 indiani del Natal, incarico che duro’ 20 anni.
Tornato in India, assunse una posizione di rilievo nel Partito del Congresso, fino a diventare il leader del Movimento Nazionalista. Riusci’ a diffondere il Partito del Congresso anche fra le donne, i commercianti, i contadini poveri e i giovani.
Non amava la politica. “Se io mi occupo di politica- diceva- e’ perche’ oggi essa ci avvolge come le spire di un serpente di cui non riusciamo a liberarci.. per questo voglio lottare con il serpente”.
Visse la politica come un atto religioso. Per un affarista la politica puo’ essere un mezzo utile agli affari. Per Socrate fu un atto educativo. Per Gandhi era un campo di applicazione morale, diceva: “Per me la politica, spogliata dalla religione, e’ decisamente una porcheria”.
L’eterogeneo Partito del Congresso era dilaniato da lotte interne, in particolare tra Indu e musulmani, ma riconobbe il carisma di Gandhi. I suoi seguaci aumentavano ed erano pronti a perdere il loro benessere e la loro sicurezza per lui.
Gandhi voleva l’indipendenza dell’India con un autogoverno che partiva dal villaggio, formava comitati di villaggio, poi unioni di comitati, comitati distrettuali, provinciali, ecc…. una piramide organizzativa che partiva da una democrazia di base, e arrivava a eleggere 350 delegati sotto un presidente.
I suoi scopi erano giganteschi: al primo punto l’unione tra Indu e musulmani, poi l’abolizione delle caste, e in particolare dei paria, i fuori casta, infine il conseguimento dell’indipendenza dell’intera India, lottando contro il governo inglese principalmente in due modi: il boicottaggio delle merci inglesi, e la disubbidienza alle leggi ingiuste.
Gandhi viveva in un ashram nella boscaglia che arrivo’ a ospitare 40 persone, l’ashram del sathyagraha. Chi era ospitato si impegnava a rispettare 7 regole dure: spirito di poverta’, lavoro manuale, controllo dei sensi, amore per tutti, accettazione dei paria, coraggio spirituale, fedelta’ alla verita’.
Tutti nell’ashram lo chiamavano Bapu = padre, e con questo nome lo avrebbe chiamato l’India intera. L’ashram riceveva doni ma un giorno una famiglia di tre intoccabili chiese di essere accolta e lui la accetto’, questo fece cessare gli aiuti economici esterni.
La battaglia per l’abolizione delle caste e l’accoglienza dei paria o fuori casta fu immane e gli mise contro tutta l’India induista.
Il suo scopo era sovrumano: combattere contro il Commenwelth inglese e liberare dal suo giogo l’intera India. Usando lo stesso metodo non violento che aveva provato in Sudafrica, intendeva portare l’India all’autogoverno (swaraj).
Gli industriali britannici avevano sfruttato in modo indegno i contadini, impoverendoli e distruggendo le povere attivita’ artigianali. L’Inghilterra aveva promesso all’India uno statuto di dominion ma poi rinnego’ la promessa e, con i Rowlatt Acts, prorogò le leggi speciali fatte durante la guerra, che prevedevano processi senza appello, arresto immediato per semplici sospetti, sanzioni durissime.. insomma tratto’ l’India come un paese ribelle, distruggendo gli elementari diritti dell’uomo.
Nella primavera del ‘19 (aveva 50 anni) Gandhi lancio’ la sua prima campagna di disobbedienza contro le leggi speciali e indisse una giornata di sospensione generale da tutte le attivita’ con digiuno e preghiera. Concepi’ la sua prima mossa politica come una battaglia sacra e lancio’ il suo appello al paese. L’India rispose. Ma, durante una manifestazione pacifica, si ebbero scontri con la polizia, con morti e feriti.
Il punto massimo delle stragi fu il tragico massacro di Amristar, quando 20.000 persone si erano riunite in un grande spiazzo chiuso, bloccato attorno da un muro. Le truppe inglesi con 50 fucilieri senza preavviso si misero a sparare in modo sistematico sulla folla inerme intrappolata nella grande spianata cinta di mura, in dieci minuti spararono 1600 proiettili. Quando i caricatori furono esauriti, 379 morti e 700 feriti giacevano sul campo, e l’ufficiale ne avrebbe fatti uccidere anche di piu’ se fosse riuscito a far entrare due carrarmati dalla porta. Dyer affermò che voleva dare una lezione agli Indiani e che era disposto a ucciderli tutti, senza curarsi dei feriti. Il mondo inorridi’, Dyer fu rimosso dall’incarico ma tutto il mondo parlò della strage e anche i piu’ restii si convinsero a seguire le idee di Gandhi.
Intanto l’Inghilterra colpiva duro per stroncare la reazione popolare, proclamava la legge marziale, bombardava i villaggi, moltiplicava gli arresti, i tribunali speciali funzionavano a ritmo serrato.
Gandhi capì che una rivoluzione pacifica aveva bisogno di tempo e che il popolo doveva essere educato e sospese la campagna dimostrativa per un anno. L’anno seguente entrarono nel movimento anche i musulmani.
Il Movimento Nazionalista indiano era finalmente coeso contro gli Inglesi, i martiri di Amristar avevano sconvolto tutti, ora tutti volevano uno stato indiano libero e sovrano. La figura carismatica del movimento fu Gandhi che era riuscito a galvanizzare 300 milioni di Indiani. Egli era convinto che l’indipendenza politica avrebbe avuto effetti limitati se non fosse stata accompagnata da un programma di profonda ristrutturazione della societa’ indiana, occorreva far rinascere la cultura, le idee, l’anima del popolo.
“Devo confessare che l’azione di riforma sociale, l’autopurificazione, mi sta cento volte piu’ cuore della cosiddetta attivita’ politica”.
Quello che gli importava di piu’ era la liberta’ interiore dell’uomo, la sua liberazione dall’odio, dalla paura, dall’avidita’, dalle passioni che riducono in servitu’ l’anima.
Gandhi capiva che il mondo contemporaneo e’ a un bivio: o l’amore o la distruzione. Era possibile educare l’umanita’, ma un suo rinnovamento poteva partire solo dall’interiorita’.
La salvezza si basava su poche verita’, ma esse erano ‘antiche come le montagne’.
“La storia del passato e’ stata quella delle guerre, la storia futura sara’ quella dell’uomo”.
Il 1921 fu un grande anno per la lotta per l’indipendenza dell’India. 300 milioni di indiani erano tenuti in servitu’ da 70.000 agenti dell’Impero, ma con Gandhi riscoprivano la loro dignita’, i loro diritti, la volonta’ di lottare sfidando le armi e il carcere, e vivevano la nuova arma, la non collaborazione, con eccitazione ed orgoglio.
Gandhi predicava la ‘non collaborazione’ come forza attiva per la giustizia. La considerava la migliore unione di Buddha con Cristo, la forza con la dolcezza, la mistica dell’azione. Girava l’India, piccolo e misero, con un lenzuolo attorno al corpo magro e una bisaccia, parlava alla gente, infiammava, educava. Le folle erano sempre piu’ grandi. I volontari aumentavano trasmettendo la sua parola. Gandhi raccomandava continuamente l’ordine, la disciplina, l’attenzione ai particolari.
Gli Indiani cominciarono a bruciare in grandi falo’ le stoffe inglesi. Si boicottavano le scuole, i tribunali, i consigli di amministrazione, le cerimonie ufficiali. Una marea crescente di protesta flagellava le istituzioni e il bilancio, i due pilastri del potere britannico. Alla fine Gandhi incito’ ad abbandonare il servizio militare e a non pagare le tasse.
Ma anche la seconda campagna di disobbedienza e di boicottaggio non fini’ bene, l’ordine era di non comprare tessuti inglesi, di fare da se’ gli abiti (il khadi divenne una divisa nazionale) e di bruciare le stoffe straniere che erano nelle case. Ma scoppiarono sommosse violente, decine di morti, centinaia di feriti, 30.000 persone arrestate, perquisizioni, processi. Gandhi si assunse la responsabilita’ dell’accaduto e riusci’ a sospendere le manifestazioni. Fu arrestato e condannato a sei anni di carcere. Quando fu liberato, due anni dopo, dopo che tutto il paese e anche parte del mondo avevano chiesto la sua scarcerazione, l’India lo acclamava come il Mahatma= la grande anima.
Egli affermo’ sempre che il suo impegno era morale e civile e non politico. Aveva scritto “Nessun compromesso con l’impero, finche’ il leone britannico agitera’ dinanzi ai nostro occhi i suoi artigli insanguinati… L’impero inglese, sorto sullo sfruttamento sistematico delle razze piu’ deboli della terra e su uno spiegamento di forza bruta, non puo’ durare, se esiste un dio giusto che regge l’universo. E’ ora che il popolo britannico si convinca che la lotta iniziata nel 1920 e’ destinata ad andare fino in fondo, debba essa durare un mese o degli anni”
“L’India e’ stata ridotta al punto da essere a malapena in grado di resistere alle carestie, eppure, prima dell’arrivo degli inglesi, essa filava e tesseva.. così da avere un supplemento per le sue magre risorse agricole. Questa industria domestica e’ stata rovesciata da procedimenti inumani e crudeli.. il governo britannico si propone solo lo sfruttamento delle masse.. nessun sofisma puo’ distruggere la prova tangibile degli scheletri umani che si vedono in tanti villaggi… gli inglesi dovranno rispondere di questo crimine contro l’umanita’ che non ha l’uguale nella storia…”
La grande fame dell’India lo tormentava, non si poteva parlare di Dio o di non violenza a gente abbrutita dalla miseria.
“La sola forma accettabile nella quale Dio puo’ osare presentarsi a un popolo affamato e’ il lavoro e la promessa di cibo come salario”.
Come fu scarcerato, si acutizzarono le lotte tra indu’ e musulmani, allora Gandhi intraprese uno dei suoi digiuni terribili, 21 giorni, che lo porto’ vicino alla morte “Prima di aspirare alla liberta’, indu’ e musulmani devono amarsi tra loro, tollerare l’uno la religione dell’altro, e avere fiducia reciproca”.
La lotta intestina fini’, ma questo odio tra le due etnie doveva essere uno dei suoi fallimenti.
Gandhi era convinto che non si raggiunge nessuna liberazione politica se non si persegue una liberazione morale, occorreva una trasformazione radicale del modo di pensare, occorreva sviluppare l’amore.
Ma non c’era solo l’odio contro gli Inglesi, l’India era divisa in guerre fratricide per l’odio atavico tra le etnie. E all’interno dell’Induismo un’altra divisione, antichissima, terribile, quella delle caste.
Gandhi voleva eliminare la gerarchia di valore tra lavoro intellettuale e lavoro manuale, voleva che un contadino non fosse considerato inferiore a un intellettuale di citta’, voleva distruggere l’uso di far sposare dei bambini, voleva soprattutto eliminare le caste, cosa che suonava come una bestemmia religiosa, e sopra ogni cosa combatteva per l’isolamento dei paria, gli intoccabili.
Negli anni successivi lascio’ la guida del partito a Nehru e giro’ in treno e a piedi per conoscere il suo sterminato continente, portando di villaggio in villaggio il suo messaggio di amore e non violenza. Si parlava di lui come di un grande santo, viveva in modo ascetico come un predicatore, praticava il digiuno e la meditazione, rifiutava possessi materiali e vestiva come un paria. Con lui l’Induismo fu radicalmente trasformato.
Il suo lavoro era sterminato e lo affrontava con un fisico gracile e una cattiva salute. Era sempre piu’ debole e stanco, soffriva di vertigini, aveva dei collassi.
Lo chiamavano l’apostolo della non violenza. In base all’ahimsa, l’uomo poteva rifiutare una legge ingiusta e poteva disubbidirla, accettando serenamente le pene relative. Doveva far cambiare l’avversario con un atteggiamento mite. Il suo messaggio fu totalmente paradossale rispetto al suo tempo e al suo paese. Realizzava nei fatti cio’ che predicava. Anche Cristo ha predicato l’amore ma la Chiesa cristiana ha poi esercitato l’odio e la prevaricazione, separando gli uomini piu’ che unirli. Ma Gandhi diceva: “La non violenza dei forti e’ la forza più potente del mondo”.
”La violenza non conduce ne’ alla pace ne’ alla felicità. Il culto della violenza non ha reso felici ne’ migliori ne’ le nazioni, ne’ coloro con cui esse sono venute a contatto”.
La sua convinzione era cosi’ assoluta e la sua condotta così pura che le sue parole divennero vento e il vento tempesta, una tempesta che sollevo’ tutta l’India, riuscendo a operare un miracolo, una disubbidienza pacifica diffusa tra milioni di Indiani che li porto’ ad accettare le randellate degli Inglesi senza muovere un muscolo, a subire carcere e violenze, a non ribellarsi alle stragi e alle angherie, a perseverare in una lotta che sembrava impossibile.
Fu un’epopea lunga e difficile, e piu’ e piu’ volte Gandhi sembro’ sconfitto, piu” volte fu processato e incarcerato, vide i suoi seguaci cedere e tornare alla violenza, ma sempre disse: “Io sono sconfitto, ma non l’idea che porto”.
La non violenza era una verita’ difficile e bisognava avere il coraggio di viverla fino in fondo a prezzo della vita, perche’ “Ogni verità astratta è priva di valore se non si incarna in uomini che la rappresentano dimostrando di essere pronti a morire per essa”.
La lotta, il carcere, le malattie, i digiuni, i continui spostamenti lo stremarono lentamente, corrodendo il suo fisico gia’ gracile, ma non desistette. C’era in questo piccolo uomo una fiamma perenne che nessuna sconfitta riusciva a piegare. Era lo strumento di una lotta piu’ grande di lui.
Nel ‘30 (a 61 anni) Gandhi guido’ la marcia del sale. Gli Inglesi avevano il monopolio del sale su cui mettevano una tassa particolarmente odiosa. Gandhi decise che gli Indiani si sarebbero raccolti da soli il proprio sale. Prese dunque a marciare verso il mare seguito da migliaia di Indiani, per centinaia di km, fino alla riva del mare, per raccogliere qualche manciata di sale senza pagare le esose leggi del monopolio. Fu messo di nuovo in carcere per un anno, e comincio’ lo sciopero della fame. Fu liberato quando tutti i partiti indiani parteciparono a Londra alla formazione della nuova Costituzione, ma le separazioni interne portarono l’assemblea al disastro..
L’India era divisa in caste, distinte in modo feroce, con costrizioni e divieti minuziosi che paralizzavano la vita e la liberta’. Al di sotto di tutte le caste c’erano i paria, i fuori casta, costretti a vivere in condizioni terribili. Il riscatto degli intoccabili era il primo punto del ‘programma costruttivo’ di Gandhi.
Il paria non era nessuno, non aveva rilevanza sociale, era considerato peggio di un animale. I parìa erano costretti a occuparsi di attivita’ considerate impure: cremazione dei morti, pulizia degli escrementi, delle latrine e delle fogne, trattamento del bestiame morto, concia della pelle… Le altre caste non tolleravano il contatto dei paria e consideravano contaminante anche la loro vista. La catalogazione degli intoccabili era molto complessa, essi erano divisi in sottoclassi, con nomi e ruoli, una fittissima rete di regole con molti gradi di impurita’ spirituale. Si tenga conto che gli intoccabili costituivano ben il 14% della popolazione, cioe’ erano piu’ di cento milioni di persone. In certe regioni dovevano portare campanelli ai piedi come i lebbrosi. Nelle citta’ vivevano in catapecchie periferiche con i tetti più bassi della persona, simili a covili. Non potevano nemmeno leggere i testi sacri. Se un parìa trasgrediva le regole, gli mettevano del piombo fuso nelle orecchie.
Dopo 4000 anni che l’India praticava questa terribile condizione sociale, Gandhi si scaglio’ su quella che chiamava “la piu’ grande vergogna dell’Induismo”. La sua lotta per la reintegrazione dei Paria fu durissima, e alla fine, teoricamente, essi vennero reintegrati, almeno sulla carta, nel 1950 dall’art. 17 della Costituzione indiana, come il Mahatma voleva, ma nei fatti, specie nelle campagne presso i gruppi piu’ integralisti, le cose andarono diversamente.
Gandhi lotto’ strenuamente per la loro riabilitazione, perche’ erano creature di Dio come tutti. Il suo fu uno sforzo immane contro un costume radicato nei millenni.
Quando, dopo la grande marcia del sale, tutte le forze politiche indiane si riunirono a Londra per elaborare la nuova Costituzione, ogni trattativa si areno’ di fronte al problema insormontabile di dare ai parìa gli stessi diritti degli altri. Allora Gandhi annuncio’ che avrebbe digiunato fino alla morte. Si scateno’ un’onda emotiva senza precedenti. L’India intera si fermo’. Il digiuno di un uomo così venerato produsse miracoli: si aprirono i tempi agli intoccabili, si dettero pranzi con loro, barriere antichissime caddero, per milioni di reietti brillo’ la speranza di un mondo nuovo. Finalmente i politici indiani concessero ai paria 148 seggi in Parlamento. Dopo 4000 anni di esilio umano, i paria entravano di diritto nella vita politica dell’India, erano di nuovo persone.
La nuova India nasceva da un violento sforzo della sua interiorita’, lo sforzo voluto da un uomo solo.
Nel ‘50 i principi di uguaglianza, che Gandhi aveva difeso, trionfarono e le caste furono abolite e fu abolita condizione di Parìa. Il grande movimento morale e sociale che egli aveva promosso aveva svegliato le coscienze e suscitato la pieta’.
Cos’e’ un uomo senza la compassione?
Prima era venuta la lotta per la liberazione morale, poi la lotta per la liberazione politica. Ma il processo fu estenuante.
Nel 39 l’Inghilterra avverti’ l’India che voleva soldati per la seconda guerra mondiale, Churchill promise la concessione dello stato di dominion a guerra finita. Ma la risposta fu: “QUIT INDIA” “Lasciate l’India”. Gandhi disse che ogni Indiano doveva appuntarsi sul petto un pezzetto di stoffa con su scritto “Agire o morire!” O vedremo l’India libera o moriremo. Ancora l’India esplose, come una polveriera, stragi enormi, scioperi, violenze. Città intere proclamavano la loro indipendenza. Il governo inglese non aveva mai visto una insurrezione simile. La rivolta d’agosto duro’ 20 giorni. Il sessantacinquenne Gandhi inizio’ un altro sciopero della fame di venti giorni che lo porto’ alle soglie della morte.
Aveva fatto 2.338 giorni di carcere. La moglie era morta, aveva avuto la malaria e un’infezione amebica. L’India era squassata da una carestia. La fame continuava a infierire.
In Inghilterra Churchill se ne andava, salivano al potere i laburisti, nemici da sempre del vecchio imperialismo.
In India l’odio tra indu’ e musulmani portava alla guerra civile, si scagliarono gli uni contro gli altri con efferate violenze, in un’orgia di sangue, stupri, incendi che travolse il paese, con migliaia di morti.
Gandhi aveva 77 anni, furono i giorni piu’ terribili della sua vita, un insensato massacro, ed egli imputo’ a se stesso perche’ non era riuscito a fermarli.
Il 2° febbraio del ’47 la Gran Bretagna annunzio’ la sua intenzione di ritirarsi dall’India.
L’India era libera dal dominio inglese. Un miracolo a cui nessuno avrebbe creduto, un miracolo dovuto a un solo uomo, alla sua ferrea costanza, alla sua ferma determinazione, alla luce del suo spirito, al suo coraggio e alla sua purezza.
Restavano grossi problemi irrisolti, in primo luogo l’odio tra Indù e Musulmani, che nessuno, nemmeno Gandhi, era riuscito a placare.
La nuova India nasceva con una lacerazione dolorosissima: il Pakistan musulmano si staccava costituendo uno stato a se’, abitato solo da Musulmani e cominciava un esodo spaventoso di Indu’ cacciati dalle loro case in Pakistan e di Musulmani cacciati dalle loro case in India.
E’ impossibile raccontare le vendette, gli stupri, gli incendi, le stragi …che questa divisione comporto’. Gandhi lotto’ fino all’ultimo per evitare questo orrore, ma i Musulmani furono senza appello.
A Nuova Delhi il 14 agosto 47 una folla in delirio applaudiva l’indipendenza, ma parte dell’India era separata, con milioni di indu’ da parte musulmana e milioni di musulmani da parte indu’, una scia lunghissima di profughi, 15 milioni di disperati, che lasciavano il loro paese e il poco che avevano, pieni di odio e di vendetta. Gandhi non prese parte a nessuna felicitazione. Il suo cuore era in lutto. Egli era accorso ovunque scoppiassero tumulti e orrori, ma un uomo solo non puo’ tenere a freno la furia popolare. Si uccideva dappertutto, anche nei templi e nelle moschee.
Gandhi pensava che il mondo fosse dominato da intolleranza e fanatismo, razzismo e violenza, per cui solo il ritorno a una vita piu’ semplice, l’amore fra gli uomini, la fratellanza e la sincerita’ potevano salvarlo. La liberazione umana consisteva nel considerare l’uomo non piu’ un mezzo ma un fine. Egli riusci’, sulla carta, a eliminare legalmente il sistema delle caste, riusci’ a liberare politicamente il suo paese, riusci’ a farsi seguire da milioni di uomini ma non poteva convincere totalmente un paese cosi’ grande.
Egli fu una personalita’ estrema, che mescolava politica, religione, ascetismo, filosofia. Aveva un pensiero molto semplice: tutto l’universo e’ regolato da una intelligenza suprema, la Verita’. Essa si incarna in tutti gli esseri viventi, specie negli uomini, dove assume la forma dell’autocoscienza. Tutti gli uomini partecipano di questa Verita’ e per questo formano un insieme, tutti sono identici nella sua luce, per questo tra loro ci dovrebbe essere amore. Amore vuol dire occuparsi degli altri e prendersene cura, ma anche opporsi al male senza fare danno, cioe’ attraverso una partecipazione sociale non violenta. L’amore puo’ e deve essere applicato a tutti i settori della vita, anche e soprattutto alla politica.
Lo stato e’ “la rappresentazione di una forma concentrata di violenza, tuttavia esso e’ necessario finché gli uomini non saranno evoluti e responsabili.”
In uno stato le decisioni sono prese dalla maggioranza ma uno stato è giusto se promuove lo sviluppo di tutti i cittadini; se la legge e’ ingiusta ci si deve opporre, dunque e’ necessaria la disubbidienza civile, ma questo non vuol dire trasgredire la legge, bensì opporsi a viso aperto, denunciandola come ingiusta e affrontando le punizioni relative alla disubbidienza.
Gandhi pensava che la proprieta’ privata fosse immorale, e che fosse peccato che alcuni fossero ricchissimi e che altri non riuscissero nemmeno a sopravvivere. Se qualcuno e’ eccessivamente ricco, quello sara’ un corrotto.
Voleva introdurre nella politica una dimensione etica, pensava che il mondo non puo’ essere dominato dalla violenza, dal fanatismo ideologico e confessionale e dal razzismo.
I suoi valori erano l’autenticita’, la sincerita’ e trasparenza, l’amore per il prossimo, il rispetto dell’uomo come valore, il ritorno a una vita sobria.
Diffidava per l’India del progresso tecnologico, amava una vita semplice, minimale, pensava all’economia del villaggio, di cui era simbolo il filatoio a mano, e diceva che ogni famiglia doveva filare e cucire da se’ i suoi vestiti. Temeva una societa’ tecnologica e scientifica dove si cercano mezzi sempre più perfezionati per dominare la natura e mercificare gli uomini, pensava che essa avrebbe trasformato l’uomo da fine in mezzo violando la sua liberta’ e i suoi diritti.

Il 29 gennaio del 1948 Gandhi usci’ di casa per un incontro di preghiera. Era estenuato dal digiuno. Si fece portare allo spiazzo della preghiera su una lettiga. Aveva sempre rifiutato la protezione della polizia, pru parlando spesso della possibilità di una morte violenta. 500 persone lo aspettavano. Un giovane fanatico indu’ gli si parò davanti e sparo’ due volte . “He, Rama!” disse Gandhi. L’altro sparo’ di nuovo. Gandhi si affloscio’ sul terreno intriso di pioggia.

Così fu ucciso. Fu ucciso per le sue idee, perche’ chi viene a portare la pace e’ il più pericoloso degli uomini. Fu ucciso perche’ gli uomini vivono nel buio e odiano chi porta la luce.
…….
Einstein disse: “Credo che le idee di Gandhi siano state, tra quelle di tutti gli uomini politici di tutti i tempi, le più illuminate. Noi dovremmo sforzarci di agire secondo il suo insegnamento, rifiutando la violenza e lo scontro per promuovere le nostra causa, e non partecipando a ciò che la nostra coscienza ritiene ingiusto”.
…..
Il seguito della storia dell’India non fu felice.

Nehru divenne primo ministro. Sua figlia si fece chiamare Indira Gandhi per onore al maestro ma non fu degna di questo nome. Nel 66 Indira divenne primo ministro, ma nel 75 perse il potere, fece pesanti brogli elettorali per conservarlo e fece arrestare numerosi oppositori politici, nell’80 fu rieletta ma nell’84 venne uccisa da estremisti sikh. Allora fu fatto primo ministro suo figlio, Rajiv Gandhi, che era stato il principale consigliere della madre, egli lotto’ contro la corruzione, si impegno’ in un programma di sviluppo industriale e di riforme interne per il controllo delle nascite, il sistema scolastico e le tensioni etniche. Fu pero’ accusato di corruzione e infine anche lui restò vittima di un attentato nel 91.

Il sistema delle caste e’ vietato dalla Costituzione indiana ma continua a essere seguito da tradizionalisti.

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