WarDrome Sci-fi MMORPG
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Sunday February 25th 2018

Notiziario animalista

Tributo ad un cane
“Il solo amico assolutamente altruista che l’uomo può avere in questo mondo di egoismo,
il solo che non l’abbandona mai, il solo che non si mostra mai ingrato o traditore, é il suo cane.
Il cane di un uomo sta con lui in ricchezza e in povertà, in salute e malattia.
Dormirà sulla fredda terra, dove i venti invernali soffiano e la neve turbina furiosa,
se solo può trovarsi accanto al suo padrone.
Bacerà la mano che non ha cibo da offrirgli,
leccherà le ferite e le piaghe che l’incontro con le asperità del mondo provoca.
Sorveglia il sonno del suo misero padrone come se fosse un principe.
Quando tutti gli altri amici disertano, lui rimane.
Quando le ricchezze prendono il volo e la reputazione cade in pezzi,
lui é costante nel suo amore quanto lo é il sole nel suo viaggio attraverso i cieli”
Luciano Somma
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Non ci sono solo le persone che maltrattano gli animali
Non ci sono solo le persone che maltrattano gli animali e che diventano protagoniste delle cronache estive. C’è anche chi cerca di dare una mano, magari prendendo un micetto spaurito abbandonato per strada e, non potendolo tenere, prova a chiamare in giro per sapere come è possibile dargli una sistemazione stabile. Ma le difficoltà nascono a questo punto. Le strutture che sono preposte a questo genere di aiuto – si scopre – hanno pochi fondi e spesso strutture assolutamente inadatte per far fronte all’impegno, che spesso è gravoso. E così, chi dà una mano, si ritrova ad avere, come è successo ad una signora nei giorni scorsi che si è rivolta al Messaggero, un animale per il quale non ha una casa adatta. E nessuno che possa darle un’indicazione.
Che cosa è possibile fare se anche gli enti preposti non sono attrezzati per l’emergenza estiva?
Fonte: IL MESSAGGERO
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http://www.enpa.it/cgi-bin/Public/foto/12925_ringo.jpg
Smarrito in Vignate (MI), segugio maschio appena dato in adozione. E’ molto impaurito, è probabile che vaghi per le campagne tra Milano, Cremona, Bergamo, Brescia, Lodi. Se avete amici, conoscenti in quelle zone passate parola. Aiutateci per favore. Telefono: 329-2162350
Email: resy@email.it
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santa caterina A Vacanze Serene si moltiplicano gli espisodi contro gli animali
«Attenti allo sterminatore di cani»

Biglietti anonimi invitano i residenti a tenere in casa le proprie bestie
SANTA CATERINA E’ ormai uno psicodramma a Vacanze Serene, località di villeggiatura a monte di Santa Caterina, con uno strascico di denunce presso la locale stazione dei carabinieri, fiori davanti al luogo della ?strage? e bigliettini minacciosi posti nottetempo sotto i tergicristalli delle auto. E’ ormai certa, infatti, la presenza nella zona di uno ?sterminatore? di bestie indifese la cui strategia ha comportato, nei giorni scorsi, una vera e propria mattanza di cani. Ma, a causa della tecnica usata dal pazzo, sul posto sono stati trovati morti anche molti altri animali inermi come decine di gatti e uccelli. I fatti sono ormai noti a tutti nella zona densamente abitata e dove sorgono centinaia di villette e abitazioni estive signorili: alcuni giorni fa i residenti hanno trovato decine di animali, si dice circa quaranta, sterminati da un potente veleno distribuito abbondantemente su grandi piatti di carne fresca, generosamente ?offerta? dal killer. Nelle ore successive sono stati vani i tentativi di passanti e amici degli animali di curare o aiutare le povere bestie: la potenza del veleno ha fatto il suo effetto in poco tempo straziando gli animali preda di violentissime convulsioni. Uno strazio per chi assisteva alla mattanza. Dopo, anche in seguito alla denuncia pubblica della signora Elena Settimo, l’attenzione si è focalizzata su altri episodi, poi denunciati alle forze dell’ordine: bigliettini anonimi che avvisavano i residenti di tenere ben chiusi in casa i propri cani altrimenti sarebbe successo l’irreparabile. Infine anche l’avvelenamento del cane di un medico, all’interno del recinto della villa del professionista. Inutile dire che ora la tensione nella località è alta vista la presenza di un ?animale? senza scrupoli, altro che i cani. Tanto che una mano ignota, ?amica? dei cani, ha realizzato decine di locandine appiccicate su tutti i cassonetti per avvisare i passanti che a «Vacanze serene per modo di dire» c’è una persona «cosiddetta perbene» che è capace di ammazzare decine di cucciolotti ?amici dell’uomo? solo perché esistono. Biagio Valerio
Fonte: LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO (LECCE)
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selva di fasano È accaduto alle 14,30 di ieri allo Zoosafari, vittima un bambino di Roma di quattro anni
Bimbo morso dallo scimpanzè
Voleva accarezzarlo, gli mangia la falange del dito della mano destra

Selva di fasanoAvrebbe voluto accarezzarlo. A tanta tenerezza ha risposto com’è nel suo istinto, con un morso, portandogli via la seconda falange del secondo dito della mano destra. È accaduto ieri pomeriggio (alle 14,30) nello zoosafari. Protagonisti Simone, quattro anni, romano, e uno dei tanti scimpanzè che popolano la zoosafari di Fasano. Con i genitori e con tanti altri visitatori, Simone era salito sul trenino che permette di visitare la stupenda struttura creata ai piedi della Selva di Fasano e guardava con curiosità tutta infantile le trecento e passa scimmie e i tanti scimpanzè che pian piano si avvicinavano ai visitatori. Un gesto abituale, quello degli animali, proprio come quelli che avvengono ogni giorno. Non è però consentito, invece, ai visitatori allungare le mani per dare da mangiare alle scimmie. È scritto sui tanti cartelli che regolano la visita nello zoo. Simone, però, non sa leggere. In un attimo, il bimbo sfugge all’attenzione dei suoi genitori. Quello scimpanzè giunto ad un passo dal trenino attira più di ogni altra cosa la sua curiosità: per lui è naturale allungare la mano nel tentativo di accarezzare l’animale. In quell’attimo, accade l’irreparabile, perché lo scimpanzè con un morso gli stacca la falange. All’urlo del bimbo ed alle grida del genitore e delle persone che hanno assistito alla scena, scatta l’allarme; in men che non si dica arriva l’ambulanza e parte la corsa in ospedale. I medici del nosocomio, però, non possono fare altro che suturare la ferita, ma non riattaccare quel pezzo di dito che non c’è più e non si trova, perché probabilmente inghiottito dallo scimpanzè. La scena è stata girata da un videomataore seduto sul trenino. Il filmato è «prestato» ai carabinieri, nell’estremo tentativo di capire che fine ha fatto quella falange. Tentativo a vuoto, come hanno constatato gli uomini del Nucleo operativo dei carabinieri ed il comandante Domenico Margiotta della stazione fasanese. Ora Simone ed i suoi genitori torneranno a Roma, ma non dimenticheranno lo zoosafari. Lo scimpanzè, come quello di stoffa che Simone aveva avuto in regalo, rimarrà per sempre nei ricordi del bimbo. Perché basterà che si guardi la mano destra, amputata, per pensare a quello scimpanzè a cui avrebbe voluto dare affetto. Franco De Simone
Fonte: LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO (BRINDISI)
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MIRA – Uccisi due gatti a colpi di carabina a Oriago e rubati i fiori dal ponte girevole
Due episodi poco simpatici da raccontare si sono registrati in questi giorni nei centri abitati di Malcontenta, Oriago e Mira Taglio.
La prima brutta azione riguarda il furto dei fiori che abbelliscono i ponti curati con passione dagli addetti alla manovra di apertura e chiusura dei manufatti utili alla comunicazione per superare il corso d’acqua del naviglio Brenta acquistati dall’amministrazione comunale di Mira.I ladri hanno, infatti, di notte fatto sparire otto vaschette di fiori dalla ringhiera del ponte girevole a manovra manuale nel centro di Mira Taglio, una dalla passerella pedonale che viene manovrata manualmente a corona dentata e altre quattro dal ponte di Malcontenta.
Il secondo sgradevole fatto gli abitanti lo hanno, in questo caso, registrato a Oriago nelle adiacenze di via Lago di Braies.Qui, infatti, sono stati rinvenuti due gatti uccisi a colpi di carabina: «Non è la prima volta che si verificano brutti fatti del genere – dicono gli abitanti del luogo – e non riusciamo a capire il perché di tanta cattiveria nei confronti di questi tranquilli animali.Abbiamo, comunque, sporto denuncia contro ignoti alla stazione carabinieri di Oriago con la speranza che, prima o poi, chi ha compiuto questi atti venga riconosciuto e, di conseguenza, punito».
Ugo Baruzzo
Fonte: IL GAZZETTINO DI ROVIGO
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SQUINZANO/ Segnalazione dell’Enpa
Uccise un cane a bastonate denunciato un ottantenne

squinzanoUna denuncia per l’uccisione del cane. Nei guai è finito F.R., 80 anni, di Squinzano. Stando a quanto ricostruito dai carabinieri sarebbe stato lui ad uccidere l’esemplare di pincher ritrovato all’interno di un cassonetto. La carcassa era stata recuperata dai volontari dell’Enpa su segnalazione della convivente dell’anziano che aveva dato subito l’allarme. Il cane sarebbe stato ucciso a bastonate per fare un dispetto alla donna. L’anziano, però, si sarebbe difeso sostenendo che il cane era malato. Dopo il recupero della carcassa i carabinieri della stazione di Squinzano hanno avviato le indagini per fare luce sull’accaduto. Adesso l’anziano è stato denunciato per il reato previsto dall’articolo 638 del codice penale che punisce chi uccide animali che appartengono ad altri. La nuova legge sul maltrattamento degli animali ha introdotto pene molto più severe.
Fonte: LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO (LECCE)
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Terracina – Catturava cardellini: denunciato dalla Forestale
Parola d’ordine: repressione dei reati ambientali. Questo l’imperativo che guida l’azione degli uomini del Corpo Forestale dello Stato. Tangibili i risultati. Numerosi gli interventi che hanno visto impegnato il personale del Nipaf e dei vari comandi stazione della provincia su diversi fronti. È scattata la denuncia alla Procura della Repubblica di Latina per bracconaggio e maltrattamento di animali nei confronti di S.C., 36 anni, di Villa Ricca, in provincia di Napoli. L’uomo è stato sorpreso dagli uomini del Nipaf, nelle campagne tra Borgo Hermada e Terracina, mentre catturava, munito di rete e richiami, cardellini da rivendere nei mercati rionali partenopei. Una coppia di uccellinini può costare fino a 150 euro. Oltre una ventina i volatili che erano già caduti nella sua trappola; il cacciatore campano legava i cardellini catturati e li usava poi come richiamo per gli altri. Per lui anche 1.000 euro di multa per violazione della legge regionale 17 del 1995 che vieta la detenzione e l’uso della rete da uccellagione. Negli ultimi tre anni sono stati oltre una cinquantina i campani denunciati per la pratica di questa deprecabile usanza. Gli uomini della stazione di Sabaudia, guidati dal vicecomandante Rossi, hanno invece scoperto aree, a ridosso delle sponde del lago di Paola, a Molella, in cui venivano sotterrati rifiuti speciali provenienti da lavorazioni agricole. Il nylon utilizzato per le serre, poi dismesso, veniva interrato a ridosso del bacino lacustre. Un’informativa in merito è stata inviata alla procura ed è stato informato del fatto anche l’ufficio Ambiente del comune di Sabaudia perché adotti i provvedimenti necessari. (E.Pie.)
Fonte: IL MESSAGGERO
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Cagnolina e inseparabile cercano i propri padroni
CESENA – Giornata nera, quella di ieri, per gli animali. Complici forse anche i temporali di questi due giorni che li debbono aver spaventati.Il primo appello arriva da una famiglia di via Faenza (zona San Mauro in Valle) che ha salvato un pappagallino del tipo “inseparabili”. E’ “dei colori della Jamaica” (verde giallo e rosso-arancione) e chi se lo fosse fatto sfuggire dalla gabbia può contattare direttamente per riaverlo il numero di telefono 0547/380288.Il secondo appello arriva invece dalla proprietaria di una cagnetta di razza Bassotto nano. Si chiama Kira ed ha il microchip.E’ scappata da casa e più precisamente dalla zona di San martino in Fiume. Inutile sottolineare la preoccupazione dei suoi padroni che hanno contattato il Corriere per cercare di ritrovarla. Chi l’avesse trovata o vista in zona può fornire indicazioni utili al numero di cellulare 328/1246004.
Fonte: CORRIERE ROMAGNA (Edizione di: CESENA)
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34 tappe per la campagna itinerante del Cts Ambiente
Il veliero salpa nel Mediterraneo sulla rotta dei delfini

Terza edizione dell’iniziativa per monitorare lo stato di salute dei cetacei di nostri mari, esaminando anche l’entità delle principali fonti di minaccia quali l’inquinamento, la pesca professionale ed il traffico nautico. Un occhio di riguardo per i più piccoli, ai quali lo staff del Veliero proporrà giochi appositamente ideati e finalizzati alla scoperta dell’ambiente marino
E’ salpato il 9 luglio alla volta di nuove avventure il “veliero dei delfini”, la campagna itinerante del CTS Ambiente sulle rotte della biodiversità. A bordo del veliero Southern Cross, un gruppo di ricercatori e cetologi studierà, la distribuzione ed il comportamento del Delfino Costiero seguendo per oltre 2000 miglia i cetacei del mar Mediterraneo. La campagna è promossa ed organizzata in collaborazione con il ministero dell’ Ambiente e della Tutela del Territorio e con il comando Generale delle Capitanerie di Porto.
Il Veliero, a bordo del quale ci sono studiosi, ricercatori e cetologi, percorrerà oltre 2000 miglia sulle rotte della Biodiversità del Mare Nostrum, partendo dal Tirreno centrale, visitando le Aree Marine Protette italiane e poi giù sino alla Libia e alla Tunisia. Il principale obiettivo di questa terza edizione è quello di monitorare lo stato di salute dei cetacei di nostri mari, esaminando anche l’entità delle principali fonti di minaccia quali l’inquinamento, la pesca professionale ed il traffico nautico. La finalità di questa attività è quella di porre l’accento, ancora una volta, sull’importanza ed il valore della biodiversità nella regione mediterranea, di cui il Veliero dei Delfini diventa idealmente portavoce ufficiale.
«Con questa iniziativa – commenta Stefano Di Marco, vice presidente del CTS Ambiente – vogliamo far comprendere al pubblico la necessità di tutelare questi mammiferi marini importanti non solo dal punto d vista della biodiversità ma preziosi anche per lo sviluppo socio-economico locale. La presenza stabile dei delfini o di altre specie di cetacei consente infatti di raggiungere un duplice scopo:da un lato sviluppare forme di ecoturismo, quali il dolphin wacthing, che possono veder coinvolti i giovani e i pescatori del posto; dall’altro armonizzare i rapporti tra delfini e pescatori dal momento che una delle principali minacce è proprio dovuta all’interazione tra i delfini e le attività di pesca professionale.» In ognuna delle 34 tappe del tour verranno organizzate, in collaborazione con le istituzioni locali e le amministrazioni delle Aree Marine Protette, e su specifico mandato del ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio, una serie di iniziative di sensibilizzazione rivolte al pubblico, alle popolazioni residenti in aree protette e borghi marinari e alle comunità di pescatori che operano quotidianamente in mare.
Per la campagna 2005 è prevista una durata complessiva di circa 75 giorni durante i quali verranno percorse oltre 2000 miglia. Il veliero, nel corso della navigazione, effettuerà circa 30 tappe che toccheranno, non solo le marinerie dove si ritiene che sia particolarmente delicata l’interazione tra attività umane e cetacei, ma anche alcuni paesi che si affacciano sul Mediterraneo e condividono con l’Italia la responsabilità ambientale nei confronti di un mare comune.
L’imbarcazione navigherà nei mesi di luglio, agosto e settembre. Alle attività di promozione, informazione e sensibilizzazione sarà dedicato ampio spazio durante ogni tappa. L’azione sarà indirizzata ai turisti (adulti e bambini), alle popolazioni residenti e alle comunità di pescatori; sarà svolta con modalità e strategie diverse a seconda del target di riferimento. Una volta arrivato in porto, il personale scientifico imbarcato, in collaborazione con le istituzioni locali e il ministero dell’Ambiente, organizzerà incontri, dibattiti e iniziative volte alla sensibilizzazione del grande pubblico, mentre gli animatori si dedicheranno ai più piccoli.
Durante ogni sosta verranno realizzati una serie d’incontri serali denominati «Il mondo dei delfini».
Nel corso della serata, verranno presentate le finalità della campagna e – attraverso l’ausilio di una specifica presentazione power-point e corredata da filmati e foto – i partecipanti potranno scoprire l’affascinante mondo dei cetacei e altri animali.
L’iniziativa, quando all’interno di un parco o di una riserva marina, potrà anche essere l’occasione per presentare al pubblico le caratteristiche salienti dell’area protetta e le iniziative in programma. Fra le altre iniziative promosse dal Cts, la campagna «Adotta un Delfino», per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla necessità di tutelare questi animali e raccogliere fondi per sostenere le attività di ricerca svolte dai biologi nei Centri Ricerca Delfini dell’associazione.
Durante la giornata è previsto che lo staff del Veliero si rechi sulle spiagge per proporre – soprattutto ai bambini e alle famiglie – un programma di giochi appositamente ideati e finalizzati alla scoperta dei delfini e più in generale dell’ambiente marino. Ai partecipanti a queste attività verranno distribuiti gadget appositamente realizzati per la campagna.
www.ilvelierodeidelfini.it
Fonte: VILLAGGIO GLOBALE
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Cardellini catturati con le reti Bracconiere bloccato dal Nipaf
TERRACINA — I cardellini, specie protetta, consentono ottimi guadagni sul mercato nero partenopeo e l’assalto dei bracconieri in provincia prosegue. Un cacciatore di frodo, che stava catturando gli uccelletti con le reti nelle campagne di San Martino, è stato bloccato dai forestali del Nipaf. Per C.S. denuncia alla Procura. Liberati 15 cardellini.
Fonte: IL TEMPO
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I cani sfilano in passerella al parco De Riseis
«SEI zampe in passerella» oggi a Villa De Riseis. Alla manifestazione, organizzata dalla sezione pescarese della Lega per la difesa del cane, può partecipare chiunque voglia vivere il suo momento di gloria in compagnia del proprio amico a quattro zampe, non necessariamente di razza. L’iscrizione è gratuita e va effettuata prima dell’inizio della sfilata, fissato alle 17. Saranno presenti i volontari che gestiscono il canile di Chieti e il Dog Village di Montesilvano, oltre alle guardie cinofile della Lega di San Benedetto e alla scuola di addestramento cani del centro marchigiano, che darà una dimostrazione dell’operazione di recupero di un disperso. Per padroni e fido ci sono in palio crocchette e kit gioco offerti dai negozi specializzati di Pescara e Montesilvano. Tre premi sono riservati ai rappresentanti dei rifugi, mentre quelli per i cani di proprietà verranno assegnati da due giurie, di cui una composta da bimbi, ai quali spetterà il compito di individuare il concorrente con la coda “più festoso”. Presso lo stand della Lega di Pescara sarà possibile adottare cuccioli e lasciare offerte per l’associazione. Na.Mir.
Fonte: IL TEMPO (MOLISE)
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Bufale storiche
Il misterioso caso della rana- toro

Nel 1966, tra pecore e cani sgozzati, l’ululato di un grosso batrace scosse la palude di Sesto San Giovanni. Si fermò l’Italia e partì la caccia al mostro. Ma la verità era che…
All’epoca i corrispondenti dalle province venivano pagati 35 lire a riga. Chi più scriveva più intascava. E quell’estate i cronisti erano riusciti a campare alla grande, nonostante la calma piatta ( e feriale) di notizie. Il successo fu dovuto al mostro misterioso che allignava sul fondo di un’angusta palude. A Sesto San Giovanni, dietro le fabbriche della Falk. Era il 1966, si stampava col piombo e internet era ancora di là da venire. La cronaca si metteva insieme facendo il giro delle stazioni dei carabinieri e dei commissariati di polizia. Niente telefono, si usava andare di persona a suonare il campanello al brigadiere. Mattino, pomeriggio e alla sera tardi, prima che le rotative cominciassero a girare. Il brigadiere Zanotti, in servizio a Sesto, quell’estate fu artefice senza accorgersene, della fortuna dei corrispondenti della zona e non soltanto di loro. La grande notizia partì proprio dalla sua caserma e fece il giro dell’Italia. Titoli a nove colonne sui giornali nazionali, che schierarono gli inviati speciali. Protagonista sempre lui: ” Il mostro della palude di Sesto”. Un mistero mai svelato, del quale oggi ci racconta volentieri Giuseppe Gallizzi, 32 anni al Corriere della Sera, come cronista e poi come redattore capo. Fu l’autore dello scoop, e il mostro lo vide ” nascere”. In quegli anni stava all’Informatore, settimanale di Sesto San Giovanni, maera anche attivissimo corrispondente ( dalla zona) per il quotidiano di via Solferino. Dice Gallizzi: « È successo tutto durante il giro del pomeriggio. Mi aprì il portone il solito Zanotti. Che portava la divisa perfettamente stirata. ” Novità brigadiere?”, domandai. ” Niente, tutto a posto per oggi”, fu la risposta. Tutto a posto un corno, pensai io » , ricorda il giornalista, « mi ostinai e tornai alla carica: ” Proprio niente signore?”. E lui: ” C’è la carogna di una pecora giù alla palude e la gente da quelle parti già dice che la notte sente ululare” » . È fatta, pensò il cronista. E andò di corsa allo stagno, che era fondo quasi 5 metri nel punto più alto ed era grande come un campo di pallone. La carcassa ovina era là, a 10 centimetri dalla riva, in via Della Pace. Due metri più avanti c’era pure un cane. Sgozzato, sussurrò qualcuno. Luigi Rossi, capo della Protezione animali ( si chiamava così), particolarmente versato in anfibiologia, guardò la povera bestia e sentenziò: « Il caso è misterioso, il meticcio presenta squarci alla gola, come fosse stato azzannato o finito a unghiate » . Non c’è dubbio: il mostro si nasconde nella palude. Bastò un titolo sul giornale del mattino, e la psicosi fu generale. « La gente di Sesto, centro notoriamente operoso e quindi uso a lunghi e pacifici sonni riparatori, la notte non chiude più occhio » , scriveva il grande Dino Buzzati. Stando alle cronache, il terrificante ululato saliva dalle acque melmose appena il buio calava. Un innocuo ranocchione ( ululone), in fondo a un fiume? Macché, Giuseppe Gallizzi ricorda le parole della gente che ormai passava le notti in bianco: « Non è un gracidare, il verso assomiglia di più a un lungo muggito ( così: muuuhmuuuh…) e si sente anche sei- sette volte in una notte » . Arrivarono i pompieri, la polizia, i carabinieri e i battitori con i gambali alti. Armati di mazze di ferro e retini, cominciarono la caccia. Il postino Ernesto Bottoli, che veniva da Mantova, diede subito il suo parere: « Secondo me è una ranagolia, detta anche ranatoro. Quattro anni fa ne trovarono cinque o sei nel lago Inferiore di Mantova; sono anfibi che rivano dalla California, a zampe distese arrivano fino a 70 centimetri di lunghezza. Alcuni mesi fa ne hanno uccisa una anche nel Cremonese, con una bomba a mano » . Ma un mostro è sempre un mostro, se attacca si può anche sparare. E un tale decise di mettergli una taglia di 50 mila lire sulla testa. « A quel punto fu guerra dichia- arrata » , dice Gallizzi, « c’era la folla in via Della Pace e la fila di macchine fino a Monza, la gente veniva da tutta la Lombardia per assistere alle battute. Gli ambulanti avevano portato in riva all’acquitrino le bancarelle, con le bibite e i panini col salame. Pagine e pagine sui giornali, io ero diventato amico del brigadiere e così il mio giornale aveva sempre qualche ululato in più, rispetto agli altri. Si campò così due mesi » . Alla fine i pompieri svuotarono lo stagno, e sul fondo i pescatori Francesco Panchieri e Antonio Martinelli, trovarono una rana- toro che pesava 7 etti e 80 grammi. Il mostro fu catturato con una rete e la storia finì. Ma a Sesto, quando arriva l’estate qualcuno sente ancora ululare.
Cristiana Lodi
Fonte: LIBERO
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Come fu trattato dalla stampa
« Che diamine, un po’ di pietà per il rospo ululone… » Quando il cronista Buzzati onorava le leggende metropolitane

Riportiamo l’articolo del Corriere della sera del 27 maggio ‘ 66 a firma del cronista d’eccezione Dino Buzzati sulla risoluzione dello strano caso della Rana- toro.
di DINO BUZZATI
Meraviglia delle meraviglie il ” mostro” di Sesto san Giovanni è stato stanato, dopo serrata caccia, catturato, e non ammazzato ( sic). La cosa ha veramente dell’incredibile in un Paese dove la comparsa di un qualsiasi animale desta negli uomini ( e nei bambini) l’immediato impulso di ucciderlo. Impulso che raggiunge poi la frenesia se la personalità della bestia esce dalla norma. Si era ricorsi, come sempre in questi casi, al vocabolo ” mostro”, non già usato nel senso etimologico di cosa atta a destare meraviglia bensì di belva nefasta e misteriosa. Lo si definiva così solo per galvanizzare un poco la faccenda e conferire un pizzico di ” suspence” alle notti di Sesto San Giovanni, centro notoriamente operoso e quindi uso a lunghi e pacifici sonni riparatori. Se qualcuno vera, mente credeva al ” mostro” o addirittura ne tremava, era evidente segno che i suoi nervi, e il suo cervello, avevano scarsa consistenza…. Era altrettanto chiaro che, se veramente un animale abitatva l’angusta palude, questo animale non era niente più che una rana gigante, una rana- bue o rana- toro, un innocuo ranocchione insomma, capace di sterminare mosche e zanzare, ma del tutto inoffensivo per l’uomo. E allora perché tanto accanimento? Il fatto è che il ” mostro” – si rispondeva – disturbava le notti del casigliani intimi . coi suoi terrificanti ululati: e perciò bisognava annientarlo. Adagio: chi scrive non ha avuto la fortuna di udire i boati del drago di Sesto san Giovanni ma ha potuto degustare in passato sia la voce diunarana- toro che abitava in un laghettino del Veneto sia il do di petto di un cosiddetto rospo ululone, sulla riva di un fiume. Ebbene non dico che superassero l’usignolo, ma né l’una né l’altro mancavano di un loro patetico e selvatico incanto. Ricordiamoci che fra tutti gli animali viventi quelli che emettono i suoni più sgradevoli sono il cane e l’asino; proprio due tipi che l’uomo ha ammesso nel proprio consorzio domestico. Molto meglio, per esempio, nonostante la pessima fama, sono i singhiozzi della jena, le risate dello scoiattolo e perfino il verso, così accorato, della fatidica civetta. Comunque, per quanto dotata di una gigantesca laringe, la ranocchia di Sesto sarà stata sempre meno angosciosa dell’otaria la quale, dai giardini pubblici, fino a pochi mesi fa, spandeva il suo disperato richiamo sulla città addormentata ( a proposito come mai il querulo mammifero non si fa più sentire?). Non solo ma nel clima squallidamente industriale e disadorno di Sesto San Giovanni un simile canto, sia pure gutturale, di Madre Natura, avrebbe dovuto essere, ci sembra, piuttosto favorito che osteggiato. Un po’ di romanticismo, che diamine. Quali che potessero essere le opinioni in proposito, una cosa però era ampiamente scontata: che, una volta caduta nelle mani dei concittadini, la rana, mastodontica o mingherlina che fosse, avrebbe fatto la miseranda fine decretata in Italia da un inveterato costume a qualsiasi animale in libera circolazione. E invece no. Il ranocchio si trova in stato di cattivitàsi ma, per così dire, non ha avuto torto un capello: e gode ottima salute. Alleluia. L’episodio, pressoché inverosimile, assume le proporzioni di un enorme fatto giornalistico. E contiamo che il nome di Sesto San Giovanni venga subito scritto in lettere maiuscole nell’albo d’oro della zoofilia italiana, finora pressoché deserto.
Fonte: LIBERO
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Usa. Rovesciata una vecchia teoria
Altro che sonno, lo sbadiglio stimola l’azione
Per gli animali è invece un modo di comunicare

PHILADELPHIA Fino a oggi si è sempre creduto che lo sbadiglio servisse semplicemente a ossigenare il cervello oltre che a comunicare all’organismo che è ora di andare a dormire: il primo ad avanzare una simile ipotesi fu Ippocrate nel 390 a. C. Ma ora una nuova teoria, formulata da studiosi americani della Drexel University a Philadelphia, afferma sostanzialmente il contrario, ovvero che esso serve soprattutto a preparare l’organismo all’azione. In particolare gli esperti ritengono lo sbadiglio un aspetto della fisiologia umana che abbiamo ereditato dalle prime forme di ominidi, nelle quali esso serviva ad avvertire che era giunto il momento di mettersi in moto per andare a caccia. Gli studiosi statunitensi hanno osservato che anche nell’uomo moderno lo sbadiglio anticipa determinate circostanze in cui ci si prepara all’azione: il riferimento è per esempio ad atleti, direttori di orchestra, e paracadutisti che prima di affrontare le rispettive prove sbadigliano. Secondo i ricercatori con lo sbadiglio si introducono maggiori quantità di ossigeno soprattutto nei polmoni, e questo fa sì che si abbia un miglioramento complessivo della circolazione sanguigna. Un’altra conseguenza utile dello sbadiglio è quella di favorire l’apertura delle tube di Eustachio per bilanciare la pressione nell’orecchio medio. Inoltre lo sbadiglio serve a potenziare i riflessi. Una serie di esperimenti compiuti sui simulatori di guida ha dimostrato che sbadigliando il rischio di andare incontro a un incidente stradale diminuisce enormemente. E negli animali, lo sbadiglio ha lo stesso significato che ha nell’uomo? Secondo gli scienziati, nel regno animale, dove tutte le specie sbadigliano, soprattutto se appartenenti alla classe dei mammiferi, esso consente di mantenere puliti i denti, di sgranchire i muscoli delle mascelle e nello stesso tempo di comunicare. Nei gatti, per esempio, sembra essere una richiesta di protezione e rassicurazione mentre nei cani indica eccitazione e impazienza; nel mondo degli struzzi, invece, lo sbadiglio viene utilizzato dall’esemplare di rango più elevato per comunicare agli altri membri l’assenza di pericolo. Da un punto di vista chimico lo sbadiglio è determinato da alcune sostanze prodotte dall’ipotalamo, ossia la dopamina e la serotonina. A confermare un simile dato è il fatto che chi fa uso di antidepressivi, a base di serotonina, sbadiglia moltissimo, mentre le persone ammalate di Parkinson, che presentano una mancanza di dopamina, lo fanno di rado. Ma è vero che lo sbadiglio è contagioso? In questo caso la risposta è affermativa. Tant’è che statisticamente il 55 per cento delle persone che vedono sbadigliare un loro simile finisce per ripetere il gesto nell’arco di cinque minuti. Secondo i ricercatori lo sbadiglio diventa contagioso tra il primo e il secondo anno di vita. E per spiegare questo fenomeno sono state proposte numerose teorie. Tra le più accreditate c’è quella secondo cui lo sbadiglio è un segnale paralinguistico, vale a dire complementare del linguaggio convenzionalmente parlato. Secondo questa teoria lo sbadiglio fornirebbe informazioni a proposito dello stato di noia o di sonnolenza in cui un individuo si trova, e la sua contagiosità servirebbe a sincronizzare i ritmi di attività del gruppo sociale di appartenenza. Steven Platek, psicologo della Drexel University a Philadelphia, in Pennsylvania, ha in particolare reclutato un gruppo di persone e lo ha sottoposto alla visione di video che trasmettevano persone nell’atto di sbadigliare. Nel giro di poco tempo gli spettatori, in una percentuale variabile dal 40 al 60%, non hanno resistito e hanno cominciato a sbadigliare a loro volta. Secondo lo scienziato coloro che sono immuni al ” contagio” e non sbadigliano come gli altri sono individui con scarsa capacità di mettersi nei panni altrui, soggetti che mancano della caratteristica umana di mostrare empatia per il prossimo. Ronald Baenninger, ricercatore e autore di studi sugli sbadigli alla Temple University di Philadelphia, sostiene che i risultati della ricerca trovano una spiegazione dal punto di vista evolutivo. Egli ritiene che lo sbadiglio contagioso può aver aiutato i nostri antenati a coordinare i periodi di attività e di riposo. « È importante che tutti i membri di un gruppo – sostiene Baenninger – siano pronti a fare la stessa cosa contemporaneamente » . Gianluca Grossi
Fonte: LIBERO
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Gatti bonsai e cani- topi: truffe in rete
MILANO « Allo stesso modo delle antiche leg gende popolari di tesori sepolti, presagi, spettri ed eroi fuorilegge alla maniera di Robin Hood, le leggende urbane so no raccontate seria mente, circolano so prattutto di bocca in bocca e variano costan temente in qualche det taglio da una narrazio ne ad un’altra, mante nendo tuttavia un nu cleo centrale di mate riale tradizionale, il mo tif o tema » . Così Jan Harold Brun vand, professore dell’u niversità dello Utah, de scriveva il fenomeno delle leggende metro politane. Queste storie solitamente nascono legate a qualche fatto di cronaca e fanno leva sulle più intime paure dell’uomo. Spesso, tut tavia si tratta solo di burle, orchestrate ad ar te da qualche cialtrone e non sono mancati in passato casi in cui per sino la stampa si è la sciata ingannare dal lo ro fascino. Ultima della serie è la storia dei gatti bonsai del sito www. b o n s a i k i tte n . c o m . Una misteriosa asso ciazione giapponese spiegava su internet co me inscatolare gatti e cani e mantenerli in vi ta, documentando il tutto con una serie di fo to. La notizia ha ovvia mente dato scandalo e alcuni giornali, il Mes saggero di Roma su tut ti, non ha mancato di ri portare la notizia. In realtà tutta la faccenda era stata montata ad ar te da alcuni studenti del MIT di Boston annoiati dagli esami. Le bufale non riguar dano, comunque, i soli giornalisti: anche i foto grafi non sono infatti esenti da colpe. Dopo il black out che ha lascia to l’Italia al buio nel 2003 è comparsa su tut ti i giornali una foto del la penisola senza luci vi sta dal satellite. Repub blica ha dedicato all’im magine una pagina in tera. Unico problema: dalla foto erano sparite tutte le nuvole che co privano in quel momen to il bel paese e alcune parti erano stata chiara mente ritoccate al com puter. Sempre sul sito di Repubblica è apparsa un anno fa una foto di un’esplosione avvenu ta in Corea del Nord nel la città di Ryongchong, vicino alla frontiera con la Cina. Poco tempo do po si è scoperto che in realtà la foto era stata scattatata in Iraq. Le leggende più colo rite rimangono, comun que, quelle che circola no di bocca in bocca. El vis Prisley, per esempio, non sarebbe mai morto ma vive ancora nell’a nonimato e Clint East wood in realtà sarebbe il figlio illegittimo di Stan Laurel, meglio co nosciuto come Stanlio, compagno di Ollio. Una donna messicana avrebbe vissuto per an ni con un topo in casa credendolo un cane e nelle fogne delle grandi città vivrebbero centi naia di coccodrilli. Lorenzo Mottola
Fonte: LIBERO
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Difficile convivere con un gatto fisso sul pc e una micia killer
di Oscar Grazioli
Questa volta vi propongo un quadretto familiare. Io possiedo due gatti e due balconi. Per la verità sono certo di possedere i due balconi, perché andando a vedere il rogito è indubitabile che ci sono, mentre non sono sicuro di possedere due gatti. In realtà sono loro che possiedono me. Diciamola fuori dai denti. I due dolci felini tengono in ostaggio un’intera maisonnette e i loro occupanti. In questo preciso momento, mentre sto digitando sulla tastiera, Squit ( il maschio) si è comodamente adagiato tra il monitor e la stessa, non prima di avere fatto una dozzina di giretti avanti e indietro, indietro e avanti, strusciando il suo musetto rotondo su pile di fogli e cartelle che giacciono ora a terra in attesa che io le raccolga. Finalmente, dopo avere pigiato il Canc, il Backspace e il Bloc M. un paio di volte ha trovato una dignitosa sistemazione. Siccome sono miope e non mi basta uno schermo da 17 pollici, lo spazio tra monitor e tastiera è limitato al massimo, sicché la coda giace sul tastierino numerico e il muso oscilla lentamente tra l’ESC e il Mode, scostato dolcemente dalla mia mano. Ogni tanto, quando smette di ronfare, rovescia letteralmente la testa al centro dei tasti alla ricerca di un buffetto. Vi lascio immaginare quanto, questa diuturna battaglia, mi costi in termini di tempo, soldi e paradiso. Soldi perché trovo spesso tastiera e mouse ( ma perché l’hanno chiamato ” topo”?) senza fili sfracellati a terra e paradiso perché qualche moccolo mi scappa. E l’amico Don Attilio, pur essendo un prete moderno, mi rammenta che il buon Dio ogni tanto qualcuno all’inferno ce lo sbatte davvero. Veniamo ai balconi. I gatti che stanno in casa vanno sui balconi e amano girare spericolatamente su cordoli che farebbero venire le vertigini ad un astronauta. Sui balconi ci vanno anche ignare lucertole che si arrampicano sul muro faccia a vista. Se avete una femmina killer come la mia Lulù, ogni giorno vedete sfrecciare un gatto sogghignante e un codino che si agita sul pavimento. Che fare? Lasciare che la natura faccia il suo corso e l’assassina si diverta nel suo gioco criminale? Ah no, quella povera lucertolina, la cui unica arma di difesa si agita inutilmente sul pavimento insanguinato, ha anche lei i suoi diritti. E allora parte l’unità mobile d’intervento. Il sauro viene sottratto dalle grinfie feline e ricoverato nell’unità di pronto soccorso, mentre l’assassina che osserva incredula il salvataggio viene gratificata con crocchette, un topo meccanico e il trofeo che ancora si agita sulle mattonelle. Ve l’avevo detto che oggi trattavo di un quadretto familiare ma scommetto che anche voi….
Fonte: LIBERO
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Allarme nel Mediterraneo. Avvistato dai pescatori nelle coste dell’Istria un esemplare di 4 metri. Il Ministero del Turusmo allerta i bagnanti: meglio nuotare vicino alla riva
Squalo al largo, panico in Adriatico

MILANO È un po’ timido, estremamente prudente ed elusivo. Difficilmente si avvicina all’uomo. È opportunista quanto basta, senza ombra di dubbio un buongustaio nel quale convive una duplice natura: di premuroso veterinario dei mari da un lato, di spazzino indefesso dall’altro. Considerato un superstite – nel Mediterraneo se ne contano poche decine, ma in virtù del suo aspetto minaccioso nessuno si preoccupa di proteggerlo – può oltrepassare i sette metri di lunghezza. È l’identikit del re dei predatori, lo squalo bianco, tracciata da uno dei massimi esperti italiani in materia: il fotografo e documentarista Alberto Luca Recchi. Lo abbiamo interpellato per far luce sullo spauracchio dei bagnanti che affollano l’Adriatico da quando, ieri, dopo l’avvistamento di un esemplare di quattro metri, il ministero del Turismo croato ha lanciato l’allarme. Meglio non avventurarsi a nuotare troppo al largo, è il caldo invito rivolto ai villeggianti.
AVVISTAMENTO A KRK
Già nei giorni scorsi il predatore era stato avvistato da alcuni pescatori nei pressi delle coste istriane e dell’Isola di Krk. Le autorità portuali hanno annunciato che delimiteranno le aree ritenute più a rischio con delle bandierine segnaletiche. Il primo passo è appurare se, in effetti, si tratta sul serio di uno squalo bianco, cosa che si può verificare solo dentro l’acqua – « da lontano è impossibile, sarebbe come dovere stabilire da una certa distanza se un orientale è un cinese, un giapponese oppure un taiwanese » – mette i punti sulle ” i” l’esperto. Dopodiché va detto che « in teoria, è molto pericoloso: un esemplare di quelle dimensioni può divorare un’intera famigliola » , prosegue Recchi. In pratica, non lo è: la sua preda preferita sono i tonni che, specie in questa stagione, nuotano al largo nelle acque del Mediterraneo. Recchi, infatti, ci illumina sulla dieta degli squali: « Non sono affatto attratti dalla carne umana perché non è abbastanza grassa. Neppure un uomo di una certa mole, sui 150 chili, è appetibile. Mai, quantomeno, come la carne di foca o di delfino. In buona sostanza, gli squali ci assaggiano, non gradiscono e ci risputano. Magra consolazione, perché il grosso rischio, dopo un solo boccone ( leggi attacco del pescecane) è quello di passare a miglior vita per dissanguamento. Amen. Non è un caso che il documentarista si soffermi sul carattere particolarmente elusivo dello squalo bianco che, raramente, si avvicina all’uomo. E la riprova sono le cifre fornite dagli esperti sulle vittime: l’ultimo bollettino aggiornato parla di due morti, in tutto il Mediterraneo, nell’arco di mezzo secolo. Peraltro in circostanze misteriose. Recchi allude agli episodi registrati oltre due decenni fa a S. Felice del Circeo e a Piombino, nel golfo di Baratti. Il parere dell’esperto è rassicurante. Meglio non cedere a inutili allarmismi: « Gli umani non rientrano nel menù degli squali, proprio come noi disdegnamo pigne e tartarughe » .
PIÙ INFIDE LE ZANZARE
Paradossalmente, sono più pericolose le zanzare che mietono, nel mondo, quattromila vittime al giorno a fronte delle venti, nell’arco di un anno, dei pescecani. E se è giunta l’ora, per l’uomo, di sfatare il mito che lo vede padrone del pianeta, e rassegnarsi, una buona volta, a fare la parte della preda ( « in fin dei conti, gli squali bianchi esistono da sempre, sono stati i primi inquilini del pianeta assieme agli scorpioni » , puntualizza Recchi), va sottolineato che sono gli unici, grandi predatori non protetti dall’uomo. « A differenza di orsi, tigri, leoni e coccodrilli » , sentenzia l'” avvocato dello squalo” mettendo in luce le mille virtù della creatura. È un regolatore della buona salute del mare, vale più di mille attestati e bandiere blu perchè, se ricche di prede, significa che le acque sono pulite. È un veterinario in quanto si nutre di pesci malati impedendo che l’epidemia si diffonda, e un po’ spazzino perchè così facendo depura la fauna marina. Recchi si congeda con un appello ai sindaci e agli assessori croati: « Usate l’ospite per far pubblicità al vostro mare » . L’unico avvertimento lo rivolge ai subacquei.
ATTENZIONE PER I SUB
« Durante la pesca non legatevi il bottino alla coscia nè alle pinne. Sarebbe come esporre il cartello pubblicitario ” mordi qui” » . Per i bagnanti, ovvio, meglio star lontani dalle baie dove è stata avvistata la pinna. Se il sub lo squalo lo vede per intero, il bagnante sulla battigia lo coglie solo a metà, per cui potrebbe essere tentato di ” assaggiarlo”. Detto fuori dai denti, i suggerimenti valgono per gli altri. Recchi, promotore nel ‘ 99 della prima spedizione mediterranea ” Obiettivo Squali”, in sei mesi di perlustrazioni con la pastura – da Pescara a Messina – ha girato tre minuti di filmato riuscendo a scorgere il predatore solo due volte. Per lui sarebbe una pacchia: « Se fossi in Croazia, starei tutto il tempo in acqua » . Alba Piazza
Gli esperti sostengono che siano molto più pericolose le zanzare che mietono, nel mondo, 4mila vittime al giorno a fronte delle 20, nell’arco di un anno intero, provocate dai pescecani.
LO SQUALO BIANCO Terrore dei bagnanti
GLI ULTIMI ATTACCHI
In Croazia, l’ultimo attacco di uno squalo all’uomo risale al 1971. In Italia si parla di vent’anni fa: una vittima venne trovata a San Felice del Circeo, un’altra a Piombino, nel Golfo di Baratti. Entrambi gli episodi sono oscurati da un velo di mistero: nel primo caso, infatti, non si escluse che la vittima fosse stata trinciata dall’elica di un motoscafo; nel secondo gli inquirenti non si spiegarono come l’attrezzatura del sub non venne mai ritrovata
IL PIÙ GRANDE
Il più grande esemplare di squalo bianco catturato nel Mediterraneo venti anni fa, a Malta, era una femmina lunga circa sette metri. Il pesce era reduce da un lauto pasto: nella pancia sono stati ritrovati un delfino, una verdesca, una tartaruga delle dimensioni di un tavolino da bar e diversi sacchetti colmi di spazzatura
L’ IDENTIKIT
Lo squalo bianco ha un carattere un po’ timido, estremamente prudente ed elusivo. Difficilmente si avvicina all’uomo. È un buon gustaio, si nutre per lo più di tonno e predilige carni grasse, per questo non apprezza la carne umana. È un regolatore della buona salute del mare perchè, essendo un predatore, se il mare è ricco di prede significa che le acque sono pulite. È un ” veterinario” in quanto si nutre di pesci malati impedendo che l’epidemia si diffonda, ed è uno spazzino perchè così facendo cura la salute della popolazione marina depurandola dagli elementi nocivi.
UN SUPERSTITE
È l’unico grande predatore che, a differenza di orsi, tigri, leoni e coccodrilli, non è protetto dall’uomo. Nel Mediterraneo, infatti, se ne contano poche decine di superstiti. Ormai è una specie a rischio d’estinzione
POCHE VITTIME
Gli esperti sostengono che siano molto più pericolose le zanzare che mietono, nel mondo, 4mila vittime al giorno a fronte delle 20, nell’arco di un anno intero, provocate dai pescecani.
Fonte: LIBERO
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Il giovane scienziato ha nuotato per più di un anno “camuffato” con tanto di pinne: “Ho imparato seguendo il nonno da bambino”
“Con lo squalo-robot tra i pescecani così ho studiato i giganti del mare”
La sfida di Fabien Cousteau, nipote del grande oceanografo

di GAIA GIULIANI
ROMA – Ha nuotato per più di un anno con loro, in mezzo a loro, camuffato da squalo. Fabien Cousteau, 34 anni, nipote di Jacques e oceanografo anche lui, ha inventato il primo squalo robot del mondo. Appassionato di immersioni fin da quando seguiva il nonno nelle spedizioni marine sulla mitica Calypso, Fabien ha rubato al fumetto Tin Tin l’idea per costruire Troy, il primo robot con le pinne.
In un’avventura inedita in Italia il giovane Tin Tin perlustrava i fondali oceanici alla guida di un avveniristico sottomarino a forma di squalo. “Avevo sette anni quando lessi il fumetto, e decisi che prima o poi avrei avuto un pesce come quello. Volevo far capire al mondo che gli squali vengono a torto dipinti come delle macchine da guerra, e roba come il film di Spielberg è pura fantasia: gli squali bianchi non sono dei mostri assetati di sangue, semmai sono loro ad aver paura degli esseri umani”.
Per dimostrarlo bisognava riuscire ad osservarli con una piattaforma che li distraesse il meno possibile, e l’ipotesi di una gabbia come quella in cui si immerge il protagonista de “Lo squalo” non andava bene. Paura di essere attaccato? “No, l’unico timore era quello di spaventarli, sono animali molto diffidenti”.
E allora si è mescolato agli amati squali con tanto di pinne e l’aiuto di un po’ di tecnologia. E di Eddie Paul, esperto di effetti di speciali in forze ad Hollywood (tra i preferiti di David Lynch), che gli ha costruito Troy “un vero e proprio sottomarino con una cavità interna che ho spesso paragonato al grembo materno”, dove Cousteau si è potuto sdraiare manovrando il mezzo grazie ad una sorta di joystick molto simile alla barra di comando che usano i jet.
Il problema era farlo muovere silenziosamente, cercando di imitare il più possibile i movimenti degli squali bianchi che sono impercettibili e molto flessuosi. “Ma ci siamo riusciti utilizzando un sistema pneumatico a circuito chiuso e una doppia spina in Lexan che ha permesso alla coda di Troy di nuotare con grande agilità”. Gli squali hanno creduto alla finzione avvicinandosi inizialmente con cautela, una paura che hanno vinto in fretta accodandosi presto al loro nuovo amico.
“Questi animali dall’aspetto truce in realtà sono dei veri e propri spazzini del mare, e quando vanno a caccia non lo fanno per rabbia, ma solo per una questione di mera sopravvivenza – spiega lo studioso. – Al contrario di quello che si racconta, sono degli esseri estremamente intelligenti che possiedono una delle masse cerebrali più grandi se proporzionate al corpo. Ho notato che hanno l’abitudine di osservare l’ambiente in un modo analitico, un sistema che gli permette di sopravvivere immutati da più di 400 anni”.
Cousteau ha ripreso tutto grazie a una serie di telecamere che ha fissato sulla testa, sulla prua e sulla poppa dello squalo robot, aggiungendone una interna per riprendersi in azione durante le immersioni. Con il girato sta realizzando un documentario, e in questi giorni è al lavoro per montare le immagini.
Il progetto è autofinanziato, e sono in corso delle trattative per la messa in onda negli Stati Uniti. Riuscirà a sfatare l’immagine dello squalo assassino? “Sarebbe già tanto se riuscissi a far riflettere la gente: mentre gli squali sono responsabili di meno di una dozzina di morti l’anno, e per lo più accidentali, nello stesso periodo è stato calcolato che gli uomini arrivano a macellarne quasi due milioni. E mi chiedo: alla fine, chi è il vero killer?”.
LA REPUBBLICA
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