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Thursday February 22nd 2018

Domani

Abbottonarsi la camicia stava diventando sempre più difficile, le dita magre e affusolate non riuscivano a coordinarsi per fare una cosa così semplice come infilare un bottone in un’asola, senza che il tremore alle mani fosse loro di impedimento. Dallo specchio il suo sguardo spazientito fu attirato dalla ragazza delle pulizie che la salutò prima di andarsene,notò il gesto di volerla aiutare a togliersi dall’impaccio dell’abbottonatura. Ma si era ritratta quasi subito tornando sui suoi passi, pensando probabilmente che quella vecchia così scorbutica non avrebbe accettato. Non appena la ragazza si chiuse la porta della stanza alle sue spalle lasciò perdere la camicia e aprì le finestre, detestava quell’odore del detergente con cui in quel posto venivano puliti i pavimenti, le ricordava il disinfettante tipico degli ospedali. Trattavano la vecchiaia come una malattia infettiva, magari a furia di sterilizzare gli ambienti non l’avrebbero presa loro. Intatto però l’aria fresca del dopo temporale stava facendo il suo effetto, se non altro quel posto aveva dalla sua un bel parco pieno di verde, con un viale di magnolie e un laghetto poco lontano dove poter passeggiare in santa pace. “Quel posto”, non riusciva a considerarlo proprio la casa degli ultimi anni della sua vita, ed era stata lei a dire al suo unico figlio di non voler essere di peso né a lui né alla sua famiglia. Aveva scelto lei la struttura, aveva telefonato e parlato con il direttore, aveva litigato con lui per la retta troppo costosa, attirandosi il rimprovero divertito del figlio: “Mamma – le aveva detto – non sei al mercato che contratti il prezzo del pesce!”. Lei aveva borbottato che in tutta la sua vita non era stata mai spendacciona e che non avrebbe iniziato ad esserlo proprio alla fine. Brutta bestia la solitudine, diceva qualcuno. Oh, ma a lei non pesava di certo, l’aveva sempre vista come una grande opportunità di libertà personale. Ma il medico aveva riempito di preoccupazioni inutili la testa di suo figlio a proposito di certi sintomi che accusava di tanto in tanto, come il tremore alle mani o come… beh, una volta – o saranno state due? – era capitato che non era riuscita a trovare la via per ritornare a casa dalla biblioteca, eppure quella strada l’aveva fatta centinaia di volte. Usciti dall’ambulatorio quel povero ragazzo aveva cercato di convincerla in tutti i modi ad andare a vivere a casa sua, sua moglie ne sarebbe stata contenta ed anche i bambini. Ma lei era stata irremovibile.
Si guardava attorno, la prima volta che aveva messo piede in quella stanza si era sentita disorientata, poi capì che si trattava del senso di estraneità assoluta che le dava tutto quello che stava vivendo. Aveva cercato di ignorarlo circondandosi degli oggetti personali a cui teneva di più, i suoi libri, le foto più care; ricordi che non avrebbe mai reso tediosi con l’edulcorata nostalgia del “bel tempo che fu”, ma ai quali avrebbe dato un incarico molto impegnativo: ricordarle chi era lei. Nei momenti, sempre più frequenti, in cui ritornava dal vuoto in cui improvvisamente era caduta, sentiva la necessità di toccare un libro, aprirlo e sfogliarne la pagine: si sentiva subito meglio quando leggendo qualche frase ricordava la storia a cui apparteneva. Non era del tutto incosciente, sapeva cosa le stava accadendo, ma voleva ritardare il momento in cui questo sarebbe accaduto. Impresa ardua, considerando il fatto che non usciva da quella stanza da giorni, al che si voltò e guardò con disprezzo l’elegante bastone da passeggio che suo figlio le aveva portato il giorno precedente: “Bel regalo fai a tua madre per il suo compleanno! Non lo userò mai, riportalo indietro e pensa a qualcosa che non mi accusi che il mio corpo sta cadendo a pezzi!”. Lui le aveva ricordato pazientemente che avevano deciso insieme quell’acquisto, ma aveva evitato con cura di fare altrettanto con la data del compleanno avvenuto un mese prima. Guardò l’orologio, mancava poco alle sei del pomeriggio, chissà se era arrivato! L’aveva sfidata ridendo: “Mamma domani ti aspetto alle sei al laghetto, sii puntuale…” l’aveva abbracciata e baciata in fronte lasciandole addosso il suo profumo ed era uscito dalla stanza prima che lei avesse il tempo di tirargli dietro il bastone. L’osservò di nuovo, l’idea di uscire da quella sorta di prigione le piaceva moltissimo, ma il pensiero di doverlo fare con quell’arnese ridicolo le contorceva le viscere. Lo prese in mano e provò ad appoggiarvisi:” Ridicola, e inutilmente snob… ah! Non l’avrai vinta…” Aprì la porta e andò dal figlio attraversando il viale di magnolie; l’aria profumava di umide cortecce e terra bagnata. Lui era seduto su una piccola panchina rivolta verso il lago, lei riusciva ancora a camminare con passo leggero. Gli mise una mano sulla spalla, lui la strinse con la sua e le sorrise dicendole come faceva da bambino: “Mamma vieni, siediti…non hai finito di raccontarmi la storia di ieri.”

Adelaide Spallino

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