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Saturday April 21st 2018

LETTERA SU VOITILA di Ettore Masina

La prima definizione che di lui mi viene in mente è quella di “mistico militante”. Sembra una contraddizione in termini, essendo spesso il mistico persona che cerca la solitudine, mentre Giovanni Paolo II, instancabilmente, cercava le folle. Tuttavia c’era in lui un trasporto appassionato per il Sacro, il Misterioso, l’Arcano. Papa Woytjla amava le favole udite, nelle sue escursioni, nei villaggi dei monti Tatra; amava le leggende auree del martirologio, i segreti delle veggenti e degli stigmatizzati, le ombre e le luci di antiche tradizioni; ma soprattutto amava le molteplici immagini della Madonna: quelle acheropite, cioè dipinte da mani non umane (forse da angeli o da Luca, l’evangelista pittore); quelle sfregiate dagli infedeli, e quelle apparse alla contadinella di Lourdes, ai pastorelli di Fatima o a qualche lacero peòn messicano. Ciascuna di queste immagini sembrava, nella devozione di papa Woytjla, diversa da tutte le consorelle, quasi non si trattasse della stessa persona: una dedita alla salvezza dei malati, una alla protezione degli indios, una a presidiare una barriera geopolitica dagli attacchi degli infedeli e l’altra, infine, a proclamare la necessità della distruzione del bolscevismo. Quest’ultima aveva un rapporto personalissimo con lui: nella corona regale che a Fatima posero sul capo della sua immagine è inserita la pallottola che vent’anni fa avrebbe ucciso Giovanni Paolo Secondo, se quella Madonna non avesse steso la tenera mano per deviarne il tragitto.
Della Madre del Cristo era tanto devoto da avere scelto come insegna papale la M di Maria e il motto “Tutto tuo”, il quale aveva non soltanto scandalizzato i protestanti, ma reso perplessi quei cattolici che preferiscono pensare che ognuno, nella Chiesa, debba essere “tutto” di Cristo; e quella sua “pietà mariana”, che certamente costituiva una pietra d’inciampo nel processo ecumenico, ebbe anche, più volte, un’altra singolare espressione. Se, nei curricula di qualche vescovo nominato a una sede importante, si cercavano invano titoli rilevanti di cultura o una briciola di profezia, se dunque ci si domandava le ragioni di una scelta sorprendente, si scopriva spesso che si trattava di persone che – vietnamite, brasiliane o italiane che fossero – avevano composto manuali di spiritualità mariana. Documenti del genere erano per Giovanni Paolo Secondo garanzie di fedeltà, patenti di ortodossia cattolica.
Quando, diventato il successore di Pietro, usciva dal tepore di questo affetto filiale e dalle ombre sacre del passato, Woytjla guardava la Chiesa come una sacra fortezza assediata da temibili avversari. Dapprima gli era stato facile individuare il Nemico: vivendo in un Paese costretto nei confini dell’impero moscovita, il papa polacco – seminarista clandestino obbli-gato a ore di pesante lavoro manuale, poi prete vigilato come persona sospetta, infine vescovo in perenne contesa con l’intolleranza dell’apparato statale e di partito -, aveva potuto misurare la pericolosità del materialismo dialettico, la gravità delle negazioni dei diritti umani, l’ottusa perversione burocratica della leadership sovietica. Perciò aveva continuato ad appoggiare con tutto il suo nuovo prestigio la resistenza di Solidarnosc, e appassionatamente sviluppato una catechesi anticomunista. Nel 1989, alla caduta del muro di Berlino e delle cortine di ferro, i governanti dell’Europa e degli Stati Uniti gli rendevano devoto omaggio come a un grande protagonista (forse il maggiore) dello sgretolamento di quello che Reagan aveva definito “Impero del Male”.
Tuttavia l’anticomunismo di Woytjla non fu privo di conseguenze negative. Lasciandosi dominare dalle sue esperienze personali ed essendo incapsulato, volente o nolente, nel sistema informativo reaganiano, Giovanni Paolo II finì per precipitare nella trappola ideologica di identificare in ogni fermento di liberazione una sotterranea presenza del comunismo. Egli fu allora l’autore di una vera e propria (inconsapevole, ma non per questo meno grave) devastazione della Chiesa dell’America Latina, Nel volto dominato dalla collera e nel dito levato ad ammonire padre Ernesto Cardenal inginocchiato davanti a lui, i cattolici di quel continente potevano cogliere in Woytjla una profonda incomprensione della loro storia. L’ossessione anticomunista e i suoi consiglieri curiali spinsero Woytjla a sbrigative condanne di quella teologia della liberazione che aveva dato a milioni di poveri il senso di una piena cittadinanza nell’ambito della Chiesa; e i discorsi di questo papa in occasione dei suoi viaggi nel continente furono poco più che generici se paragonati alle condizioni di vita delle popolazioni; ma, certi atti, furono anche peggiori.
Molti diplomatici vaticani preferivano chiudere occhi e orecchie davanti alla violenza dei ricchi e dei militari: e i loro rapporti influirono grandemente sul comportamento del pontefice. Woytjla spiegò una volta, con impressionante semplicismo, che vi erano per lui due tipi di dittature: quelle comuniste, tese a un futuro senza limiti, radicalmente omicide e deicide, e quelle latino-americane che entravano temporaneamente in funzione, come nell’antica Roma, quando le patrie erano in pericolo. L’immagine di Giovanni Paolo Secondo che si affacciava a un balcone avendo accanto un sorridente Pinochet fece piangere molte donne dei desaparecidos e i superstiti delle camere di tortura, che avrebbero avuto bisogno di conforto.
Uno ad uno, i vescovi “sospetti” furono rimossi o immediatamente pensionati appena raggiunta l’età canonica, e poi costretti (come dom Helder Camara) a silenziosi “arresti” domiciliari; altri (come il cardinale Arns) si videro drasticamente ridotte le dimensioni della propria diocesi; mentre prelati di alto rango e altezzosa seigneurerie (come il cardinale di Managua, Obando Bravo) furono mantenuti al loro posto anche se ormai quasi ottantenni. Si chiuse così la eroica epoca ecclesiale che aveva visto le comunità di base legate ai loro vescovi da un’intenso rapporto affettivo, il popolo di Dio non ridotto alla passività neppure dalla violenza delle dittature e decine di sacerdoti imprigionati, torturati o addirittura assassinati per avere osato difendere quei poveri che i documenti del Concilio definiscono immagine del Crocifisso. Il papa che non esitava a canonizzare come martiri tutti i preti uccisi dai “rossi” durante la guerra civile spagnola, tacque su quelli martirizzati in Brasile, in Argentina, in Guatemala, nel Salvador ad opera degli squadroni della morte. Gli spagnoli, per lui, erano stati assassinati in odio alla fede cristiana, ma qui, in Latinoamerica, assassini e mandanti si definivano cattolici, e i morti erano stati, da vivi, a fianco dei poveri, dunque di ribelli e, in quanto tali, probabilmente “rossi”. È questo fraintendimento che Giovanni Paolo Secondo dovrà confessare incontrando il sorriso di monsignor Romero, nella Terra Nuova in cui ogni passato si apre alla riconciliazione.
Nella loro disperata speranza, nella loro sete d’amore, enormi masse di poveri continuarono ad accogliere con entusiasmo il papa nei suoi viaggi, a pregare con lui, a suonare maracas, flauti e tamburelli, a offrirgli in dono serapès, ponchos e diademi di sfolgoranti piume di arara, a sorridergli con povere bocche sdentate, ma molte persone pensose si allontanarono dalla Chiesa cattolica. Si ripeteva in America Latina ciò che era avvenuto per la classe operaia in Europa nel secolo XIX. Come aveva scritto Moltmann “Non avendo trovato nelle chiese un Dio di speranza, molti andarono a cercare speranze senza dio”.
Nei primi anni del suo pontificato, Karol Woytjla fu un uomo bellissimo. Era alto, diritto e forte: si capiva che aveva praticato e amato molti sport. Il papa alpinista, il papa sciatore, il papa nuotatore… ( I poveri, così generosi nel comprendere le necessità delle Persone Importanti, gli perdonarono certamente la costruzione di una piscina a Castelgandolfo in cui egli soltanto poteva bagnarsi). Il povero vecchio degli ultimi anni, squassato dal Parkinson come un albero antico percosso da una bufera senza tregua, non ha cancellato l’impressione di forza che il pontefice degli anni ’80 suscitava. I giornalisti “di corte”, che non sono soltanto quelli dell’ “Osservatore romano”, amavano allora commentare il vigore con il quale Giovanni Paolo II sottolineava con gesti imperiosi certe sue affermazioni e finivano per parlare di lui come di un antico condottiero. Credo che non fosse soltanto piaggeria. Se, per questo papa, la Chiesa era una roccaforte assediata, allora essa, pensava Woytjla, aveva bisogno non solo di un esercito di fedeli ma anche di truppe scelte: e cioè dei gruppi cattolici di più ferrea disciplina nella ricerca di perfezione spirituale e quelli più legati a un disegno di restaurazione della cristianità. Davanti ai drammi della Chiesa nel mondo, Giovanni XXIII aveva convocato un Concilio; nel giugno del 1998 questo suo successore convocò una grande riunione di tutti i movimenti cattolici, gli istituti secolari, le nuove organizzazioni di impegno, i cercatori di pentecoste. Non è un caso che nelle ore della sua agonìa il TG1 abbia affidato così largamente all’Opus Dei il compito di riassumere le caratteristiche del pontificato di Woytjla.
A questi suoi militi spirituali, il papa donò velocissime canonizzazioni, posti di grande rilievo e anche, ciò che non era mai avvenuto nella storia cattolica, un inquadramento gerarchico proprio, che frantumava le Chiese locali, sottraendo ai vescovi fedeli ed energie e favorendo il crescere di orgogliosi settarismi.
Tuttavia questo papa che alcuni vorrebbero presentare come uno di quegli atleti della fede che non si smuovono mai dalle loro certezze, fu un uomo che non cessò di interrogarsi e di confrontarsi con il mondo. Una progrediente cesura segna il suo magistero fra gli anni ’80 e quelli ’90. Quando il Satana dell’Oriente mostrò che i suoi piedi erano di argilla e un capitalismo selvaggio si insediò brutalmente al suo posto, allora papa Woytjla ebbe più chiara la miseria spirituale di tanta parte dell’Occidente, la decadenza del mondo borghese: vide con occhi più penetranti che non si trattava soltanto di questioni morali che, del resto, affliggevano anche la Polonia (l’aborto, il divorzio, le inadempienze sacramentali, l’ignoranza religiosa): l’Europa Occidentale e l’America del Nord erano contrassegnate da peccati collettivi che sminuivano la dignità dell’uomo. Allora condannò con maggiore forza – la forza di uno di quegli “uomini della penitenza” medievali che trascinavano le folle a pentimento – la distruttività sociale dell’edonismo, l’idolatria per gli status symbols, l’egoismo dei popoli ricchi nei confronti dei continenti poverissimi, un sistema culturale pressapochista dal punto di vista etico, fatto più di negazioni che di valori. Dichiarò che il neoliberismo non era meno ateo del marxismo dialettico, anche se la sua nomenklatura si proclamava cristianissima, e i libri che produceva non erano così chiaramente avversi alla religione quanto la ridicola Bibbia dell’Ateismo distribuita da un’apposita accademia nei territori dell’Impero sovietico. Vide la dignità dell’uomo ridotta a quella di una variabile nei conteggi del Mercato, le borse valori decidere la sorte di miliardi di figli di Dio. Disse che, almeno, i comunisti avevano lottato contro la disoccupazione e si erano presi cura dei poveri. L’Occidente – scrisse – aveva creato “strutture di morte”. Il consumismo gli pareva una tabe mortale per lo spirito. Gridò ai giovani di non ascoltarne “le sirene perché risucchiano l’anima”.
Soprattutto vide con chiarezza (che probabilmente lo ferì anche fisicamente attraverso i misteriosi canali della psiche) che quello che tre suoi predecessori avevano definito “imperialismo capitalista del danaro” aveva in sé tali valenze distruttive da portare a guerre mostruose. Allora il papa che da giovane sembrava voler piantare la sua croce astile come uno stendardo ai margini di uno spirituale campo di battaglia, si trascinò .sempre più curvo e malato, sul crinale della storia per percuotere, come Mosè sul monte, la roccia della durezza dei cuori e farne scaturire l’acqua dell’amore. Più che qualunque altro papa, gridò, contro tutte le bandiere. che la violenza è menzogna, che la violenza “è un male inaccettabile e che mai risolve i problemi”. Non si mantenne sulle generali; condannò questa guerra, in Iraq, come illecita, illegale, immorale.
Gli toccò la sorte dei profeti. Gli uomini del potere imperiale (i Bush, i Blair, gli Sharon, i Berlusconi) che adesso si accalcheranno dietro la sua salma, gli resero allora l’omaggio che non si può ricusare ai vecchi patriarchi che vogliono ancora parlare alla famiglia ma lo fanno senza rendersi ben conto della situazione; e molti vescovi italiani tradussero la chiarezza dei suoi discorsi in banalità di routine, in consigli vaghi e non perentorî. Ricordo il febbraio 1991: ero in parlamento quando Giovanni Paolo II pronunziò parole durissime contro la prima guerra del Golfo. Rammento il turbamento dei deputati democristiani; ma subito da molti illustri pulpiti, primo fra tutti quello del cardinale Ruini, la condanna del papa fu “interpretata” ed estenuata; e il partito “di ispirazione cattolica” votò l’ingresso dell’Italia nel conflitto.
Era un papa – il primo – ad avere sofferto i dolori che le guerre moderne seminano nelle famiglie, così come il primo ad essersi guadagnato il pane con fatica fisica. Perciò quando parlava di queste cose si sentiva l’autenticità dei sentimenti. Questo fu importante soprattutto per i giovani, che sono stufi di parole e affamati di testimonianze. Nell’impudica moltiplicazione dei telegiornali si producono, come ci ha insegnato Mac Luhan, fenomeni di aggregazione alla maggioranza, di necessità psicologica di entrare nel gruppo dominante e di prestarsi allo spettacolo mediatico; perciò non mi illudo sulla profondità e durevolezza delle espressioni estorte dai telecronisti in questi giorni a tanti ragazzi e ragazze. Ma è certamente un fatto che questo papa raccolse la simpatia e anche l’ammirazione dei giovani, e non soltanto di quelli che andavano a vederlo e ascoltarlo allo stesso modo che pellegrinano per gli stadî dei concerti rock. Moltissimi credettero di poter ricevere da quel vecchio un senso da dare alla propria vita. Egli credette in loro. Li definì “popolo delle beatitudini evangeliche” perché gli parevano ancora immuni dal materialismo degli adulti e quindi disponibili alla generosità cristiana. Li esortò a rischiare la propria vita perché il terzo millennio vedesse finalmente un mondo di giustizia, di libertà, di pace. Gli furono riconoscenti della fiducia che manifestava loro.
Nei lunghi anni del suo pontificato, i cavalieri dell’Apocalisse galopparono come non mai sulla Terra. Nuovissime pesti, dall’AIDS alla sars, assaltarono interi continenti. Le guerre non furono soltanto quelle degli eserciti imperiali: spaventosi conflitti straziarono l’umanità, generando fame e morte in nome dell’oro, dei diamanti, del coltan, dell’uranio. Cataclismi che sembravano apocalittici sembrarono annunziare la ribellione della Terra alle incessanti violenze inferte al pianeta dall’avidità dei ricchi. Penso che talvolta egli si sia sentito al centro di un formicaio impazzito che gli imponeva sforzi che non riusciva più a sostenere. Così la rotta del Grande Pescatore non fu lineare: si rifiutò al concetto di lotta fra civiltà, difese i diritti dei palestinesi, entrò da fratello nelle sinagoghe e da adoratore del Dio unico nelle moschee, riuscì a rinsaldare i rapporti con i figli di Lutero, ma gli parve doveroso ribadire il suo ruolo di Capo della Chiesa universale, di negare salvezze che non accettavano di provenire dal Cristo e consentì che il proselitismo romano offendesse profondamente le Chiese “sorelle” dell’Oriente. Difese la vita in fieri, parlò contro la pena di morte ma condannò testardamente l’uso del condor, nonostante gli scienziati gli assicurassero che era di fatale importanza per bloccare la devastante proliferazione dell’AIDS. Fu di rocciosa intransigenza nei confronti dell’obbligatorietà del celibato, della non ammissibilità ai sacramenti delle persone che, dopo un naufragio matrimoniale, cercavano di rifarsi una famiglia. Si caricò del passato della storia ecclesiale, inginocchiandosi a chiedere perdono umilmente per tanti delitti: ma lo fece a nome dei figli della Chiesa, non a nome dell’istituzione che pure sapeva semper meretrix. Si occupò poco della politica italiana ma permise che Sodano e Ruini restringessero il Tevere allargato dai due papi dei quali aveva assunto il nome. Ebbe un carattere testardo e impetuoso, persino collerico: ma la sua estrema vecchiaia fu un esempio toccante di coraggio e di forza morale. Sì, insegnò come si soffre e si muore da cristiani, cercando fino all’ultimo che la morte ci trovi vivi, per noi e per gli altri.
Penetrò a questo modo nelle tragedie umane, quelle personali e quelle collettive, e fu forse la sua lezione più alta. Ho pianto (o quasi) vedendo il suo urlo silenzioso, alla finestra della sua stanza, quando ha capito che non sarebbe mai più riuscito a parlare. Ho ritrovato in questa sua kenosis le urla di tutto il secolo XX: il grido senza suono di Munch e il furore dell’idiota di Faulkner e l’invocazione della donna di “Roma città aperta” stroncata dal piombo nazista. Ho pensato che in quel momento egli raccogliesse in sé il pianto di tutte le Racheli che piangono i loro figli e non vogliono essere consolate perché non sono più. In quel momento mi è parso grandissimo e l’ho amato

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