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Saturday May 26th 2018

LA PARTITA

Non avrei mai creduto che potesse accadere ed invece eccomi con la borsa pronta, le scarpe, la tuta, l’accappatoio e tutto il necessario per questa straordinaria avventura.
A quarantotto anni giocare a calcio in nazionale!
Io che al massimo ho giocato negli amatori e neanche tanto bene; decisamente il 2007 è destinato a rimanere per me un anno particolare.
Certo, sento ancora mia moglie ridere mentre esco di casa ed io a dirle: «E’ inutile che tu rida, passerina, la tua è solo invidia perché nonostante l’età sono ancora in grado di ottenere grandi prestazioni fisiche». Dichiarazione che l’ha fatta ancor più sganasciare dalle risate.
E chi se ne frega. Non c’è niente che possa macchiare questa giornata memorabile.

Eccomi arrivato. Sono tutto un fremito e mi rendo conto che non so dove devo andare. Vedo un signore e «Scusi,- gli chiedo, vergognandomi un po’- devo giocare con la nazionale, sa mica dove devo andare?». Questo mi guarda un po’ sorpreso e poi mi indica una porta « Quelli sono gli spogliatoi.».
Lo ringrazio e ,avvicinandomi all’entrata, apro la porta e mi siedo su una delle panche affiancate al muro dove con grande gioia trovo un completo da gioco con un cartello «Per Marco».
Mi sembra di tornare ragazzo: l’emozione prima delle partite, l’odore acre del sudore, la nebbia del vapore acqueo durante la doccia a fine partita, gli urli di gioia o l’imprecare alla sfortuna, il non voler tornare dai genitori dopo una figuraccia, le 5000 lire del babbo dopo un gol (ne ho fatti pochi, poteva darmi anche di più), il tifo delle compagne di classe. In questo spogliatoio sembrano materializzarsi ricordi perduti.

Sono solo, apro la borsa e lentamente comincio a cambiarmi; pantaloncini bianchi, calzettoni blu, le particolari scarpette cosi diverse da quelle dei miei tempi e per ultima la maglia e che maglia, un azzurro splendido con un altrettanto splendido n° 10 senza nome, come andava una volta.
Entra un signore piccolo, con pochi capelli, che in maniera un po’ sgarbata mi dice di entrare in campo. «Fine il ragazzo!» penso tra me e me ma forse è per farmi sentire subito uno della squadra.
Sono davanti alla porta d’entrata dello stadio.
Mamma che fifa, mi tremano le gambe anche se si tratta solo di una amichevole. Apro la porta, entro e rimango letteralmente senza fiato.
Lo stadio è stracolmo di persone, saranno centomila, non so, sembrano milioni, tutte urlano, sventolano bandiere, fischiano, cantano, gettano petardi ed io rimango ancora li, impietrito. Mai trovato in una situazione del genere.
Cerco di riprendermi, poi vedo gli altri giocatori vicino a me.
Che compagni di squadra! Forti, alti, tecnicamente ai migliori livelli e poi anche caratterialmente bravi: per quello che mi hanno riferito non rompono le scatole se uno sbaglia e per me dovrebbe essere importante.
Mentre li saluto l’arbitro ci invita a disporsi in campo.
Centrocampista con ruolo di rifinitore mi dispongo subito al calcio d’inizio.
La partita è cominciata.
Mi muovo lentamente, ancora non conosco perfettamente le mie capacità di resistenza allo sforzo e non vorrei crollare troppo presto.
I miei compagni si muovono perfettamente nello scacchiere tattico deciso dall’allenatore, un 4-4-2 abbastanza prudente, e devo stare molto attento a non uscire dal modulo.
Avversari i brasiliani, i più forti, d’altronde sono i campioni del mondo in carica.

Sarà dura.
Dribbling, tackle, lanci lunghi e pedalare, parate strepitose, contropiedi micidiali, ammonizioni, colpi di testa con elevazioni incredibili.
E il pubblico che si infiamma.
Io cerco di fare il mio, ho dato tre palle gol ( non sfruttate ) e credo di dirigere bene il centrocampo.
Finisce il primo tempo sullo 0 a 0.
Sono un po’ stanco, ma non c’è tempo di riposare.
Parte il secondo tempo.
Solite azioni da manuale con il nostro portiere che stavolta deve fare gli straordinari.
Il tempo passa ed io sono sempre più fermo.
A due minuti dalla fine siamo ancora a reti inviolate.
Il nostro centravanti ruba un pallone alla difesa avversaria e si invola verso la porta. Mentre sta per concludere a rete viene atterrato da un difensore. Espulsione del brasiliano e calcio di punizione dal limite dell’area.
Tutti mi guardano, il compagno più vicino mi indica il pallone.
Devo tirare io.
Mi avvicino tremolante e osservo la disposizione della barriera. Mi sembra cosi alta, insormontabile.
L’arbitro fischia e senza rincorsa tiro quasi chiudendo gli occhi, ma li tengo aperti quel tanto che basta per vedere la palla colpire la traversa e andare sul fondo.
Poteva essere la soddisfazione sportiva più grande della mia carriera.
L’arbitro fischia la fine dell’incontro.

Nella stanza ottagonale si spengono il pubblico , i giocatori. le reti, il pallone, l’arbitro e rimangono solo le pareti video grigio scure della Virtual Station, questo nuovo impressionante gioco del calcio parzialmente virtuale, dove il giocatore è parte integrante del programma.

Esco, mi cambio, faccio la doccia e torno a casa dove c’è mia moglie che vedendomi arrivare mi chiede «Hai vinto?» e giù a ridere.

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