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Sunday May 27th 2018

La Gina

Al mattino che sia presto o meno, la prima cosa che faccio è andare a prendermi un caffè al bar. Niente di strano, lo fa mezza italia o forse pure tre quarti. I bar però non sono tutti uguali, dal barista all’arredamento al posto, quartiere, città, regione. Son tutti dei micromondi diversi, con propri abitanti e regole, con alcuni dubbi e alcune certezze. C’è quello col barista in divisa che sembra un paggio in livrea, quello con l’oste che non sai se è più sporco lui o i suoi bicchieri, quello con la vedova del barista prima che ogni volta ti deve raccontare tutte le mattine com’era bello il marito al funerale. Il mio bar, perché ognuno di noi ha un suo bar, per affinità elettiva o destino, chi non ce l’ha è un uomo perseguitato dal dubbio, dalla sfortuna, ancora alla ricerca di una delle poche certezze umane, andare al bar, al tuo bar, è un po’ vivere per cinque, dieci minuti, mezz’ora su ma vivere. Il mio bar dicevo sta’ nella via in cui abito, a dir la verità son così pigro che quando non c’era il mio bar andavo con fatica a quello venti metri più lontano, all’angolo, ma era tutta un’altra cosa. Intanto cambiavi strada, chi conosce la via dove abito sa che non è una via, è una porta verso un’altra dimensione che conduce al mio paesino-via.
Il mio paesino-via è dentro Bologna ma con il resto della città ha un rapporto di parentela tipo cugini di secondo grado, quelli che vengono solo a mangiare al tuo matrimonio e non sai mai se sono veri o infiltrati. Quando voglio, stufo della solita vita e della solita via cambiare mondo, passo la porta dimensionale e a cento metri al massimo sono a Bologna, che è una città, una città vera mica come il mio paesino-via. Grande comodità al punto che non c’ho manco la macchina, un passo in più e zap! sei a Bologna, uno indietro e zot! di nuovo nel paesino. Nel mio paesino c’è tutto, ci vivo, ci lavoro e ci vado al bar. Tutto in trenta metri, ottimizzazione dello spazio quasi giapponese. Ogni giorno nel mio paesino conosci qualcuno nuovo, che viene da fuori, magari dalla via all’angolo che non si sa perché ma anche a lui non è piaciuto il bar all’angolo ed è venuto qui, al mio bar. Uno straniero certo, ma simpatico. E stamattina dal mondo esterno dell’incrocio c’era la Gina. La Gina beve vino al mattino presto e smette prima di pranzo. La Gina canta come un portuale con una voce roca che potrebbe essere una diva del punk. La Gina sapete, in confidenza, non ci sta proprio con la testa, è convinta di essere un uomo, un marinaio. Stamattina dicevo c’era la Gina, il barista, il barista del mio bar è paziente, paziente come un santo, ma come un santo di quelli pazienti. La Gina non lo disturba affatto. Lo tsunami dentro al bar non lo disturberebbe più di tanto, lui è paziente. La Gina vive in un buco nell’altro spazio lì in fondo alla strada all’angolo, una casa famiglia. La chiama la sua barca casa sua. Ed è un mondo favoloso ne sono certo anche se non ho voglia di attraversare il mondo fin laggiù al suo, è lontano dal mio mondo, diverso certo, ma anche io ho il mio paesino.via e lo difenderei da qualunque attacco. La Gina si crede un marinaio ma poi smette di cantare e seria chiede al barista, al mio barista:
-ma è vero che vogliono togliere la centottanta? mi toglieranno la barca, la mia barca…- e se ne va.

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