Comunità di Poesia e Lotta, insieme per un mondo responsabile dal 2002
Thursday May 23rd 2013

LE STORIE VERE: VEDERE I MORTI

Ora che quasi tutta la mia vita è passata, posso pensare di nuovo a quelle cose del passato come da una lunga lontananza. Molti particolari si sono sbiaditi, soprattutto si è perso il senso di essere dentro le cose e i sentimenti che ad esse si collegavano, non ricordo più la paura, le emozioni, la solitudine, il disorientamento. Posso persino pensare che forse non è a me che è successo tutto questo, eppure la mia memoria conserva tutti i fatti nella loro stranezza.
Tutto cominciò da quella diagnosi di morte, a 35 anni, quando ero una giovane sposa con una bambina di cinque anni, a Milano. Da qualche parte di me ci sono ancora le crisi d’asma, quella insopportazione di non poter stare né in piedi né seduta, non poter dormire né andare, col respiro affannoso e i fischi che mi uscivano dalla gola, la soffocazione. La mia bambina vedeva che stavo male e, quando crollavo sul cuscino, mi portava le pantofole e mi diceva: “Alzati mamma, guarisci!”. Poi venne l’impietosa sentenza: “I suoi bronchi non ce la fanno più. Non possiamo fare più nulla. Le resta qualche mese da vivere. Provi ad andare più a sud. Può tirare avanti forse due anni”.
Se guardo la mia mano sinistra, che porta nel palmo il segno del mio destino, vedo una linea della vita breve, forse 37 anni, e anche la linea del cuore è spezzata. Ma se guardo la mano destra, che è la vita che ci siamo costruiti con la volontà, vedo sempre quella linea spezzata, ma dopo i 37 anni un’altra linea si attacca ad essa con un angolo di 60° e prosegue fino a una morte spettacolare. Io sono adesso là, nella vita che mi fu concessa la seconda volta. Porto sul palmo i segni della veggenza e il monte della Luna nasce da un segno di morte. Io non sapevo allora che mi sarebbe stata data questa seconda possibilità né so ancora per cosa. In verità, possiamo studiare tutti gli indecifrabili segni del mondo, ma la vita e la morte restano nel loro mistero.
Come venni a Firenze, nella casa infestata, il mio Houdini, la mia magia interiore, emerse a metà e io ‘vidi’. Ma ci volle molto tempo prima che accettassi di ‘vedere’. Prima dovetti attraversare tutto il disagio del nuovo sapere e dovetti attraversare il lungo viaggio della depressione. Poter finalmente respirare dopo 35 anni di infermità debilitante fu come un niente, all’inizio, ma questo inizio durò un decennio tormentoso, in cui non dissi nulla a nessuno di quel che vedevo e non lo credetti io stessa e questo non accettare, che persiste anche ora, mi portò sull’orlo del suicidio. Non so perché stasera ho dovuto raccontare tutto questo. Forse si arriva a un punto in cui si deve dare testimonianza, o forse raccontare serve per capire, per chiudere un quadro o comporre un cambiamento. Forse sono ancora una volta sull’orlo di qualcosa e rivedere il viaggio già fatto serve a rassicurarmi di fronte all’ignoto. In verità non so a chi lo racconto, perché chi mi legge non lo vedo, ma spero che capisca e abbia anche pietà di me, che non scelsi questa strada ma fui scelta e non la accettai e perciò la persi.
Dopo Firenze ci fu il ritorno in Lombardia, questa volta nella casa dell’inferno che coincise con la mia depressione e con desideri suicidi. Anche questa casa l’avevo vista in sogno: una specie di fortilizio con due ali laterali, come le torri di un castello, di una sola proprietaria, la castellana, che era una donna malvagia, una ex ballerina sposata per lucro a un uomo di immensa ricchezza. Tutto il palazzo era pieno della sua avidità. Ci sono vizi che dilagano da chi li conduce e si allargano tutto intorno impregnando le cose. Ho saputo da subito che sotto quel castello scorreva un fiume, ne sentivo l’energia perturbata nel sangue, nella testa. Da quel fiume non visto saliva un’atmosfera acre che impestava la casa, penetrava sotto gli strati ocra della tappezzeria funebre, saliva dal parquet dismesso e scricchiolante. Una volta lasciai aperto per studio il registratore e la cassetta vuota, riascoltata, risultò piena di voci dolorose che urlavano e piangevano tutte insieme. Ne fui atterrita e buttai via la cassetta, né ho mai più provato a registrare le voci dei morti. Ma essi erano tutti intorno in quella casa gemente. Fu lì che li cominciai a vedere che passavano. Passano veloci, i morti, silenziosi, non smuovono l’aria. Appaiono in un punto che non sai e spariscono poco dopo, come tra due porte. In tanti anni ho imparato a riconoscere i loro varchi. In ogni luogo c’è un passaggio. Lo chiamavo ‘punto nodale’. E’ come se noi scorressimo su un binario dell’esistente e loro su un altro, siamo sincroni e non ci vediamo, ma ogni tanto i due binari si incrociano e quello è un punto nodale. Per quel che vedevo, l’incrocio tra le due dimensioni era lungo non più di due metri; era là che, quando passavano, io li vedevo. Quasi mai ho avuto l’impressione che loro mi vedessero, io li vedevo e basta. Non c’era comunicazione e il passaggio era così veloce e silenzioso che potevo anche figurarmi di essermi immaginata tutto. Solo più tardi cominciò ad accadere che quando li vedevo e c’era accanto qualcuno, anche lui li vedesse, come se io fungessi da ponte, come se gli aprissi, non so come, il canale. Io li ho sempre chiamati ‘i morti’, ma non so cosa siano e non avevano tutti sembianti umani. Prima ci furono i ‘bachi’, biancastri, lunghi 2 o 3 metri, che navigavano orizzontali per aria, come vampiri: di essi avevo una enorme paura. Poi vennero le sfere di luce, soffici e luminose, che si alzavano lentamente da terra negli angoli della stanza, simili a fulmini globulari; le avevo viste anche da bambina e mi avevano fatto compagnia nelle lunghe giornate passate a letto, nella camera fredda, sul retro della casa, dove non veniva mai nessuno, le chiamavo ‘le bolle’ e le associavo alla mia malattia, erano i miei amici d’anima, protettori silenziosi, piccole anime anch’esse, a volte venivano fitte e riempivano la stanza ondulando attorno a me, mentre bruciavo per la febbre, le ‘bolle’ non erano molto grandi, come palle bianche nebulose, ma qualche volta mi parevano lievemente colorate e allegre. A volte invece vedevo ‘le ragnatele’, grandi ammassi neri confusi negli angoli alti e bui, larghi mezzo metro o un metro, che evitavo di guardare per paura, e anche altri le videro accanto a me e me le indicarono. Uno dei fidanzati di mia figlia ne indicò una in un corridoio e disse. “Qui sento del Male”. C’erano anche i ‘boli rotanti’, simili a quei cespugli che rotolano nel deserto portati dal vento, ma questo rotolavano sul pavimento davanti a me e io alzavo i piedi per non prenderli, e anche questi altri li videro insieme a me ed erano malefici. Poi arrivavano ‘gli uccelli’, a volte sfrecciavano come uno sprazzo di luce di lato, un battito d’ali che mi ricorda la morte, una luce rapidissima che ti passa a fianco e fai appena a tempo a scorgere, ma ne sentivo anche il rumore crepitante, velocissimo; una volta ‘le ali’ mi sbatterono in faccia facendomi spaventare e a volte mi toccavano la mano che trasaliva. Ho sempre pensato che la morte, anche in sogno, si presentasse come una colomba bianca. Le luci potevano arrivare in traiettorie rapidissime nella stanza, come un fulmine e girare rapidamente, qualche volta le vedevo anche attorno alle persone e le vidi poi identiche in certe foto che dei fotografi avevano fatto per studi scientifici al di là delle frequenze visibili. Anche io, quando fotografai la statuetta della Madonna a Chartres, che dicevano portasse addosso un vero lembo del mantello di Maria, ebbi una foto in cui non c’era affatto la Madonna ma un tubo lungo di luce. E quando morì di cancro la figlia della mia amica Giuliana e lei fotografò la cagna che la ragazza aveva tanto amato, in tutte le foto attorno alla cagna apparve un cerchio di luce e anche la cagna si chiamava ‘Luce’. L’apparizione più bella fu delle ’girandole’, in un cerchio di allieve che curai per otto anni e in cui toccammo momenti di eccezionale simbiosi: un giorno bellissimo la stanza dove eravamo si riempì di girandole silenziose luminosissime e allora anche la dolce Laura disse: “Quante girandole! C’è luce dappertutto!” Lei era una che sentiva l’incenso quando io sentivo l’incenso e questo mi confortava.
Questa luce che vedo non è molto forte, ma come un neon intenso al centro che sfuma senza lati ed è in genere bianca. Di questa stessa luce era l’immagine che ebbi lungamente una notte, che proprio mi terrorizzò. Nicoletta allora era una scout ed era partita per un campo in Dalmazia, oltre confine, il tempo era pessimo, diluviava, era una notte da tregenda e io non smettevo di pensare che quegli scout si sarebbero messi nei guai. Tutti gli anni c’era qualche scout che passava qualche pericolo, e pensarla in un branco di ragazzetti scimuniti che facevano campo all’aperto sotto la pioggia e in una zona ‘oltre confine’ mi agitava grandemente. Così ero andata a letto furibonda, non riuscivo a prendere sonno e continuavo a rigirarmi, quando d’un tratto, nel silenzio della stanza in cui scrosciava la pioggia, fu come se esplodesse un silenzio più grande e di colpo mi ritrovai seduta sul letto cogli occhi sbarrati. C’era sul muro una piccola immagine della Madonna, l’unica immagine sacra di tutta la casa, una piccola stampa del 1700 di un Santuario, ritrovata sul pavimento di una stalla, che avevamo preso perché somigliava molto alla mamma di mio marito, morta giovane di leucemia. Davanti a quell’immagine era sospesa per aria una giovane donna. Poteva avere 14 anni, era piccola e graziosa. Interamente vestita di bianco, era anche tutta coperta da un velo trasparente, bianco anch’esso, da capo a piedi, e tutta risplendeva di quella luce bianca soffice come di neon. Io pensai atterrita che era il fantasma di mia figlia e anche la chiamai: “Nicoletta!” e guardai la sveglia luminosa che segnava le due. Passarono molti secondi che mi parvero secoli. Io guardavo la figura, guardavo la radiosveglia, poi di nuovo la figura…. Lei tremolava quietamente fissandomi, sospesa. Poi lentamente cominciò a svanire finché la persi del tutto e mi restò davanti la parete in penombra. Per tutta la notte non riuscii a dormire e continuavo a sbarrare gli occhi e a fissare la parete, terrorizzata. Mia figlia tornò sana e salva, avevano trovato riparo in una parrocchia e non avevano corso nessun pericolo. La piccola donna è sempre nei miei occhi, una piccola ragazza dolce con i capelli raccolti dietro e le mani un poco allargate con i palmi aperti, come si mostra l’immagine della Madonna, tutta coperta di luce.
Non so i morti dove sono, mi piace immaginarli su una grande nave che naviga silenziosa su un oceano sconfinato o che camminano veloci e soffici su strade che non sono le nostre.
Non so nemmeno quali sono i morti delle figure che vedo. Il ‘vedere’ è di molti tipi. C’è un vedere che è dentro la testa come se si accendesse un video e si capisce benissimo che quelle immagini vengono proiettate dentro, poi c’è un vedere per sagome, la persona non è chiara, è come una sagoma ritagliata in un’ombra un poco più scura, si possono capire bene i dettagli ma non ci sono proprio colori e forme, bisogna immaginarli. Nella mia casa di adesso di Bologna ho uno di questi punti nodali, su un ballatoio, dove passano i morti. Li ho visti spesso come sagome veloci, passano sempre lì in genere e non in altri punti, salvo qualche eccezione, e non li vedo quasi mai chiaramente ma come profili. Nello stesso modo li hanno visti altri. Io non parlo in genere dei morti perché non è buona educazione spaventare la gente, e quando li vedo sto zitta e faccio finta di niente. Credo che sia come per gli animali che se non gli fai caso ti fiutano un po’ poi si allontanano. Così penso che se io non faccio caso a loro, se ne andranno prima, non voglio interferire nemmeno con la mia attenzione. Solo i gatti, anche se li ignori, ti si avvicinano; io ho paura dei gatti ma loro sono molto curiosi di me, io penso che sia per tutti quei morti che mi porto appresso e che loro vedono benissimo coi loro occhi strani. Ma la regola è quella di lasciar vivere e così ci possiamo stare tutti indifferentemente. Così quando in casa ci sono quei piccoli segni, gli scricchiolii improvvisi della grande libreria, i campanelli, le monetine, gli scoppi improvvisi di voci mozzate, le luci che tremolano, i movimenti, gli scoppi, se c’è qualcuno decentro l’attenzione, parlo di echi della casa, distraggo con sciocchezze. Se sono sola, li ignoro. I miei interlocutori non devono sapere, altrimenti non si riesce a parlare più di niente.
Quella volta che cinque persone entrarono una dopo l’altra nella mia casa nello stesso giorno e videro ‘il viandante’ me la ricordo, perché fu una cosa spontanea. Io vedevo passare una sagoma una sagoma grigia di persona piegata con un cappuccio, di forse 35 anni, molto triste, passava e passava. Gli altri ‘videro’ la stessa cosa, e la raccontarono quasi con le stesse parole: un uomo non vecchio, magro, col cappuccio, o con la gobba o coi capelli lunghi gonfi sulla schiena, o una bisaccia sul collo… e tutti dissero che era triste. Maria Luisa fu l’ultima e continuava a fissarlo e non riuscivamo più a parlare di niente e lei era lì invece per dirmi la sua depressione e allora le dissi: “Marialusia, chiudi gli occhi e scrivi!” e le misi in mano una biro. E lei, sul divano, cadde subito in trance e con mano tremolante scrisse: “Sto male! Aiutatemi! Non ci sono solo i vostri problemi ma anche i miei! Aiutatemi! Candele, incenso grani, acqua benedetta!” E allora Maria Lusia andò a casa sua e tornò di corsa con candele bianche e grossi grani di incenso con cui mi impuzzò la casa e acqua di Lourdes che mi spruzzò dappertutto. Ma quella notte, quando rimasi sola, scoppiò il finimondo, le porte sbattevano, le finestre, rumore di piatti rotti, negli armadi si sentivano botti come se tutto rotolasse, ma tutto cosa? Al mattino silenzio! Ma qualcosa era successo. Quando Maria Luisa tornò, la feci scrivere di nuovo ma le parole non mi piacquero: “Mi avete solo accarezzato. Ho bisogno della vostra energia!” Allora pensai che non mi piacciono i succhiatori di energia, perché alcune di queste ‘cose’ sono così e non è bene attirarle. Il Viandante se ne andò poi via per conto suo dopo che andai a Riccione a un convegno di parapsicologia e incontrai uno sciamano tolteco ma questa è un’altra storia.
Le cose più curiose che ho visto le vidi in un piccolo atrio d’ingresso a Pavia, io avevo finito le faccende e mi ero seduta in cucina su una sedia a sdraio, mentre mi riposavo vidi passare rapidamente due alte e snelle figure di angeli, erano due giovani completamente calvi con arti molto sottili e affusolati, li ricordo perfettamente per quanto erano strani, avevano vesti diverse dalle nostre, bluse di seta chiara rigonfie, aperte sul petto, calzoncini simili a quelli dei ciclisti corti e rosa ciclamino sgargiante, le scarpe non le vedevo, era come se fossero trasparenti e vedevo benissimo i lunghi piedini arcuati, simili a quelli dipinti dal Botticelli, credo che sarebbero stati benissimo accanto alla sua Primavera; in particolare ero curiosa delle loro teste dalla fronte altissima senza capelli. Parlavano attenti tra loro ma non sentivo le voci, non mi videro, io li guardavo a bocca aperta, poi scomparvero. Tante volte mi sono chiesta se gli uomini del futuro saranno così, dopotutto noi siamo più glabri e sottili e elevati degli uomini delle caverne e la nostra fronte è più alta, così i due ciclisti in hot pants rosa potevano venire da un altro tempo, chissa’.
Per lo più mi capita di vedere persone normali che passano per la casa, o vanno in una camera, così come si mostra nel film ‘Sesto senso’, e quando ho visto nel film l’immagine di un ragazzo di spalle che entra in bagno, ho detto: “Ecco, è così!” Queste immagini sembrano solide e vere come se ci fosse qualcuno in casa ma poi, quando si va a cercare, non si trova nulla.
Alcune volte invece ho visto un defunto dietro la persona che stava in visita, la mamma, il nonno… potevo vederlo chiaramente anche se non era proprio solido ma come trasparente e non riuscivo a comunicare con lui ma potevo vedere certe cose che mi indicava e così potevo solo raccontare cosa vedevo con tutti i particolari e il mio visitatore riconosceva il suo morto e si turbava e piangeva. Una volta la figura di una mamma mi disse telepaticamente che sua figlia si era dimenticata di una cosa importante e si trattava di un mutuo da pagare. Poteva esserci anche un paesaggio o dei mobili, ma vedevo tutto fuori come una proiezione leggera. A volte il defunto era come da giovane, molto felice, una volta invece venne una mamma come era in punto di morte, scarnificata dalla malattia e continuava a far cenno di fare quella cosa che era stata raccomandata in punto di morte: curare la sorella perduta.
Però i morti possono essere anche come me e te, e camminare per la strada simili a tutti i vivi e solo se sai che sono morti li riconosci come tali. Una mia allieva era lontana quando lo zio morì e aveva tardato col treno ad arrivare al funerale, era corsa in Certosa col marito quando ormai era tardi, molto tardi, lamentando in cuor suo di non aver potuto dare l’ultimo saluto allo zio che amava tanto ed ecco che mentre correvano nel corridoio che echeggiava sotto i loro passi, lo videro che veniva loro incontro, in un corridoio della Certosa, tutti e due lo videro, col suo bel vestito grigio chiaro che sorrideva loro e li sorpassava dicendo: “Ciao!” e già non c’era più. E quello era stato proprio il suo ultimo vestito e quello il suo ultimo saluto.
Anche io vidi un mio allievo dopo morto. Era un anziano poliziotto in pensione che aveva seguito i miei corsi di filosofia a Zocca e che avevo ritrovato su per i boschi nelle passeggiate organizzate dal comune, mi aveva raccontato dei libri che scriveva e si divertiva a parlare con me. Quando morì, la figlia mi telefonò e andai al funerale in Certosa. Al ritorno, il mio autobus girava attorno a piazza dell’Unità e lui era lì, in mezzo alla piazza, più vivo che mai, con i pantaloni grigi e la camicia bianca con le maniche arrotolate, che sventolava nel vento. Mi fissò attentamente per tutto il tempo che l’autobus girò attorno alla piazza e si fermò al semaforo e riprese, sempre voltato verso di me, fissandomi per tutto il tempo.
Per strada ho visto mia suocera, mio cognato… camminano i morti come sonnambuli, la gente non li vede, loro non si accorgono di essere morti, camminano, si fermano ai semafori, vanno….


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