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Monday April 23rd 2018

Ultimo Impero

di Marco Bazzato

Dal trono del mondo
osservo i sudditi
ridotti in misera senza speranze.
Ultimo impero,
esteso da oriente ad occidente
tra Artico e Antartico,
sorretto in armi e distruzione,
proteggendo regimi sanguinari
distruggendo culture e civiltà.
Seduto nel trono nordista
usurpato con biechi artifizi
mi sento libero despota, tremante.
Al fianco consunta Bibbia
parole alla vita divenute di morte,
parole di speranza
trasmutante in dolore e pianto.
Schiero legioni
negli angusti angoli del mondo
erigendo basi e fortezze,
con aquile trasportanti
bacilli e uranio decaduto.
Io, icona vuota
voglio cancellare i fallimenti passati,
io ubriaco di potere
servo d’oligarchie senza nome.
Rinchiuso nell’ellisse
son condottiero braccato,
regale maestà di disperati soldati
tornati in sacchi di morte
oscurati per non destare i dormienti.
Nel secolo passato
i miei avi scatenavano guerre
unendosi in abbraccio mortale
con la croce uncinata
gasante l’umanità derelitta.
Vedo senza osservare
volando nel cielo brumoso,
nascondendomi il volto
mentre calpesto la terra conquistata.
La mia presenza sconvolge città,
innanzi alle parate con Sua Maestà,
i sudditi lontani per non disturbare
il mio Augusto alcolico torpore.
Come Cesare avanzerò
nella seconda tempesta,
lucente nel nucleo decaduto
annichilendo ogni spazio di vita.
Esploderanno arti,
e la cascante materia
lascerà l’umano piagato, e morente,
senza unguento al tormento.
Quanti lamenti
dai sovversivi dissenzienti
alla magnanimità profusa
nel nome dell’occidentale superiorità!
Ignoranti, barbari,
incivili senza cultura,
senza ricchezze e denaro,
noi costruiamo i lussi
col sangue di questi,
asserviti ai brand griffati.
Io portatore di libertà,
signore di terre usurpate
dove l’antica fierezza
è ombra dissolta in assolate riserve.
Chi sono questi?
Viventi sopra risorse
create nei cataclismi del tempo
conservanti oro nero
per i nostri caproni d’asfalto?
Miseri esseri
viventi in mare galleggiante
s’appagano con un tozzo di pane
narrando storie presso il fuoco danzante.
Chi sono questi primitivi
non conoscenti ricchezza,
viventi senza sterco di satana?
Inferiori da asservire al nostro volere,
abbisogniamo di spazi
per propagare il vuoto dominio mentale.
La follia mi sostiene
sprofondandomi in un antro di pazzia,
percependo fasulle realtà,
cercando nel globo
il dominio in me mancante.
Quante imposture smerciate
a verità cambianti l’attimo dopo,
quanti inganni professati
disprezzando l’antica Magna Carta.
Guerre di civiltà?
Scontri fra religioni e ideologie?
Un dio diverso dall’altro
il dio dell’uomo,
Dio nell’uomo?
A quale volgo i miei pensieri?
Il mio lo possiedo,
nominandolo comando,
chiamo a raccolta divisioni,
accogliendo genero scissione
deflagrazione, entropia e caos.
Il fallimento è sempre presente
nello stolto sapiente
quando è condottiero senza onore.
La guida
mi conduce alla perdizione
sordo al pianto del diverso morente,
massacrato dai carghi alati
trasportanti apocalisse finale.
Presenze nell’ombra
scrivono le mie parole
verso nuove frontiere
mentendo, per placare l’indomita voracità.
Ho fame,
ho fame d’amore,
fame seminante dolore.
Non gusto me stesso,
il potere è opprimente,
lasciandomi in lucida demenza.
Chiedono udienza al mio cospetto,
nella piccola ellisse
divise pluristellate, schiene impettite
all’orgogliosa bandiera,
disegnando come bambini nuovi confini.
Servi miei,
servo del loro ambire
mi sosteneste nei loschi inganni
l’ascesa tra brogli e imbrogli.
È elogio alla pazzia,
elogio di follia senza valori,
pregno in futili beni
fabbricati con sangue innocente.
Quanti popoli senza terra
emigranti dai patri confini
come i Padri Pellegrini
verso il nuovo mondo secoli fa.
Come dall’antica Inghilterra
patria Paterna e sorella,
vestì a morte di tradimenti e splendore
la futura corona nel francese colonna,
infranta per l’amor turbante.
Nell’ordine del nuovo impero
ai piedi del trono di sangue
sarà decadenza e sopruso,
camere a gas per minori,
minorati e derelitti senza difesa.
Son protettore
della plutocrazia liberista
dove l’oligarca gestisce il pubblico,
con i servizi a sociale contratto obbligato.
A me la nazione si stringe
portando messaggi di morte e dominio,
nascondendo alle masse
le vere brame.
L’ultimo sorso nel giardino delle rose
ultimo goccio di desideri
sospeso tra panico e paura mentente,
terrore istillato
vedendo nemici in ogni dove.
Le ultime libertà cadranno,
distruggendo i diritti ereditati,
come gli antichi pionieri
dell’ovest selvaggio.
Volgeremo poi i pensieri ad oriente
all’antica natìa Europa
nei secoli crocevia di civiltà,
futuro nemico da far decadere
cancellando le antiche alleanze.
Cresce l’oriente
defunge l’occidente,
s’uniscono le nazioni
in un unica bandiera
erodendo il mio Augusto potere.
L’effimera stella di Salomone
sarà consumata dalle ventotto stelle,
dal volgo numeroso
ingrato alla mia potenza.
Popolo abietto, inetto
scatenante rivoluzioni e sommosse,
esseri senza visioni,
privi d’illuminati maestri
disegnatori del futuro, secoli fa.
Plebe, canne sbattute dal vento
mutevoli al ristretto sentire,
da privare d’ogni libertà.
Il disegno è pensato
in ermetiche menti iniziate
creanti il cammino
dalla notte dei tempi
influenzanti ogni apocalisse.
Sotto il dominio delle sette piaghe,
cadrà ogni libertà,
né pensare, né amare,
né dissentire alla parola del prossimo Re.
Son pedina di passaggio
regalità nera,
tessera di mosaico d’infiniti tasselli
componenti il volto del tutto.
C’è ancora chiarore,
infanti spazi di vita,
bramanti nel distruggere
il nostro disegno.
Da molto s’edifica l’opera,
conquistando e piegando
alla materialità dell’attimo.
Crescenti paure
invocano nuovo controllo
instillando nuovi nemici
evocando rinnovate battaglie.
La Nostra libertà è compromessa
l’estensione è ristretta,
la visione volge a rinnovati olocausti,
murando l’opposizione,
guardando al vicino, avverso.
Sarà l’alba di nuovo uomo,
impersonale da vessare,
forza lavoro, e consumo,
senza Culto e pietà.
Tutto è pronto all’implosione,
i diseredati nell’impero si rivolteranno,
i morti saranno cataste,
le madri percuoteranno i seni nel dolore.
La fame avanza nel mio impero
l’ignoranza è spinta propulsiva
al controllo sotto la nuova era.
Nel nuovo ordine mondiale
unico verbo senza confronto,
sarà alba di sopravvivenza
fra lotte senza speranza.
Non si vivrà per forze proprie,
feti impiantati solo se puri
manipolati senza seme e terra
assemblati in artificiali uteri,
educati all’unico pensiero.
Tra gli schiavi della terra
poche imperfezioni accettate,
nel nome di David
la vecchiaia sarà debellata,
e i sofferenti soppressi ai primi dolori.
Non più uomo seme d’amore
non più donna antro di vita,
lombi e grembi sterili, cicli sospesi
nelle donne genitrici.
Sarà disegno di lucida follia,
gli inferiori eliminati
i non produttivi sterilizzati,
i parassiti sociali disinfestati.
Il mondo a pochi eletti,
le moltitudini nelle leggi di pochi
creanti esigenze, eventi,
cancellando nella massa inerte
ogni simbolo di libertà.
La nuova era è l’Impero
senza fame e malattia,
signoria di Seicentosessantasei principi
al signore senza identità.
Io, piccolo strumento,
non vedrò l’opera ultimata,
altri saranno sullo scranno
dell’Augusto potere.
Io ed il mio dio nella storia
per la nuova muratorìa eretta,
distruggeremo ogni resistenza e dissenso.
La Bibbia nera è il mio credo,
illuminata da maestri oscuri
conducenti in silenzio
l’uomo all’abisso.

04.01.2004

Poema tratto da “Il campo del Vasaio (Mt 27.7) Poemi d’amore e morte” RIK Slaviani, Sofia 2004
di Marco Bazzato (c)
Per informazioni contatta l’autore:
marco.bazzato@libero.it

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