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Saturday April 21st 2018

NAZIM HIKMET IL POETA DELLE PASSIONI

”C’è un albero dentro di me trapiantato dal sole
le sue foglie oscillano come pesci di fuoco
le sue foglie cantano come usignoli.”

Nazim Hikmet è il più grande poeta turco del nostro tempo. Ma è anche un combattente politico che è stato condannato dal governo turco a un totale di 57 anni di carcere, e 17 anni della sua vita li ha passati nei terribili carceri turchi. Oggi la Turchia chiede l’ingresso nella comunità europea e Bush appoggia la sua richiesta e la fa avallare dal premier italiano, sempre pronto ai suoi comandi, perché la Turchia è in una posizione chiave per gli USA per il petrolio che deve arrivare alle petroliere del Mediterraneo. Ma negli ultimi 8 anni gli scioperi della fame e i prigionieri delle terribili carceri della Turchia hanno costellato di morti la sua storia implacabile, «ölûm orucu», lo stesso nome del digiuno del Ramadan, termine religioso che significa «digiuno per la morte». Nel dicembre del 2000 lo sciopero fu interrotto con armi pesanti, elicotteri e bulldozer, si demolirono le mura del carcere e al suolo restarono 30 morti. Sinistra risuonava la dichiarazione del primo ministro Ecevit: «Lo stato effettua questa operazione per liberare i terroristi dal loro stesso terrorismo».
Il 9 maggio 1950 una vecchia donna camminava sul ponte Galata a Istanbul con un cartello che diceva: “Mio figlio Nazim Hikmet fa lo sciopero della fame. Anche io voglio morire”. Il giornale titolava: «Nazim Hikmet fa lo sciopero della fame da sei giorni». Condannato da un falso processo, il poeta era nel carcere di Bursa già da 12 anni . Con le scarse forze scriveva agli amici francesi: “Fratelli miei / se non riesco a dirvi correttamente / quel che ho da dirvi, / Mi scuserete, / Sono grigio, la testa mi gira un po’ / Niente raki, / è solo fame, solo un pochino di fame».
Oggi, come ieri, in Turchia, i prigionieri politici fanno lo sciopero della fame, per la loro dignità, per difendere il diritto di vivere insieme, contro l’isolamento duro che porta l’uomo lontano da se stesso verso la follia. Ma le nostre tv tacciono sui prigionieri turchi scheletrici, come tacciono ormai sui bambini africani corrosi dalle mosche. Il mondo occidentale è partito per la sua ultima follia, per inneggiare al grande bagno di sangue, per cui si preparano armi e portaerei, con gli insulsi omaggi alle tombe dei caduti, mentre si preparano caduti freschi da commemorare. Facilmente sono dimenticati i diritti alla vita, i valori collettivi e individuali, mentre fosche arpie agitano nuovi fondamentalismo, calpestando storia e progresso. I giornalisti si stanno attrezzando da cortigiani plaudenti mentre tutti i mostri, invano scongiurati, si riaffacciano per i nuovi fascismi, sventolando labari e croci, in nome della guerra al nuove demone, il terrorismo, che sta trasformando il progresso dell’Occidente in una avanzata della morte.
Nel vecchio sistema carcerario, l’uomo stava vicino all’uomo, e nelle camerate promiscue, Nazim Hikmet, prigioniero politico, scrisse i suoi capolavori, che non parlano di fame, di torture e prigione ma di amore, vita e gioia.
“Nazim lavora… laggiù, vicino al muro principale va e viene, facendo ampi gesti con le mani, con le braccia. Cambia direzione all’improvviso, mormora, canticchia”.
Ci vuole molta vita per vivere la vita. E Nazim era un essere vibrante.
Il governo turco non si contentò di imprigionarlo per ideologia, non gli bastò inventare su di lui prove false e fare processi fantoccio, pretese di stroncare la sua leonina volontà di vita con l’isolamento. A questo si opponevano gli scioperi della fame. Perché l’uomo ha bisogno della parola dell’uomo. E Nazim Hikmet era la parola della Turchia e titolava la sua poesia “La speranza di farvi piangere di rabbia». Il desiderio della morte non può essere vinto che dal desiderio della speranza. L’uomo chiede pane e sicurezza, gli danno guerra e disonore.
Pablo Neruda racconta come Hikmet era trattato in prigione “… è stato costretto a camminare sul ponte di una nave fino a non sentirsi troppo debole per rimanere in piedi, quindi lo hanno legato in una latrina dove gli escrementi arrivavano a mezzo metro sopra il pavimento… Il mio fratello poeta ha sentito le sue forze mancare: i miei aguzzini vogliono vedermi soffrire. Resiste con orgoglio. Comincia a cantare, all’inizio la sua voce è bassa, poi sempre più alta fino ad urlare. Ha cantato tutte le canzoni, tutti i poemi d’amore che riesce a ricordare, i suoi stessi versi, le ballate d’amore dei contadini, gli inni di battaglia della gente comune. Ha cantato qualsiasi cosa che la sua mente ricordasse. E così ha vinto i suoi torturatori.”
Le poesie di Nazim parlano della sua donna, della sua terra, dei suoi ideali, le cose che un carcerato pensa per salvarsi dalla morte, contro ogni regime di morte, che vuole annientare il suo spirito. E canta questi valori con le parole semplici che ognuno può capire, le parole quotidiane che ogni uomo comune usa in un giorno comune, mentre si asciuga la fronte, mentre guarda il cielo o spezza il pane. Usa parole semplici anche se viene da una famiglia importante e possiede una cultura ricca e complessa.
La vita di un uomo sta negli amori di un uomo: la propria donna, i figli, la libertà, la propria terra, il valore delle cose. Ma per un prigioniero queste cose che sono lontane diventano preziose, inestimabili. Nazim è la Turchia prigioniera che grida il suo desiderio di amore e il suo bisogno di libertà e non fa conto che il prigioniero sia islamico o cristiano, di Istambul o di Falluja, in quanto egli grida il diritto di ogni uomo a essere libero, rispettato nella sua terra, nel suo diritto ad avere la sua casa, i frutti del suo sangue, contro ogni usurpatore interno o esterno che per amore di un potere perverso te li voglia portar via, il suo è un grido universale.
Per capire Nazim non occorre essere poeti, basta essere uomini, partecipare dell’umano, riconoscerlo sotto la propaganda del potere, i pregiudizi menzogneri, le forze maligne che dividono l’uomo dall’uomo e disonorano la vita.
Si stenta a credere che dal chiuso di un carcere possa salvarsi il canto solare di Hikmet. Questa capacità di salvazione ci conforta. Se Hikmet si è salvato, anche noi, forse, ci salveremo.
A 18 anni Hikmet era scappato dall’Accademia di Marina, per traversare a piedi l’Anatolia e raggiungere Kemal pascià e i nazionalisti. “Vide i contadini in faccia, entrò nelle loro capanne, parlò con loro, scopri il loro linguaggio e i loro canti; conobbe le distanze e le arsure della steppa, e i pastori coi loro greggi, e la spaventosa miseria di un’umanità fuori della storia. Questa esperienza segnò una svolta definitiva nella sua esistenza. Da allora, egli legò la sua sorte alla loro.” Kemal pascià lo mandò, con altri giovani intellettuali, in villaggi sperduti, a insegnare a leggere e scrivere agli analfabeti. Là Hikmet scrisse le prime poesie civili, che venivano stampate sui fogli nazionalisti e recitate nelle riunioni, là fu salutato poeta nazionale della Turchia. Quando il partito kemalista ebbe una svolta conservatrice, Hikmet se ne staccò. Conobbe poi i primi testi di Marx, vide nel marxismo, la soluzione dei problemi che il nuovo Stato kemalista lasciava insoluti, non sapeva nulla ancora della Rivoluzione d’ottobre, perché Kemal Atatürk, antirusso e antisovietico, teneva chiuse le frontiere con l’Unione Sovietica, abbandonando il governo di Mosca che l’aveva sostenuto con l’inizio di una feroce persecuzione contro i comunisti turchi, che vide la chiusura dell’esiguo partito comunista, a cui Hikmet collaborava, col massacro di 15 dirigenti e l’attacco alle organizzazioni sindacali.
Hikmet scappa in Russia, si iscrive all’Università comunista dei lavoratori d’Oriente, conosce Majakovskij, Esenin, Vachtangov e Meyerhold. E’ il tempo di Eisenstein e di Chagall…. “Ho scoperto- dice- una lotta contro tutto un mondo cento volte più potente, e un’immensa speranza, un’immensa gioia di vivere, di creare. Ho scoperto tutta un’altra umanità.” Lenin è per lui il padre ideale, il rivoluzionario esemplare, la Russia la sua seconda patria.
Nel ’24 Kemal Atatürk si libera del califfato e laicizza la Turchia; poiché giura di garantire i diritti civili, Hikmet ritorna. Ma è un falso, si scatena la repressione antisindacale e antipopolare. Hikmet è condannato a 15 anni di carcere. Da allora la sua vita è un alternarsi di fughe in Russia, ritorni clandestini, altri processi, altri anni di carcere. In Russia è ben accolto ma è e resta un turco, e per tutta la sua vita scriverà solo in turco. In carcere contrae la malattia al cuore di cui poi morirà; il tribunale lo condanna a morte per impiccagione, mentre il mondo intero fa petizioni al governo turco per salvargli la vita, e lo stesso Ataturk è un suo ammiratore che legge i suoi versi di nascosto. Le sue poesie girano il mondo e gli valgono nuove accuse di propaganda comunista, ma ormai è tanto famoso che gli stessi giudici devono assolverlo per non incorrere nel discredito mondiale, parlano per lui Picasso, Sartre….
Il suo stile è chiaro, luminoso, forte, appassionato, spontaneo. L’uomo è come il cuore, come l’anima, come l’ideale. Hikmet è bello dentro e fuori, è una specie di eroe naturale. La poesia è per lui un mezzo limpido, di getto, la via più facile perché un uomo parli a un altro uomo. Vi traspare con vigore una coscienza sana, pulita, una grande persona. La sua poesia sgorga come una sorgente di vita al servizio del mondo. “Penso che la poesia debba essere innanzitutto utile… a tutta l’umanità, utile a una classe, a un popolo, a una sola persona… Voglio essere capito e letto dal maggior numero possibile di persone, ai più vari livelli di cultura, nei più diversi stati d’animo…Voglio essere traducibile per i popoli più diversi.” “Detesto non solo le celle della prigione, ma anche quelle dell’arte, dove si sta in pochi o da soli.” “Sono per la chiarezza senza ombre del sole… Se la poesia regge a questa gran luce, allora è vera poesia.”
Quando Atatürk muore, la Turchia appoggia la Germania hitleriana e Hikmet è di nuovo in carcere. La prigione è durissima, mesi interi di segregazione cellulare, un infarto, con la costante minaccia dell’impiccagione. Eppure riesce a far uscire i suoi versi dalla prigione. A volte impara le poesie a memoria e le fa imparare a memoria ai suoi visitatori.
Canta un amore che non è mai sessuale o romantico, ma un ideale altissimo, in cui la donna appare come essere umano completo, amico, compagno di lotta. La donna porta in sé tutto quello che egli ama: la terra, la libertà, il diritto a una vita giusta, la speranza.
La più vasta opera che scrive o impara a memoria è un poema di oltre settantamila versi: ‘Paesaggi umani’, parte dai compagni di prigione, si allarga a tutta la Turchia e infine al mondo. L’uomo che è al centro di se stesso è sempre al centro del mondo. Del poema restano frammenti perché la polizia turca distrusse quasi tutto. “In carcere, la poesia era la sola espressione possibile di vita e di lotta. E tenacemente, vittoriosamente, Hikmet continuava a cantare nonostante tutto. Le sue poesie uscivano misteriosamente dal carcere, circolavano clandestinamente in Turchia, arrivavano all’estero, cominciavano a essere tradotte in lingue straniere.”
Hikmet era un uomo amabile e cordiale, appassionato e vivace, molto alto, molto bello, con una criniera da leone biondo-rossa e gli occhi azzurri.
Fino all’ultimo giorno visse pienamente, amando e distribuendo forza e speranza. Morì a Mosca, il 3 giugno 1963, usciva dal suo appartamento, come tutte le mattine, per ritirare la posta e comperare il giornale, e un infarto lo folgorò sulla soglia. Mi piace immaginarlo così con la grande chioma ormai d’argento ma il viso ancora da fanciullo che sorrideva, alla morte, che non aveva mai temuto. Due giorni prima di morire scrisse

‘Il mio funerale’.

Il mio funerale partirà dal nostro cortile?
Come mi farete scendere giù dal terzo piano?
La bara nell’ascensore non c’entra
e la scala è tanto stretta.
Il cortile sarà, forse, pieno di sole, di piccioni
forse nevicherà, i bambini giocheranno strillando
forse sull’asfalto bagnato cadrà la pioggia
e al solito ci saranno i bidoni per l’immondezza.
Se mi tiran su nel furgone col viso scoperto, come usa qui,
forse mi cadrà in fronte qualcosa di un piccione, porta fortuna
che ci sia o no la fanfara, i bambini accorreranno
i bambini sono sempre curiosi dei morti.
La finestra della nostra cucina mi seguirà con lo sguardo
il nostro balcone mi accompagnerà col bucato steso.
Sono stato felice in questo cortile, pienamente felice.
Vicini miei del cortile, vi auguro lunga vita, a tutti.

1942
Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto.

1943
Amo in te
l’avventura della nave che va verso il polo
amo in te
l’audacia dei giocatori delle grandi scoperte
amo in te le cose lontane
amo in te l’impossibile
entro nei tuoi occhi come in un bosco
pieno di sole
e sudato affamato infuriato
ho la passione del cacciatore
per mordere nella tua carne.

amo in te l’impossibile
ma non la disperazione
—-
1949
Sei la mia schiavitù sei la mia libertà
sei la mia carne che brucia
come la nuda carne delle notti d’estate
sei la mia patria
tu, coi riflessi verdi dei tuoi occhi
tu, alta e vittoriosa
sei la mia nostalgia
di saperti inaccessibile
nel momento stesso
in cui ti afferro.
—-
se fossi platano, mi riposerei alla sua ombra.
se fossi libro
leggerei, senza annoiarmi,nelle notti insonni.
matita non vorrei esserlo, neppure fra le mie dita.
se fossi porta
mi aprirei ai buoni e mi chiuderei ai malvagi.
se fossi finestra,una finestra spalancata,
senza cortine
farei entrare la città nella mia stanza
se fossi parola
invocherei il bello, il giusto, il vero
se fossi parola
direi il mio amore in un sospiro.

Ti amo come se mangiassi il pane

“Ti amo come se mangiassi il pane spruzzandolo di sale
come se alzandomi la notte bruciante di febbre
bevessi l’acqua con le labbra sul rubinetto
ti amo come guardo il pesante sacco della posta
non so che cosa contenga e da chi
pieno di gioia pieno di sospetto agitato
ti amo come se sorvolassi il mare per la prima volta in aereo
ti amo come qualche cosa che si muove in me
quando il crepuscolo scende su Istanbul poco a poco
ti amo come se dicessi Dio sia lodato son vivo.”
——–
Forse la mia ultima lettera a Mehmet

Da una parte gli aguzzini ci separano come un muro.
Dall’altra questo cuore sciagurato mi ha fatto un brutto scherzo,
mio piccolo,
mio Mehmet,
forse il destino m’impedirà di rivederti.
Sarai un ragazzo, lo so,
simile alla spiga di grano:
biondo, snello, alto di statura.
Ero così quand’ero giovane.
I tuoi occhi saranno vasti come quelli di tua madre,
con dentro talvolta uno strascico amaro di tristezza.
Avrai una bella voce,
la mia era atroce.
La tua fronte sarà chiara.
Le canzoni che canterai spezzeranno i cuori.
Sarai un conversatore brillante.
In questo ero maestro anch’io,
quando la gente non m’irritava i nervi.
Dalle tue labbra colerà il miele.
Ah Mehmet,
quanti cuori spezzerai!
Non dare pena a tua madre.
Tua madre, forte e dolce come la seta,
sarà bella anche all’età delle nonne,
come il primo giorno che la vidi.
Aveva 17 anni,
sulle rive del Bosforo.
Era il chiaro di luna,
era il chiaro del giorno,
era simile a una susina dorata.
Tua madre un giorno, come al solito, ci siamo lasciati:
a stasera!
Era per non rivederci mai più.
Tua madre nella sua bontà
la più saggia delle madri.
Non ho paura di morire, figlio mio.
Eppure malgrado tutto
a volte trasalisco di colpo.
Contare i giorni difficile.
Non ci si può saziare della vita, Mehmet,
non ci si può saziare.
Non vivere a questo mondo come un inquilino.
Vivi su questa terra come se fosse la casa di tuo padre.
La nostra terra, la Turchia,
un bel paese tra gli altri paesi,
e i suoi uomini,
quelli di buona lega,
sono lavoratori pensosi e coraggiosi
e atrocemente miserabili.
Tu, il futuro,
lo vedrai coi tuoi occhi,
lo toccherai con le tue mani.
Io forse morirò lontano dalla mia lingua,
dalle mie canzoni,
dal mio sale, dal mio pane,
sentendo la nostalgia di tua madre e di te.
Mehmet, piccolo mio,
me ne vado. Sono calmo.
La vita che si disperde in me si ritroverà in te,
per lungo tempo
———
La sera

Sei appena uscito di prigione
e appena uscito
ecco tua moglie incinta.
La sera la prendi sottobraccio.
Ve ne andate a passeggio per le strade del quartiere.
Ha il ventre quasi fino al naso tua moglie.
E il suo peso sacro lo porta con civetteria.
Tu sei fiero e pieno di rispetto.
Fa fresco,
una freschezza come le mani di un bimbo infreddolito.
I gatti del quartiere aspettano attorno alla macelleria.
Al primo piano, la macellaia ricciuta,
i grossi seni appoggiati sul davanzale,
contempla il tramonto.
In mezzo al cielo compare una stella,
limpida e bella come un bicchier d’acqua.
L’estate è durata a lungo quest’anno
e se i gelsi sono ingialliti, i fichi sono ancora verdi.
Refik, il tipografo,
e la figlia più giovane di Jorghi, il lattaio,
passeggiano su e giù, con le dita intrecciate.
Karabè, il pizzicagnolo, ha già acceso le luci.
Quest’armeno non ha dimenticato il massacro di suo padre
tra le montagne curde.
Ma a te, ti vuol bene.
Anche tu non li puoi perdonare
quelli che hanno messo questo marchio sulla fronte del popolo turco.
I malati, i tisici del quartiere guardano da dietro i vetri.
Il figlio di Nuriye, la lavandaia,
disoccupato, ingobbito dalla tristezza,
s’avvia verso la bettola.
In casa di Rahmi si sente il radio-giornale.
Hanno mandato 4500 ragazzi in un paese dell’Estremo Oriente
per massacrare i loro fratelli, dal viso giallo lunare.
Il tuo viso arrossisce di collera e di vergogna.
Non sei obiettivo, no, al diavolo,
ma triste
di una tristezza tua propria,
una tristezza con le mani e i piedi legati,
come se fossi ancora in prigione,
e giù in guardina sentissi i gendarmi battere i contadini .
La notte è caduta.
Il passeggio serale è terminato.
Una jeep della polizia entra nella strada.
Tua moglie sussurra: «andrà a casa?».
——
La notte

Una cotonata a quadretti blu copre il tavolo
e sopra, senza menzogne, sorridenti, arditi
stanno i nostri libri.
Sono un prigioniero, madre mia,
che ritorna al paese
da una fortezza nemica.
È l’una di notte
la lampada è ancora accesa.
Al mio fianco è coricata mia moglie
mia moglie
incinta di cinque mesi.
Quando la mia carne tocca la sua
quando le poso la mano sul ventre
il bimbo si muove un poco.
Sul ramo la foglia
nell’acqua il pesce
nella matrice il piccolo dell’uomo. Mio piccolo.
La camiciola di lana rosa
per il mio bambino
l’ha sferruzzata sua madre
è grande come la mia mano
con le maniche appena così.
Mio piccolo.
Se sarà femmina
voglio che sia sua madre dalla testa ai piedi,
s’è maschio, che sia della mia statura.
S’è femmina, che abbia gli occhi verde dorato
s’è maschio, azzurri.
Mio piccolo.
Non voglio che a vent’anni t’ammazzino
se sei maschio, al fronte
se sei femmina, dentro qualche rifugio, di notte.
Mio piccolo.
Femmina o maschio
a qualsiasi età
non voglio che tu conosca il carcere
per essere stato dalla parte del giusto
del bello, della pace.
Ma so bene
figlia mia
o figlio mio
che se il sole tarderà molto a sorgere
dalle acque
dovrai combattere e anche…
Insomma oggi, da noi, è un ben duro mestiere
essere padre.

È l’una di notte.
La lampada non l’abbiamo ancora spenta.
Tra mezz’ora forse, forse verso il mattino
la mia casa conoscerà
ancora un’altra irruzione della polizia
e mi porteranno via, prenderò con me qualche libro.
I questurini della politica
mi prenderanno in mezzo
e io mi volterò indietro a guardare:
mia moglie sarà sulla soglia
davanti alla porta
il vento del mattino
gonfierà la sua gonna e nel suo ventre pesante
il bambino si muoverà un poco.
——–
Alla vita

La vita non è uno scherzo.
Prendila sul serio
come fa lo scoiattolo, ad esempio,
senza aspettarti nulla
dal di fuori o nell’al di là.
Non avrai altro da fare che vivere.
La vita non é uno scherzo.
Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che messo contro un muro, ad esempio, le mani legate,
o dentro un laboratorio
col camice bianco e grandi occhiali,
tu muoia affinché vivano gli uomini
gli uomini di cui non conoscerai la faccia,
e morrai sapendo
che nulla é più bello, più vero della vita.

Prendila sul serio
ma sul serio a tal punto
che a settant’anni, ad esempio, pianterai degli ulivi
non perché restino ai tuoi figli
ma perché non crederai alla morte
pur temendola,
e la vita peserà di più sulla bilancia.

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