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Thursday April 26th 2018

L’ISLAM, IN ALTRE PAROLE

Restare a casa di sabato sera per un fastidioso raffreddore, a volte, può riservare qualche bella sorpresa, e se questa arriva dallo schermo televisivo la si può chiamare tranquillamente “prodigio”. Certo si può assistere, non senza un cinico sorriso, alla parabola discendente di due corazzate come il programma di Panariello e quello della virago De Filippi, o si può puntare l’occhio su un ansiogeno telefilm su persone scomparse. Fatto sta che nel buio della programmazione televisiva, Gaia risplende di luce propria e annienta il senso di imbecillità che altri ci trasmettono. Nell’ultima puntata Mario Tozzi è andato alle origini dell’Islam, nel profondo di una cultura e di una civiltà che si è scontrata dapprima e poi si è avvinta alle radici occidentali della Sicilia. Un viaggio suggestivo alla ricerca delle tracce che i “saraceni” hanno lasciato nell’isola, e che ha svelato quanto la loro dominazione sia stata determinante nella definizione di un popolo formatosi dalla stratificazione di culture diverse che lo hanno invaso e che rivivono, per esempio, nel dialetto che ha assunto e fatto propri termini francesi, ispanici e arabi.Il sistema legale musulmano ha lasciato poche tracce perchè le comunità assoggettate potevano conservare le loro leggi, ma questa “comprensione” ha avuto un contraltare in molte forme di schiacciamento della cultura indigena, anche se non si può proprio parlare di persecuzione. Durante la dominazione islamica in Sicilia, sia gli ebrei che i cristiani dovevano portare sugli abiti dei simboli che li distinguessero e dovevano segnare le case; sebbene potessero praticare la loro religione non potevano suonare le campane delle chiese, la maggiorparte delle quali comunque, era stata trasformata in moschee; non potevano portare il crocifisso in processione o leggere la Bibbia nei pressi di un musulmano. Non potevano bere vino in pubblico, dovevano alzarsi in piedi quando dei musulmani passavano per la via o entravano in una stanza.
Detto questo, va riconosciuta agli arabi l’attuazione di una politica economica illuminante, tanto che la Sicilia si venne a trovare al centro di un’immensa confederazione che andava dalla Spagna alla Siria, e questo anche perchè gli arabi non intendevano solo sfruttare l’isola, ma volevano stabilircisi. Portarono tecniche idrauliche e di irrigazione che furono di notevole importanza, come i “qanat”: acquedotti che sfruttavano al meglio l’acqua del sottosuolo, e sempre servendosi delle risorse idrogeologiche crearono le “stanze dello scirocco”, vere e proprie camere rocciose dove, attraverso la conformità delle stesse e un sistena di scorrimento d’acqua trovavano refrigerio durante le calde giornate estive.
Di edifici saraceni si sono perse le tracce durante la guerra civile e la conquista normanna, mentre fu l’influenza della lingua araba a dimostrarsi durevole e resistente, l’impatto fu tale che ancora oggi ne rimangono segni linguistici più o meno marcati. All’incirca sono duecento i termini di origine araba presenti nel dialetto, ed a questi vanno inclusi i molti cognomi derivanti dalle contrazioni di nomi arabi, e i luoghi come Bagheria che in arabo suonava con un suggestivo “bab el gherib” ovvero “porta del vento”. Una cultura immensa portata avanti, al di là delle mode e dei tempi, attraverso la reiterazione di ricette antichissime come la Cassata o come l’uso, irrinunciabile in certe zone dll’isola, della profumata ed esotica uva passa, in cibi di diverso genere. La convivenza di culture diverse è possibile, la comunità musulmana presente a Mazara Del Vallo è del tutto inserita in un ambiente ospitale e rappresenta un esempio di civiltà e rispetto. Dal canto loro i mazaresi non sono da meno, ed è possibile incrociare per strada un qualche piccolo siciliano che parli l’arabo, dato che lo studio di questa lingua è stata inserita nelle scuole elementari.
C’è un termine che trovo a dire poco insostenibile, e che spero possa essere definitivamente cancellato dal vocabolario ed è “tolleranza”: a me sa di mal sopportazione, tolleranza tra i popoli come a dire “va bene, ci sei e ti sopporto, mio malgrado”. Preferisco la parola “comprensione” oppure la musicale e armoniosa “convivenza”. Nel percorso di crescita di un popolo non si può prescindere da influssi ed influenze di altre civiltà, nessuna delle quali è inferiore ad un’altra, nessuna è preponderante, nessuna è subordinata.
Ciò che è diverso non è pericoloso, ma è una possibilità di confronto in più perfino con noi stessi, con le nostre radici più profonde che, a ben guardare,( anche se paradossalmente) sono molto più vicine a ciò che sembra di altro genere che a ciò che ci assomiglia.

Adelaide Spallino

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