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Saturday April 21st 2018

L’ECONOMIA NONVIOLENTA DI GANDHI

L’economia classica è stata costruita assumendo un’ipotesi profondamente negativa dell’uomo. Così come si giustifica la guerra e la violenza sostenendo che l’uomo è per sua natura violento, si giustifica l’attuale economia sostenendo che l’uomo è per natura egoista. Scegliendo l’ipotesi peggiore, accade dunque che si crei un meccanismo vizioso per cui la profezia stessa tenda ad autorealizzarsi.L’ homo economicus agisce solo per il proprio interesse, secondo il principio della massimizzazione del benessere materiale. L’homo gandhiano invece sceglie la riduzione volontaria dei bisogni per essere più povero esteriormente ma più ricco interiormente.
E’ sulla “semplicità volontaria” che si basa l’impianto teorico di un sistema economico “altro”, i cui principi sono antitetici a quelli dell’attuale capitalismo, e per il quale oggi, forse oggi (grazie all’esplosione delle pratiche sostenibili dal basso) i tempi sono sufficientemente maturi per la sua effettiva sperimentazione.

Non è infatti per puro spirito di contraddizione che le alternative all’attuale sistema economico globale stanno nascendo, forse è più semplicemente per mera sopravvivenza dell’essere umano. Secondo la “curva del ben-essere buddista”, superato un certo valore ottimale, indicato con il termine di “equilibrio buddista”, al crescere della quantità di beni non solo non cresce il nostro ben-essere, ma addirittura esso diminuisce e superata la soglia del degrado ambientale provocato dal sovraconsumo si giunge a valori molto bassi, come quelli che si riscontrano in condizioni di estrema indigenza. Si tratta di un tipico esempio di “controproduttività”, come quando usiamo tutti quanti l’automobile per andare più in fretta e ci troviamo bloccati in un ingorgo stradale. Non esiste una ricetta unica per raggiungere il perfetto”equilibrio buddista”, ma quel che è certo è che dobbiamo cambiare strada, perché quella che abbiamo imboccato ci sta rendendo tutti quanti più infelici.

In tutte le grandi culture, in particolare nelle loro matrici religiose, da San Francesco a Gandhi a Buddha e ai Maestri Zen, troviamo degli espliciti riferimenti e richiami alla scelta della “povertà volontaria”. Oggi il termine povertà fa paura ed è carico esclusivamente di valenza negativa, ma in realtà esso nasconde almeno tre diversi significati: semplicità, frugalità, indigenza. Come si vede, ancor prima di un esame preciso, solo nella terza accezione il termine povertà assume un significato decisamente negativo. Mentre i grandi Maestri del passato parlavano esplicitamente di “povertà volontaria”, noi ci limitiamo oggi a proporre la scelta della “semplicità volontaria”. La semplicità volontaria è un modo di vivere che permette di sperimentare l’integrazione e l’equilibrio tra gli aspetti interiori ed esteriori della vita. La semplicità di vita, se scelta deliberatamente, implica un approccio compassionevole alla vita. Questo significa che noi scegliamo di vivere la nostra vita quotidiana con qualche grado di percezione consapevole della condizione del resto del mondo.
Si sceglie di essere più semplici per aumentare la propria autonomia personale. Ernst Fritz Schumacher sostiene che “occorre vivere più semplicemente per permettere agli altri semplicemente di vivere”. Ma è Gandhi ad offrirci in poche chiare parole l’immagine più suggestiva di una futura società nonviolenta: “Lo stato, nel passaggio alla società senza stato, sarà una federazione di comunità democratiche rurali nonviolente e decentralizzate. Queste comunità si baseranno sulla “semplicità, povertà e lentezza volontaria” cioé su un tempo di vita coscientemente rallentato, nel quale l’accento sarà posto sull’autoespressione, attraverso un più ampio ritmo di vita, piuttosto che attraverso più veloci pulsazioni nell’avidità e di lucro”.
E’ possibile “quantificare” la semplicità volontaria? Assumendo come riferimento i valori medi dei consumi energetici dei paesi industrializzati (e tenendo ben conto che queste “medie” nascondono profonde ingiustizie), un’ inversione di tendenza significativa comporterebbe la riduzione dei nostri consumi ad almeno un terzo di quelli attuali.

Possiamo esplorare la struttura teorica dell’economia nonviolenta ispirandoci agli studi prodotti in India e altrove da alcuni economisti d’ispirazione gandhiana, in particolare da Romesh Diwan individuando alcune parole chiave:

– Self-reliance: Questo termine (swadeshi in hindi) sta a indicare l’assenza di dipendenza, il contare sulle proprie forze. Più precisamente, la self-reliance mira a realizzare il soddisfacimento dei bisogni fondamentali minimi senza dipendere da fonti esterne, il massimo uso di risorse (compreso il lavoro) e tecnologie locali, la commercializzare solo quei prodotti che sono essenziali per la crescita della qualità della vita della popolazione e non sono producibili su scala locale
– Lavoro per il pane: Con questo termine s’intende propriamente il lavoro minimo manuale per la produzione di valori d’uso. Nella concezione gandhiana il lavoro è inteso come l’attività normale per vivere, uno strumento di autorealizzazione e di servizio per gli altri. E inoltre non lo si concepisce né nel senso riduttivo e statico di “posto di lavoro”, né in quello altrettanto limitativo di “lavoro salariato”.
– Non-possesso, non-attaccamento: Gandhi credeva che solo chi non possedeva nulla fosse effettivamente immune dalla paura. Ma ancor più che il possesso è l’attaccamento ai beni che viene condannato nell’economia gandhiana. E’ a causa dell’ ”inesauribile ingordigia travestita da alto tenore di vita e dal mito dell’inarrestabile progresso” che oggi il pianeta è devastato e un miliardo di persone non ha di che vivere. Per Gandhi, questo è il secondo e tragico errore dell’economia occidentale, che oltre a non conoscere il “principio del limite”, ovvero oltre a non “chiedersi quanto sia abbastanza”, è fondata sull’avidità e sull’invidia, che alimentano la spirale crescente e perversa dei consumi.
– Amministrazione fiduciaria: Per superare i fenomeni di alienazione e i conflitti che ne derivano nella gestione della proprietà, Gandhi propone il metodo dell’amministrazione fiduciaria, in prima approssimazione vicino all’autogestione e alla mutua cooperazione. Poiché la proprietà dello stato porta alla concentrazione economica e politica nelle mani di una piccola burocrazia, egli propone un sistema altamente decentralizzato, autogestito, con elementi di socialismo dal basso, basato sulla teoria del lavoro di cui abbiamo parlato in precedenza.
– Satyagraha: Letteralmente significa “forza della verità”. Per realizzare un profondo cambiamento sociale come quello previsto da un’economia nonviolenta è necessaria la presenza di una minoranza rivoluzionaria nonviolenta. Questa minoranza deve possedere un’alta coscienza politica, un comportamento moralmente sensibile ed esemplare e deve essere capace (addestrata) di praticare il satyagraha. Gandhi giunse persino sperimentalmente a elaborare i criteri ai quali devi ispirarsi la lotta satyagraha.

L’economia nonviolenta non è affatto un’economia ingenua, basata solo su buone intenzioni. Essa ha invece un solido fondamento epistemologico. Di fronte a sistemi complessi e a decisioni che riguardano un grandissimo numero di persone e addirittura le sorti dell’intero pianeta, nessuno è in grado di prevedere l’esito effettivo delle proprie azioni. Se aspiriamo a creare una società che aumenti il benessere di tutti e la qualità della vita di ognuno, allora dobbiamo agire riconoscendo innanzitutto, umilmente, che non possediamo alcun sistema di pensiero globale certo, il cui contenuto di verità sia dimostrabile a priori. In altre parole, dobbiamo riconoscere di poter sbagliare ogni volta che decidiamo e prendere quindi delle precauzioni perché gli eventuali errori che commettiamo possano essere facilmente corretti. La scelta più responsabile e al contempo autenticamente razionale è quella del decisore che esclude quelle decisioni e quelle scelte che, in presenza di errore (che si manifesta a posteriori) si rivelano non correggibili. Ciò significa procedere con cautela, rispettando alcuni “principi minimi” che consentono la reversibilità, la correggibilità e la flessibilità delle scelte. Tali principi minimi sono proprio i principi della nonviolenza (il rifiuto di uccidere e la semplicità volontaria) che consentono di condurre senza pericolo a quelli che Gandhi chiamava “gli esperimenti con la verità”.

Per concludere, rinviamo alle parole con cui Gandhi ci invita ad operare a partire da chi ha più bisogno:
“Ti darò un talismano. Ogni volta che sei nel dubbio o quando il tuo io ti sovrasta, fai questa prova: richiama il viso dell’uomo più debole e più povero che puoi avere visto e domandati se il passo che hai in mente di fare sarà di qualche utilità per lui. Ne otterrà qualcosa? Gli restituirà il controllo sulla vita e sul suo destino? In altre parole, condurrà all’autogoverno milioni di persone affamate nel corpo e nello spirito? Allora vedrai i tuoi dubbi e il tuo io dissolversi.”
M. K. Gandhi.

(a cura di Giorgia Vezzoli)

Fonti:
– “L’Economia Nonviolenta” di Nanni Sallio (Centro Studi Sereno Regis di Torino), pubblicazione edita dal Movimento Nonviolento nei Quaderni di Azione Nonviolenta.

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