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Saturday April 21st 2018

FREUD E JUNG

A un congresso di psicoterapia partecipavano diverse scuole. Uno raccontò che aveva sognato un uccello che non voleva uscire dalla gabbia. Un freudiano disse che l’uccello era il suo pene e che il sogno diceva che egli reprimeva i suoi impulsi sessuali. Uno junghiano disse che il sogno indicava una persona che non voleva volare, cioè vivere pienamente, perché ciò gli sembrava rischioso. Una seguace di Melanie Klein disse che l’uccello era il seno della madre e, poiché era in gabbia, indicava che il soggetto aveva avuto una cattiva madre.
Il senso della storiella è che, se raccontate i vostri sogni a uno psicoanalista, li interpreterà secondo la scuola di appartenenza. Fondamentalmente solo il sognatore sa il significato del suo sogno, ma lo sa inconsciamente. Lavorare sui sogni può far emergere questo significato inconscio ma lavorare con un analista di una data scuola ci può far leggere i nostri sogni nella sua prospettiva.
Vediamo alcuni cenni di interpretazioni possibili, partendo dai due indirizzi fondamentali: Freud e Jung. Escludiamo a priori i libri dei sogni a carattere popolare dove ogni simbolo equivale a un significato.
La psicoanalisi nasce, ai primi del ‘900, come ricerca della parte nascosta della psiche attraverso i sogni, grazie a Sigmund Freud, uno psichiatra ebreo austriaco, che esordisce appunto col libro “L’interpretazione dei sogni”. La sua attenzione si rivolge ad alcuni fenomeni involontari del comportamento quotidiano: sogni, lapsus, dimenticanze e motti di spirito, per rinvenire dietro ad essi un soggetto nascosto: L’INCONSCIO, das Bevusst, il non conosciuto. Freud ipotizza un modello psichico, in cui si cercano le cause non consapevoli del comportamento umano. Se la psicologia si occupa di ciò che risulta chiaro e visibile, la psicoanalisi cerca proprio gli indizi delle forze oscure e invisibili che si agitano dentro di noi, la nostra parte nascosta.
Freud scoprì il valore dei sogni per caso. Si era ai primi del Novecento, la psichiatria non aveva molto valore, era una scienza che si limitava a classificare i malati di mente, isolando i più gravi nei manicomi, senza sapere come curarli. Freud era stato per alcuni mesi a Parigi alla Salpetriere, il più grande manicomio francese, dove erano relegate 5.000 isteriche, per vedere il famoso psichiatra Charcot, che usava l’ipnosi per trattare le malate e aveva visto che, sotto ipnosi, i sintomi isterici sparivano temporaneamente o si modificavano.
Tornato a Vienna, pensò di fare altrettanto e aprì uno studio per curare le ricche borghesi con l’ipnosi. L’isteria era una malattia sociale che colpiva gli strati più miserabili e reietti delle grandi città, le alienate urbane, che si esprimevano con le gestualità teatrale e spettacolare del corpo. Le pazienti di Freud erano invece ricche signore della Vienna bene, la cui malattia era piuttosto la nevrosi, una malattia di classe, dovuta alla rigidità del costume che creava conflitto tra pulsioni e regole esterne, soprattutto nel genere femminile, provocando sensi di colpa e repressioni. Freud faceva stendere le pazienti sul famoso lettino per ipnotizzarle, ma non era capace di farlo perché ipnotizzare è una capacità vocazionale, allora le fece parlare d quel che volevano ed esse raccontarono i loro sogni, Freud non sapeva come interpretarli e l’unico testo che aveva a disposizione era una antica opera greco-romana di ARTEMIDORO, ma furono le pazienti stesse a creare associazioni tra gli elementi del sogno e memorie della loro vita o pulsioni nascoste. Nacque così il sistema delle associazioni automatiche.
Freud trattò il sogno in modo inquisitorio, come un tentativo di reato, pensando che fosse l’appagamento di un desiderio. Se il desiderio era rimosso, doveva trattarsi di un desiderio illecito, e, poiché il tabù principale della società perbenista vittoriana, specie per le donne, era il sesso, concluse che il desiderio che tentava di realizzarsi col sogno fosse quello sessuale. Così nelle associazioni finì sempre col vedere desideri sessuali illeciti. L’unica energia psichica che lo interessava era quella sessuale, la libido, per cui considerò il sogno come un contrabbandiere che tentava di far passare merce sporca, un colpevole da smascherare, un messaggio criptato e pericoloso da decodificare, una pulsione proibita che cercava di risalire in superficie con contenuti che erano stati rimossi nell’INCONSCIO INDIVIDUALE, perché una supercoscienza li aveva censurati come illeciti. Freud dunque pensava che nel sogno ci fosse un ‘significato palese’ (il sogno come si manifesta), e un significato ‘latente’ (senso nascosto e illecito da scoprire). L’analista freudiano si comporta come un poliziotto in cerca di un reato. Freud dice che il sogno esprime in forma simbolica gli impulsi disturbanti, ma per lui ‘simbolo’ vuol dire solo: ‘segno che si sostituisce a un altro segno’. Per esempio ‘borsa’ sta per ‘ vagina’, ‘bastone’ sta per ‘pene’. Un po’ come in chimica dove Fe sta per Ferro, H per idrogeno… La parola ‘simbolo’ è usata da lui in senso improprio, con una valenza debole, come cosa che sostituisce un’altra, che sta al posto di un’altra, sostituto o succedaneo, travestimento atto a ingannare la coscienza per passare.
Studiando il sogno, Freud scopre che ubbidisce a regole, per es. la condensazione, caratteristica per cui un sogno può sintetizzare o intrecciare più significati, la sostituzione, oggetto che sta al posto di un altro.. ecc.
Jung non è legato a questa visione sessuomane e amplierà molto il significato di ‘simbolo’, facendone l’indicatore piccolo di un significato grande (pensiamo al ‘simbolo’ come appare in un sistema religioso, l’ostia per esempio, o l’agnello sacrificale). Freud è positivista, ateo e materialista. La sua teoria è monomaniaca e a binario unico, generalizza una sua nevrosi personale a sfondo sessuale, con un complesso paterno e una latente omosessualità, e, partendo da quella, costruisce una teoria generale che dovrebbe essere valida per tutti i maschi occidentali (escludendo le femmine, della cui psiche Freud dichiara di non capire nulla).
Jung è molto diverso. Era uno psichiatra svizzero di religione protestante, aveva interessi spirituali e esoterici, era un medium naturale e la sua teoria non riguarda solo le patologie mentali ma l’intera evoluzione umana, non praticò solo terapia ma sperimentò anche su se stesso stati modificati di coscienza, si comportò nei confronti del proprio inconscio come uno sciamano in un viaggio d’anima.
Possiamo dire che Freud era incentrato sui tre chakra bassi, soprattutto sulla sessuo-aggressività, Jung era orientato invece sui tre chakra alti, medianità, esoterismo e spiritualità; per questo la loro incompatibilità non poteva essere più grande.
Per un po’ le loro ricerche si svolsero in parallelo, erano entrambi due psichiatri affermati, aprivano una nuova pagina nella storia della scienza, erano due pionieri di grandissima intelligenza e tra loro scoppiò una travolgente amicizia, in cui l’uno aveva per l’altro una ammirazione sconfinata, ma le differenze temperamentali erano troppo grandi e il loro rapporto si chiuse alla fine drammaticamente.
Freud individuava la centralità psichica nella sessuo-aggressività, le patologie psichiche erano per lui blocchi nel percorso della libido attraverso le zone erotiche, il massimo della realizzazione umana era un orgasmo eterosessuale ben riuscito. Jung invece concepiva la vita umana come un’opera d’arte sempre più orientata verso l’alto, in cui tutte le potenzialità si esplicavano, irradiando un grande disegno che costituiva lo scopo della vita, ognuno era guidato dal ‘processo di individuazione’, per cui doveva purificare e innalzare il proprio Io, tendendo al proprio Sé e il fine ultimo dell’umo era l’innalzamento della propria spiritualità.
Freud interpretava il sogno come indizio di un trauma o di una pulsione inaccettabile che si erano presentati nel passato, nella prima infanzia, in senso alla famiglia, in relazione alle figure parentali, in particolare il padre, e volgeva l’analisi all’indietro in un percorso regressivo per frugare nei meandri della memoria, scovare le vecchie ferite e cercare di dare all’uomo un corpo più funzionante che realizzasse il proprio piacere in forma socialmente consentite.
Jung vedeva la vita come un processo alchemico, trasformativo delle energie, in cui ognuno aveva il compito altissimo di purificare la propria materia grossolana per portarla alla luce, volgeva l’analisi in avanti, come un percorso progressivo di illuminazione e chiarezza, verso una spiritualità crescente che inserisse l’uomo nel contesto sociale in forma più partecipativa.
Per Freud l’uomo soffriva di problemi sessuali, per Jung il suo dolore scaturiva dall’essere povero d’anima, per cui doveva essere aiutato a dispiegare la propria interiorità. L’alchimia era proprio metafora di questo: il passaggio dalle scorie del piombo alla luce dell’oro.
Secondo Freud noi soffriamo perché non facciamo bene il sesso, secondo Jung noi soffriamo perché siamo anime oscure e involute, che devono passare a livelli di consapevolezza più alti. Uno si occupa di genitalità e di corpi, l’altro di spirito e di angeli. Sicuramente c’è qualche differenza!
Anche Jung, nei primi anni della sua giovinezza, in parallelo a Freud, studiò i sogni tramite le associazioni e creò dei laboratori per analizzarle, più tardi arrivò a un metodo più fluido, aderendo ai significati collettivi, arcaici e universali dei simboli e ampliando i sogni con altre manifestazioni dell’inconscio come l’arte, i miti, le fiabe, i riti, le drammatizzazioni, le visualizzazioni, l’esoterismo, l’alchimia, i viaggi d’anima o sciamanici….
Jung si accorse che, in alcuni grandi sogni o in alcune allucinazioni dei suoi pazienti, comparivano di frequente dei GRANDI SIMBOLI, che l’inconscio profondo produceva in modo spontaneo, ma che la coscienza non sapeva comprendere, e vide che questi Grandi Simboli non sempre provenivano dallo stretto contesto culturale del paziente, ma si riferivano piuttosto a culture arcaiche, religioni o mitologie antiche, come se ci fossero delle grandi linee guida di una Psiche Universale, proprie della specie, che si ripresentavano simili nel corso del tempo, con immagini fondamentali nella memoria collettiva, da cui emergevano grandi figurazioni o pulsioni nell’immaginario individuale. Insomma i simboli dei sogni erano sempre gli stessi nel tempo e nello spazio, come se derivassero da una psiche eterna. Ipotizzò dunque, che oltre l’INCONSCIO INDIVIDUALE freudiano, come luogo del rimosso, ci fosse una realtà metafisica più grande, l’INCONSCIO COLLETTIVO, luogo comune di grandi pulsioni energetiche primarie, inconoscibili in sé, che si manifestavano attraverso simboli. Questi grandi movimenti di energia o qualità fondamentali di essa ano gli ARCHETIPI (Arché=primari, arcaici, antichi; Typos = modelli, figurazioni), vie o modi dell’energia universale, che potevano comparire sia come impulsi primari che come simboli collettivi.
La mente imaginale o cervello destro era l’organo precostituito a raccogliere gli archetipi e rappresentarli in modo simbolico, visivo. La mente imaginale o intuitiva era produttiva dei sogni, dell’arte, della medianità, della spiritualità, del gioco… con un suo linguaggio e un preciso codice simbolico.
Se l’uomo voleva tornare ad attingere a questa fonte di conoscenza, di orientamento ed energia doveva riattivare il grande immaginario. La vita umana non era solo sessualità o potere ma il luogo ove potevano apparire le grandi immagini dello spirito. L’uomo poteva ampliare i suoi orizzonti e le sue vibrazioni attivando potenzialità sottili.
I sogni erano una delle porte della mente simbolica, e gli analisti junghiani cercavano di aprirla anche con l’arte, la pittura, il modellaggio, la poesia, i racconti, la drammatizzazione, il gioco, il sacro… L’obiettivo non era più solo quello di eliminare perturbazioni spiacevoli dell’inconscio, ma di fare evoluzione dell’anima, realizzando le proprie potenzialità segrete, attraverso la creatività, la medianità, una percezione diversa e più sottile della relazione, il mutamento del senso dell’io, una vita finalizzata al raggiungimento del Sé.
In Jung il Super Io non c’è, e si parla invece molto del SE’, il luogo della nostra realizzazione completa, la luce verso cui ci muoviamo.
La teoria freudiana è meccanicistica, considera l’uomo come condizionato da precise cause, per cui l’analista continua a analizzare le cause esistenziali primarie, spesso infantili, del vissuto. La visione junghiana è finalistica e teleologica, considera l’uomo come attirato dalla sua propria luce, dal suo dispiegamento completo, come la ghianda è attirata dalla quercia che potrebbe diventare. Nell’interpretazione di Hillman, ognuno ha un proprio progetto di vita e tende alla sua realizzazione completa, a ciò che potrebbe essere in base alla sua natura. E’ vero che ognuno nasce con precise condizioni storiche e familiari, che sono necessarie, in quanto indirizzano la sua energia secondi modi precisi; ma entro quelle condizioni deve svilupparsi un progetto personale, conscio o meno, per cui noi non agiamo in vista di una felicità da comprare o ricevere, ma siamo potenzialità che tendono alla propria attuazione, progetti in divenire, frecce che tendono ognuna alla propria meta. In più, secondo Jung, ognuno è inserito in una visione di vita più grande, universale, per cui la nostra realizzazione partecipa di un progetto che cammina nella storia attraverso le nostre vite.
Jung aveva un concetto di kahrma piuttosto particolare. Credeva alle vite precedenti, ma non in senso induista. Sentiva di essere stato un crociato e un alchimista del 1700 collegato a Paracelso. Aveva avuto flash di memoria fin da bambino sulle sue vite precedenti. Ma concepiva la sua esistenza come un progetto dello spirito che, attraverso varie vite, aveva portato avanti una lotta della luce contro le tenebre, il crociato aveva fatto un percorso d’armi per la fede, l’alchimista aveva penetrato i segreti della materia grossolana cercando di trasformare il piombo in oro, ora lo psichiatra avanzava nell’energia sottile della psiche, ogni esistenza aveva cercato di risalire verso la conoscenza attraverso la trasformazione, esistenze diverse si erano dispiegate all’interno di uno stesso progetto generale, un progetto eroico e universale.
Non si trattava dunque solo di lenire la sofferenza della mente ma di aiutare ognuno a vedere il proprio progetto all’interno di una serie di esistenze, in cui il singolo destino era solo una tappa, non per uno scopo egoistico e limitato ma entro il lavoro di uno Spirito universale che parla attraverso gli Archetipi e i simboli ad essi connessi. L’archetipo è pulsione e guida, quando viene riconosciuto alimenta la vita di una luce straordinaria, che non è solo orientamento ma risorsa. L’archetipo è energia mirata.
Per capire l’archetipo pensiamo alla ‘Maternità’. L’energia parla nel corpo attraverso gli istinti, per es. l’istinto di maternità si attiva nel corpo in modo biologico di fronte a input sensoriali precisi, come la faccetta tonda e gli occhioni del bambino che scatenano la tenerezza, o l’allattamento che provoca sensazioni viscerali di piacere, la natura ha messo in noi dei meccanismi fondamentali per proteggere la vita, là dove essa è più debole.
L’energia parla nel corpo con gli istinti e parla nella psiche attraverso grandi immagini ideali, in questo caso l’archetipo della Grande Madre. Esso supera la madre terrena o la donna, è la grande forza interiore che attiva i comportamenti di tutela, tenerezza, protezione, non tanto e non solo verso il cucciolo, ma in relazione a tutto ciò che ha bisogno di essere difeso o protetto. Gandhi per es. è la grande madre dell’India. L’archetipo qui ha un senso più vasto. Quando Papa Giovanni dice che Dio è Madre, intuisce questa forza divina, una valenza di grande energia che può attivarsi in noi.
Come il corpo ha le sue linee guida che sono gli ISTINTI, per esempio: chi è minacciato ha una reazione di fuga, così anche la psiche ha i suoi istinti ovvero le sue vie d’anima, che sono gli ARCHETIPI, modelli primari che scattano come reazione dinanzi a certi eventi, e che possono apparire nei sogni o nell’intuizione cosciente attraverso i simboli.
Degli archetipi non sappiamo niente, non possiamo definirli, ne possiamo parlare solo mediante i simboli. Per esempio in ognuno di noi c’è l’archetipo della GRANDE MADRE, anche in chi è nato orfano, è una modalità psichica che contiene protezione, cura, tutela, accoglienza ecc. Uno dei suoi simboli può essere la natura, o il mare, o la Madonna, che ha il suo corrispondente in ogni cultura in una divinità protettiva. La GRANDE MADRE rappresenta la parte psichica che attiene alla protezione. Quando Papa Giovanni dice che Dio è MADRE, si riferisce a questo modo della psiche. In una profezia egli dice che il terzo millennio sarà il tempo della donna, e si riferisce probabilmente a un mondo che ha bisogno di riscoprire le doti dell’accoglienza, della tutela della natura, della protezione dei deboli ecc. La GRANDE MADRE è un archetipo, cioè un modello d’anima. Allo stesso modo lo è l’EROE, archetipo che compare in tutte le fiabe, nei miti ecc., e che rappresenta un altro modo di essere della psiche, rivolto all’impresa, alla guida, dotato di coraggio ecc. Nel transfert psicoanalitico il paziente può proiettare l’archetipo del SALVATORE sull’analista o vederlo come Grande Madre.
Un altro archetipo è il BAMBINO DIVINO, che appare spesso nei nostri sogni e che celebriamo nel Natale ma che è presente in ogni religione per indicare la rinascita, la purezza, la vita nuova, il rinnovamento spirituale…
Queste figure che appaiono alla psiche non sono prodotte dalla psiche; secondo Jung, sono innate come gli istinti e si riverberano nei Sogni Straordinari attraverso simboli, così come sono istintivamente usate dagli artisti nelle loro opere; per Jung infatti il codice simbolico dei sogni è lo stesso dei miti, delle favole, delle opere d’arte…
L’inconscio collettivo junghiano ricorda un po’ il PIANO AKASICO, archivio universale di conoscenze ma allo stesso tempo fonte e sorgente delle pulsioni spirituali, matrice degli eventi energetici. In genere l’archetipo si attiva quando avviene una forte trasformazione dell’energia, il cambiamento è l’evento che fa agire l’archetipo. Poiché l’inconscio precede sempre un po’ l’evento in quanto lo conosce prima ed è più veloce della coscienza e del tempo, può essere che il sogno premonitore esprima l’evento ancora da accadere usando i simboli dell’archetipo. Per es., prima che si verifichi l’evento morte, è possibile avere sogni sull’archetipo della MORTE, che si esprimerà con i simboli del ponte, delle scale che scendono nell’oscurità, dell’Ombra, della farfalla, della colomba ecc.
In genere l’archetipo può riferirsi alla psiche collettiva come alla natura, per cui il poeta o il pittore possono usare le stesse analogie per entrambe e descrivere la psiche come natura o viceversa, per esempio la resurrezione dell’anima da un periodo di crisi o depressione è analoga alla resurrezione della natura in primavera, il buio interiore è come l’inverno ecc.; per questo quando gli antichi celebravano i grandi momenti ciclici della natura celebravano insieme trasformazioni analoghe dell’anima. Per questo quando sogniamo riferimenti al cielo, al clima e al paesaggio, li interpretiamo come elementi d’anima. Il poeta conosce perfettamente tali analogie.
Analogamente, il Bambino divino che rappresenta l’uscire dalle tenebre per una nuova immissione di speranza, ha il suo Natale, cioè la sua apparizione o nascita, in un preciso momento dell’anno, quando il tempo della luce e quello del buio sono uguali (equinozio), dopodiché il tempo della luce si allunga, indicando che la luce ha vinto sulle tenebre, noi ci sentiamo più buoni, e celebriamo la vittoria dell’amore sul male, e questa festa si presenta analoga in tutte le religioni con simbologie simili per senso, vedi la festa delle luci in India o quella degli alberi in Svezia. Il Natale si situa nel filone di festeggiamenti similari presenti in tutto il mondo antico, al punto che nel nostro Natale confluiscono simboli celtici o dell’estremo nord, per esempio, come l’abete che deriva dai paesi baltici, o il vischio che era sacro agli antichi Druidi. Jung studia queste analogie tra popoli e religioni diverse, convinto che i sogni ne esprimano il potenziale simbolico. Oltre a ciò, egli sente con sicurezza che il mondo è Uno, e che la natura dentro di noi (anima) e la natura fuori di noi (mondo) possono comunicare. Per questo pensa che possiamo incontrare i nostri simboli anche nella vita quotidiana, come segni di archetipi che si rivelano e che attraggono la nostra attenzione per aiutarci o indicarci cammini d’anima. La sincronicità si rivela, appunto, in un incontro tra un simbolo esteriore e un cambiamento interiore, come se natura e anima facessero parte entrambe di un unico mondo spirituale che si rivela dentro di noi e fuori di noi e di cui possiamo cogliere le connessioni quando siamo allineati al nostro centro..

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