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Saturday April 21st 2018

FILM E REALTA’ VIRTUALE

“Un perpetuo interrogarsi è la vita”

Ben scarso motivo di riflessione possiamo trarre ormai dai quotidiani o dalla televisione, che si stanno appiattendo su un piano sempre più superficiale e grossolano, mentre la cinematografia è ancora in grado di stimolare la mente dell’uomo e il suo cuore, creando metafore capaci di guidarci all’analisi delle nostre prigioni storiche e culturali.
Il tema della realtà virtuale attraversa spesso il mondo del cinema.
Si chiama realtà virtuale quell’insieme di conoscenze che consideriamo scontate e di cui ci nutriamo come in immersione e da cui invece è possibile emergere, come nascendo da un liquido amniotico a una consapevolezza nuova. Se mai come oggi il cinema si è occupato di questo problema, vuol dire che questo oggi è il problema: come distinguere la verità di ciò che siamo dai condizionamenti ricevuti, come diventare, cioè, più liberi in noi stessi.
Il film ’The Village’ richiama a ‘Minority Report’, anche se quest’ultimo è decisamente migliore, più articolato e complesso; entrambi toccano in modo sostanziale il tema del ‘vedere’ e dunque del ‘capire’. Guardare e vedere non sono la stessa cosa, così come sapere e capire, conoscere e realizzare.
Possiamo prendere in esame quattro film sul ‘vedere’: ‘The Village’, ‘Minority Report’, ‘The Truman Show’ e ‘The Matrix’. Essi rappresentano quattro ostacoli diversi al vedere e aprono diverse possibili vie di salvezza. Tutti sono relativi al tema della ‘consapevolezza’ in un mondo che ci propina il virtuale come reale.
‘The Village’ affronta il cerchio più prossimo della bolla localizzata nel piccolo territorio, la tribù, il contesto socio-culturale che per primo ci abbraccia, la claustrofobia culturale della prima isola mentale, il primo chakra o primo radicamento, gli immediatamente vicini. La protagonista di ‘The Village’ riesce a varcare la prima bolla uscendo dal cerchio tribale grazie al viaggio per amore.
‘Minority Report’ si allarga a un contesto politico più ampio, che implica il volere pubblico (terzo chakra) e pone lo stato, volgendo l’interrogativo alla visione psichica del sistema e alla obiettività della cultura generalizzata: è reale il mondo che vediamo o è un condizionamento psichico o culturale del potere? Questo e’ anche l’interrogativo di ‘The Truman Show’ sull’uomo preda del giogo delle immagini (la comunicazione o quinto chakra). E, se ciò è un condizionamento, chi condiziona chi? Ho messo ‘psichico’ e ‘culturale’ insieme perché ritengo che le due cose procedano di pari passo anche se non si identificano. I grandi personaggi, Cristo per esempio, Buddha o Gandhi, non sono mai totalmente figli del loro tempo e della loro cultura, ma emergono per discrasie molto accentuate, riuscendo ad essere se stessi ‘malgrado’ l’ambiente di cui sono figli e rovesciandone le coordinate. Varcano il cerchio di realtà fittizia di Truman Show per creare un altro mondo.
‘The Matrix’ allarga ancor più il quesito dell’essere alla realtà metafisica che ogni uomo ritiene vera, toccando il vincolo della percezione, il guna primario, di cui parla la filosofia indiana, il radicamento all’illusione di vivere, il velo di Maia, che ci fa credere che il mondo sia qualcosa mentre non è niente, è solo una immane proiezione fantasmatica (sesto e settimo chakra).
In ‘The Village’ il primo condizionamento viene dagli anziani, che ci costringono nella casa dell’infanzia, casa da cui occorre uscire per crescere a se stessi (“abbandona il padre e la madre”, dice il Cristo): la tradizione, l’abitudine…
Nel ‘Truman Show’ la perversione è la realtà delle immagini e il complotto sociale che forza a una verità illusoria, la fuga è scoprire che il mondo è artificiale, rompendo l’imperio dell’immagine, ciò porta a essere transfughi per cercare immagini diverse.
In ‘Minority Report’ il condizionamento è politico e parte dal sistema pubblico, imposto da chi ha il potere di governare lo stato e la via di fuga deve attraversare la condizione di rivoluzionario, perché non fugge chi è servo del potere.
In ‘The Matrix’, infine, l’ambito è quello della liberazione metafisica che porta a interrogarsi sulla realtà dell’intero mondo.
Quattro forme di inganni, l’inganno territoriale del piccolo gruppo unito dalla tradizione, l’inganno politico legato all’ideologia economica o religiosa; l’inganno dell’immagine sociale; quello, infine, dipendente da una forza superiore, vitale, l’elemento trascendente o alieno.
Il problema della consapevolezza è necessariamente il problema della libertà. Questo da un lato ci porta a confrontarci col nostro compito esistenziale, col nostro dover essere, e dall’altro lato ci porta inevitabilmente a un conflitto col potere, ciò che ci fa essere in modo obbligato. L’evoluzione è passare da un cerchio all’altro, sventando i progressivi inganni.
Il primo strumento del potere è la sicurezza. Il secondo la presunta innocenza.
Dal punto di vista psichico, in qualunque situazione o contesto noi viviamo, abbiamo bisogno di certezze e il potere ci dà questa sicurezza, tuttavia, se vogliamo crescere, dobbiamo accettare che queste certezze non siano che relative, sarebbe un errore gravissimo ritenerle assolute e tuttavia è giocoforza fingere in primo grado che la struttura della realtà come ci appare, abbia una buona approssimazione di verità, per il semplice fatto che abbiamo bisogno di radicarci in qualcosa, in caso contrario saremmo alienati dalla vita stessa e ci sentiremmo destrutturati. Kant stesso dice: partirò con quei principi che, ‘al momento’, posso ritenere certi. L’affermazione è paradossale perché nega se stessa. La certezza richiama l’assoluto, il movimento del processo conoscitivo riporta al relativo. L’uomo è un essere relativo che anela all’assoluto, ma deve fare i conti col suo limite o sarà inflazionato dal primo gradino. Il paradosso del vivere è che dobbiamo procedere su una stretta via di equilibrio tra il credere di non sapere nulla e il credere di possedere la verità suprema. Il primo caso è quello del nichilismo che porta al suicidio, il secondo caso è quello del fondamentalismo che può portare all’omicidio giustificato. Entrambi negano la ricerca. Restando tra questi due errori cognitivi, l’uomo che cerca deve fare: come se…, procedendo per approssimazioni. E’ l’unico modo per essere ‘viandanti’, cioè ‘cercatori’; il relativismo culturale è l’unico bagaglio che ci possiamo permettere, provvisorio come l’abito di Mercurio. Si presenta, Mercurio, come un giovane in abito da viaggio (il viaggio della conoscenza), un piccolo mantello, un cappello con le ali (il pètaso), i calzari anch’essi con le ali (i talari) a indicare forza di elevazione. E’ il viaggiatore, ‘the Walker’, che garantisce la comunicazione tra mondi, il viaggio straordinario, favorendo i cambiamenti della vita e della mente, i passaggi psichici o esistenziali, l’evoluzione. Porta in mano il caduceo, un bastone attorno a cui salgono intrecciandosi due serpenti, energia di vita distinta in due polarità contrarie. Il fondamentalista come il nichilista ignorano le necessità dei contrari e, dunque, non hanno conoscenza, cercano di imporre al mondo comunque una visione totalitaria che porta all’autodistruzione o alla distruzione. L’uomo che vuole conoscere deve imparare la necessità dei contrari, come deve arrivare alla relatività del sapere. Il suo scopo è possedere se stesso, non possedere il mondo, e il suo se stesso non può essere che in cammino. Nel viaggio di conoscenza il numero di cose che uno porta con sé non conta. Nemmeno possedere i nomi delle cose serve a molto. All’inizio del film (e del libro) ‘Il nome della rosa’, c’è una citazione latina: “Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”. La rosa del mattino è davanti a noi in tutta la sua bellezza, ma noi riusciamo solo ad afferrare il suo nome, riusciamo solo a dire: “Questa è una rosa”. Usare strumentalmente i nomi delle cose non è ancora conoscenza. Usare parole come libertà, democrazia, progresso, religione non è ancora libertà, democrazia, progresso, religione. Nel film ‘Camera con vista’ il giovane protagonista si arrampica su un olivo e grida: “Bellezza! Verita’! Liberta’!” Nemmeno il grido puo’ darci il significato. Il viaggio alla ricerca della conoscenza e’ un viaggio alla ricerca del significato.
E’ facile notare che il relativismo psichico o l’interrogarsi sulla libertà non sono molto diffusi, per cui trovo normale che i film che ho citato siano capiti pochissimo e non stimolino ulteriori domande. Viviamo come sonnambuli, per questo ci portano dove vogliono. Gli oracoli ormai sono nel cinema e nei libri di fantascienza.
Solitamente viviamo in una struttura di realtà che riteniamo naturale e veritiera. Ma di naturale e assoluto non c’è nulla, siamo sempre prodotti culturali. Siamo i risultati di ciò che la storia, la cultura, la tradizione, le credenze, l’inconscio storico o quello collettivo e infine il sistema politico-economico hanno posto in noi. Solo marginalmente possiamo dire che viviamo in un villaggio globale, più realisticamente ognuno di noi vive in una enclave culturale dai limiti prefissati, come ‘The Village’, o è soggetto all’imperio delle immagini, come ‘TheTruman Show’. Da tempo immemorabile la saggezza si identifica con la verità e la verità viene ritenuta la più grande meta umana, ma la verità passa per la costruzione del mentale ed è dunque, sempre, una costruzione artificiale. Bateson diceva: “Noi creiamo il mondo che percepiamo, non perché non esista realtà fuori dalla nostra mente, ma perché scegliamo e modifichiamo la realtà che vediamo, in modo che si adegui alle nostre convinzioni. Si tratta di una funzione necessaria al nostro adattamento e alla nostra sopravvivenza”. Ma la funzione necessaria può diventare suicida. Nella malattia mentale la discrepanza tra realtà soggettiva e oggettiva è stridente e permette una cattiva sopravvivenza. In altri casi la differenza è più insidiosa, ci sono gli ingannati e quelli che si autoingannano, ma comunque la situazione non è sana e non fa bene al mondo. Oggi siamo al vertice della mostrazione amplificata sul deserto dei contenuti. Nella civiltà del visibile tutto è immagine, ma essendo l’immagine solo virtuale, copre la risonanza del vuoto. Quando i media sono uno specchio che riflette il niente, lo spettatore, ipnotizzato, invece di ritrovarsi si perde. L’essere umano diventa ciò che altri vogliono, non è più una realtà sostanziale, con una vita reale, stati d’animo autentici, ma un prodotto indotto che vive attraverso ciò che si dà di lui. La maschera lo fagocita. Nel film ‘Ai confini del mondo’ di Wender, c’era una macchina con cui i ciechi vedevano i loro sogni e ne rimanevano intrappolati, ma l’uomo moderno è ipnotizzato da sogni scelti da altri, che non vengono dal suo inconscio ma dai manipolatori delle scelte.
Notiamo come l’errore colpisca l’occhio prima della mente e come, per liberarsi dall’invasione dello sguardo, occorra tradire i propri occhi, l’abitudine del proprio sguardo, diventare ciechi a ciò che si e’ sempre visto e dunque ritenuto vero. Per vedere occorre accecarsi al vedere. In ‘The Village’ colei che vede è, paradossalmente, la ragazza cieca. In ‘Minority Report’ il protagonista deve cavarsi gli occhi, cioè allontanare da sé le immagini costruite dagli altri per non vedere come egli altri e per non essere visto. Omero riesce a trascendere la verità del mondo acheo perché è cieco. Il veggente, come il precursore, per costruire futuro, devono essere ciechi, inattaccabili dalla menzogna.
Nel film ‘Minority Report’ il controllo dello sguardo è il controllo dell’anima. Infiniti teleschermi inseguono, spiano e costruiscono l’uomo. Per poter capire cosa succede, il protagonista deve cavarsi gli occhi e alterare la mente, cioè operare una destrutturazione visiva e mentale, unico modo per sfuggire al controllo e all’incubo dell’inconscietà permanente in cui si dibatte la società, dove i dominatori sono i colonizzatori dello sguardo.
I miti di Odino e di Horus dicevano che, per ‘vedere’ realmente bisogna ridurre la vista fisica, cavarsi un occhio. Dio è raffigurato, anche nel mondo egizio, come un solo occhio. Oggi potremmo dire che per capire dovremmo spengere la televisione. Nel mondo manipolato si crea un doppio inganno: l’uomo diventa incapace di distinguere la verità dalla finzione, sia dentro di sé che fuori di sé, con conseguenze drammatiche. Non abbiamo solo la dispersione dell’identità, ma la falsificazione dei significati, dunque la stortura della vita. In un mondo cieco c’è bisogno di veggenti e questi saranno i non manipolati, quelli che fuoriescono radicalmente dai condizionamenti culturali, i non conformati, come lo furono il Buddha o il Cristo o Gandhi, o come è oggi uno Zanotelli o un Gesualdi.
Nel mito il veggente è privo di un occhio o di tutti e due, segno che per intendere bisogna limitare la fiducia nello sguardo conformato, smettere di credere a quello che tutti vedono e accendere lo sguardo interno. In tutte le grandi vie mistiche, l’accesso alla verità divina comincia con un atto di destrutturazione mentale, una cecità. Il tantra yoga, come molte forme del Buddismo, consiste proprio in una destrutturazione psichica e culturale per aprire l’accesso a realtà più vere. La realtà non è un dato, è una scala possibile.
Il problema della responsabilità dell’uomo moderno è terribile proprio perché troppe informazioni equivalgono a troppi occhi tutti uguali e dunque a nessuna conoscenza, a nessuna scelta. L’uomo non sa chi è, e non sa cosa succede, dunque non capisce quale dev’essere il suo posto nel mondo né il suo destino. Vede le cose con occhiali precostituiti che gli impediscono di vedere da solo. Vive in una confusione semantica. Valori come libertà, democrazia, progresso e pace… diventano riflessi capziosi utilizzati come trappole per dirigerlo. Gli anziani del Village o il potente di Minority Report o l’equipe televisiva di Truman sono lì “per fare il bene del singolo”, ma intanto distruggono la sua possibilità di scegliersi un bene diverso. Sicuramente le manipolazioni sono sempre esistite, abbiamo avuto tempi ben più fanatici, dove chi la pensava diversamente andava al rogo o era crocifisso, ma mai come oggi i mezzi di suggestione hanno fatto un lavoro così scientifico per cancellare l’essere umano e marchiarlo a misura voluta. L’Apocalisse dice che il numero della Bestia è 666, il codice a barre, il marchio del mercato che riduce tutto a merce, nullificando l’uomo. Oggi le divinità si chiamano mercato e techne, in una inquietante osmosi tra sacro e profano.
In ‘The Village’ (parodia di un Eden fittizio) esiste la gioia, ma è la gioia dell’infanzia, di un mondo non cresciuto, soggiogato con l’illusione della paura e l’illusione dell’innocenza. Ivy crescerà per una assunzione di responsabilità.
In ‘The Truman Show’ (parodia della realtà visuale) esiste la gioia, ma è la gioia dell’inconscietà, della banalizzazione, perché tutto è spot, la vera realtà è lontana, ma Truman, non conoscendola, non può modificarla né raggiungerla. Ugualmente Truman capisce e si salva. Compie la sua catarsi, anche se tutto il sistema congiura per tenerlo in uno stato di minorità, come fosse una cavia e non una persona; si ribella per un diritto fondamentale che esplode in lui come essere umano: il diritto alla verità; fiuta l’inganno, inganna le telecamere, arriva ai confini della videosfera, si infila in un varco del falso cielo e si salva, entrando nel mondo vero. Il John Anderton di Minority, invece, si salverà diventando il colpevole, e sarà costretto a far emergere il suo passato rimosso e a far emergere il rimosso del potere. Se la prigionia è l’inganno siamo chiamati a una assunzione di verità, dentro di noi e fuori di noi.
Il cammino verso la verità è infinito. Ci saranno sempre videosfere da squarciare, foreste da attraversare, brani del passato da portare a galla, poteri da sconfessare, il processo non finisce mai. Solo il fanatico crede di possedere la verità totale e dunque è pericoloso.
Ogni uomo è malato di non conoscenza e dunque di non libertà. Ma non ci può essere libertà se non c’è verità. Uno stato che nega la verità ai suoi cittadini è uno stato che nega la libertà. Ma ogni uomo può cominciare a liberarsi attraverso la consapevolezza. Evolvere significa aumentare la nostra presa di coscienza, anche se mai come oggi il sistema ci costringe alla prigionia del non conoscere. Il motto “Credere, ubbidire e combattere” sta risorgendo, ma è un vizio del potere. Meglio sarebbe: “Capire, scegliere e cooperare”. Siamo come computer che imparano a usare certi programmi e inglobano certi dati. Hardware, software e operatore creano un tutto unico, ma dobbiamo pensare che vi sia un margine di possibilità entro cui l’io possa modificare il programma, cioè ristrutturarsi o rompere il condizionamento.
“Riesci a vedere?”, «Can you see?» è la domanda ossessiva della veggente Agatha a John Anderton. Tu, uomo, riesci a vedere chi sei e cosa ti intrappola nel mondo artificiale? Riesci a vedere l’inganno interno ed esterno?
Noi riceviamo rapporti dal potere ma non abbiamo ‘minority report’, testimonianze della minoranza alternativa, dunque crediamo in una non verità. Ma il potere è niente e la minoranza è mondo. Occorre cambiare il baricentro. L’eccezionale non è chi si omologa o si assimila, ma chi rispetta la sua unicità. La fedeltà a se stessi è il rafforzamento dell’io fuori dal plagio passivo che porta alla perdita dell’anima. L’uomo deve rientrare in sé, deve porsi come scopo la propria singolarità ed evoluzione. Dio ormai e’ nell’uomo, non nel potere sterile che tutto annienta. Occorre anche sfuggire al dominio degli oggetti. Martin Luther King diceva: “C’è sempre il pericolo che noi permettiamo ai mezzi di cui viviamo di sostituire i fini per cui viviamo.“ Oggi le cose contano più delle persone e pretendono di asservire gli uomini. La globalizzazione economica è l’imperio delle cose, il profitto l’unico dio. Fuggire dalle cose e tornare all’uomo vuol dire riprendersi l’anima.
’The Village’ è contro l’enclave culturali che pretendono di rinchiuderci in Eden claustrofobici. ‘The Truman Show’ è la ribelliono dell’uomo cavia al Grande Fratello. ‘Minority Report’ accusa la guerra preventiva e la sua pretesa di attaccare per crimine chi non l’ha commesso. La gente è arrestata innocente, i popoli sono aggrediti innocenti, siamo noi il Truman soggiogato dalle immagini falsificanti. Non esiste la civiltà superiore, non esiste la religione perfetta, non esiste lo stile di vita innocente, non esiste il rapporto di verità assoluto. I rapporti, come quelli dei tre precognitivi di Minority, sono tutti divergenti. Sono solo ipotesi di comportamento, come il capitalismo e il marxismo sono ipotesi di economia o il cristianesimo e l’islamismo sono ipotesi di religione. Uscire dallo sguardo omologato vuol dire riconoscere la presenza di molti sguardi. L’assoluto non esiste. Nessuno ci garantirà mai l’innocenza. Alla fine, sta all’uomo scegliere. Alla fine John Anderton, o Ivy o Truman sono soli di fronte al mondo e a se stessi, in una possibile assunzione di responsabilità. Ed è per questo che diventano eroi.
E in questa assunzione di responsabilità in cui ognuno di noi è totalmente solo vorremmo sentire la frase finale di ‘Minority Report’:
“Tutti i prigionieri furono graziati senza condizioni e rilasciati”.

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