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Monday January 22nd 2018

Niente di particolare (o forse sì)

Niente di particolare

«Ed ora è il momento della nostra rubrica: “Gusto”»
Voce melensa dello speaker che lascia il posto a una musichetta banale.
Nello schermo un paffuto, rubicondo chef incomincia a parlare in toscano artificiale: «Oggi vi parliamo della ribollita!!».
Un moto di disgusto coglie la signora R.
Afferra il telecomando, spegne il televisore e fissa con desolazione il piatto davanti a sé.
Il suo pranzo quel giorno consiste in quaranta grammi di pasta, mezzo cucchiaino d’olio con passata di pomodoro, una fettina di petto di pollo con succo di limone, insalata scondita, una carota e una mela.
Tristezza.
Quando si alzerà da tavola, avrà più fame di prima.
E poi la dieta non funziona, pensa la signora R., ricordando con disappunto che la bilancia quella mattina indicava ancora 58,8 kg. Eppure prima ha anche fatto la cyclette… quaranta minuti consecutivi, proprio come ha detto il medico. Ma quel medico non capisce niente, e poi ha sempre fretta, come tutti i medici.
Guarda l’orologio: è già l’una e mezza e suo figlio non è ancora tornato da scuola… Vuoi vedere che è andato al mare pure oggi? Sospira e scuote la testa.
Quel figlio è una delle sue tante disperazioni: ha 19 anni, e poca voglia di studiare. Per riuscire a portarlo fino all’ultimo anno del liceo, lei e suo marito hanno dovuto iscriverlo ad un istituto privato… ma ora si avvicina l’esame di maturità… E lui va al mare! E’ proprio un incosciente come suo padre.
La signora R. sta pensando ora con una certa rabbia al marito, un cinquantenne agente di commercio, che nella sua vita ha sempre avuto solo tre passioni: nell’ordine il calcio, le automobili, le donne (tranne sua moglie, ovviamente).
Ultimamente però solo calcio e automobili.
Con lui non c’è mai stato dialogo: da anni ormai è un completo estraneo. Fosse almeno un bell’uomo! Macché… sfiorita in fretta quel poco di gradevolezza che la giovane età gli aveva concesso ai tempi del loro matrimonio, vent’anni prima, è diventato un tipo del tutto anonimo, privo di qualsiasi fascino o attrattiva. Il suo aspetto esteriore rispecchia pienamente quello interiore: mediocre.
Non che lei sia una gran bellezza, è vero, però fa di tutto (troppo) per valorizzarsi e per cercare di mantenersi in forma. Certo i risultati non sono all’altezza degli sforzi profusi nell’intento… ma lei non dispera, può ancora migliorare, basta solo impegnarsi.
Perché lo fa? Non cerca certo avventure con altri uomini, non saprebbe nemmeno da che parte iniziare, e poi sarebbe troppo faticoso, troppo stressante… no, no, meglio quella vita da vedova bianca, da zitella mancata, da vergine di ritorno.
La signora R. tiene molto al suo aspetto: piacersi è per lei un motivo essenziale di benessere interiore. La fa sentire più forte, più vincente. E’ un’illusione, ella lo sa benissimo, ma se la fa stare meglio, perché disilludersi?
Che soddisfazione quando può sfoggiare davanti alle amiche una linea invidiabile e una pelle del viso ancora molto giovanile, nonostante i suoi quarantasei anni! Non è tanto una gara con le altre, quanto con se stessa: vuole sentirsi desiderabile, speciale… è una forma di ribellione al suo destino di totale mediocrità.
Non che la signora R. pensi veramente che un destino straordinario fosse possibile e persino desiderabile, no: ella vuole soltanto tentare di emanciparsi spiritualmente dalla cappa soffocante che la sovrasta. Certo la sua ribellione è piuttosto conformistica, ma d’altra parte non ha gli strumenti per poterlo fare in altro modo: non è stata certo colpa sua se i suoi genitori non potevano permettersi di farla studiare. Erano tempi difficili, c’erano molti sacrifici da fare: ma c’era anche molta speranza per il futuro.
Ora invece…
Sarà per questo che suo figlio, che ha avuto tutto e potrebbe farsi una cultura, preferisce andare al mare. E d’altra parte quel figlio lo ha allevato lei, e per tanto tempo si è illusa di poterlo veramente indirizzare in quella che ritiene la giusta direzione.
No: quel figlio è stato allevato in realtà dalla televisione e dai suoi idoli, dal conformismo dei suoi coetanei, dal consumismo che ha invaso tutta la realtà. La signora non usa proprio quelle parole, però il concetto è lo stesso,e d ella ha capito la situazione quando era troppo tardi per intervenire. E d’altra parte, forse è stato meglio così… almeno suo figlio, nel suo conformismo, può sperare in una integrazione sociale, al contrario di tanti ragazzi studiosi ma emarginati. Può essere così, ma anche il contrario: tutto è così difficile da capire.
Sono tempi strani.
Suona il telefono.
«Pronto»
«Laura?» (è il marito).
«Sì, cosa c’è?» (voce annoiata).
«No, niente, volevo dirti che oggi torno a casa tardi, devo vedere molti clienti…»
«Sì, va beh… A che ora ti devo preparare la cena?»
«Non so, ma credo che mangerò fuori anche stasera»
«Fa come vuoi… ah, senti …»
«Sì?»
«Sai che Marco non è ancora tornato da scuola? Mi sa che ha saltato pure oggi… per me è andato al mare con quei deficienti dei suoi amici…»
«Beh, ma è giovane… lascia che si diverta… anche io non studiavo niente ai suoi tempi, e poi ho pur fatto carriera»
«Ah, sì, bella carriera…»
«Oh, non ricominciamo! Ti saluto!»
E chiude la comunicazione.
Laura sospira, poi guarda l’orologio e si rende conto con disappunto che è già passata l’ora di inizio della sua soap-opera preferita, che segue da quindici anni.
Intendiamoci, Laura sa bene che quella soap-opera è sostanzialmente una schifezza: è banale, scontata, prevedibile, sciatta, ridicola, patetica, improbabile, assurda, sconclusionata, raffazzonata e a volte persino noiosa. Laura non ha dubbi al riguardo, eppure, nonostante tutto ciò, ella continua da quindici anni a seguire quella specie di melassa. Perché? Laura se lo chiede tutti i giorni, da quindici anni, e non riesce a trovare una risposta plausibile…
Per un certo periodo di tempo ha creduto che il motivo fosse perché l’orario della soap-opera, dopo pranzo, coincide con la fase della sua digestione, che, essendo piuttosto difficile, non le consente di fare altro. Però la spiegazione non regge, perché comunque durante la fase digestiva avrebbe potuto telefonare a qualche amica, fare una passeggiatina, ascoltare musica, guardare qualche film di qualità in videocassetta… ma lei a quell’orario non ha mai fatto niente di tutto ciò… anche se forse le piacerebbe di più.
Laura sa che sta perdendo tempo, eppure c’è qualcosa che la attrae in quel fumettone prolisso, qualcosa di indefinito e indefinibile.
Non sono gli attori, la cui bellezza è ormai logorata dallo scorrere del tempo: sì, quegli attori, sempre gli stessi, si stanno come mummificando… vede i loro volti incavarsi, rinsecchirsi, la pelle avvizzire, cedere… della loro antica bellezza resta solo il ricordo… e a volte Laura si chiede come sia possibile che persino loro, con tutte le cure che riservano al loro aspetto, siano potuti invecchiare così. E poi un’idea la sorprende: dopo tutto quei personaggi sono invecchiati con lei, le sono stati accanto tutti i giorni della sua vita, come dei familiari, anzi, più dei suoi stessi familiari, che sono sempre fuori casa. Laura si è affezionata a loro, ha permesso a loro di insinuarsi nella sua quotidianità, di scandirla come un rituale, una sorta di tè delle cinque, di partita a bridge, con in più il vantaggio che quei personaggi, essendo solo maschere, non le creano l’ansia del confronto reale con l’altro da sé.
Laura si immerge in quel mondo finto e lascia che la sua mente galleggi in quella rilassante falsità: è come staccare la spina, dimenticare… è una droga, una specie di oppio, che la distoglie dalla insostenibile consapevolezza della assoluta banalità della sua esistenza. Laura non reggerebbe il confronto con personaggi più complessi, la turberebbe troppo l’idea che la vita può essere molto più varia. Forse Laura ha bisogno della pacchiana banalità della soap-opera per illudersi che la vita degli altri sia ancora più noiosa e assurda della sua.
L’universo concentrazionario della soap-opera, in cui pochissimi personaggi ruotano intorno a se stessi in un contesto chiuso, claustrofobico, in cui ci si pesta i piedi tanto è piccolo, funge sotto certi aspetti da proiezione in chiave favolistica della quotidianità piccolo borghese, la giustifica, tenta persino di drammatizzarla, di epicizzarla, incurante del ridicolo e del patetico che si sprigiona da tutto ciò. Laura, a cui quella vita sta stretta, ma che non avrà mai il coraggio o la forza di concepire una vita diversa, trova nella messa in scena della soap il suo alibi perfetto: ah, ma tanto, alla fine, fanno così anche loro!
E se anche fanno qualcosa di straordinario, lo fanno in un modo talmente assurdo e incredibile che non le può certo fare ombra: è l’eccezione che conferma la regola. La favola è il necessario mascheramento della realtà. Dietro la falsità evidente dei prodigi delle soap-operas c’è la riconferma implicita del fatto che la realtà vera è assolutamente banale.
E’ così evidente che l’anello di fidanzamento che il tale ha offerto per la centesima volta alla talaltra è finto, è un fondo di bottiglia incastonato in un cerchio di plastica… e proprio perché la falsità di tutto ciò è così evidente che Laura riesce a tollerarla.
Si fanno delle morti così belle nelle soap-operas, delle morti così dignitose, dove il moribondo, fresco come una rosa, pronuncia in perfetta lucidità delle frasi memorabili. Laura sorride di fronte a queste morti così false: si ricorda bene la morte di suo padre, il rantolo interminabile dell’agonia, la privazione di ogni dignità del povero corpo deturpato dall’incoscienza ancor più che dalla malattia. Quella è la vera morte, la morte prosaica, degradante, imbarazzante nella sua cruda corporeità, nella sua totale mancanza di poesia: chi ha visto morire un parente o un amico lo sa, sa che la morte non ha nulla di nobile o di teatrale, no… è qualcosa di intollerabilmente banale. E questa banalità, fatta di cateteri, pannoloni, versi privi di senso, è intollerabile perché l’uomo pretenderebbe che quel momento fondamentale, terribile, misterioso, inaccettabile, inspiegabile, fosse almeno scandito da eventi grandiosi, nobilitanti, memorabili. E invece no. Si muore nelle situazioni più imbarazzanti, più penose, più insignificanti. La banalità della vita ci perseguita fino alla fine.
Ma non nelle soap-operas: no, lì si muore in grande stile. La soap-opera ci dice: guardate, quella sì che è una morte, è così che dovrebbero andare le cose, ma attenti: è tutto così falso che nessuno di voi può illudersi che la vera morte sia così.
Laura sa bene tutto questo: ha una percezione estremamente nitida della banalità della vita e della morte. Proprio per questo ha bisogno di evadere in un mondo falso, in cui la banalità diventa parodia, gioco dell’assurdo, sperimentazione delle possibili combinazioni di un piccolo mondo di burattini… lì solo la banalità è accettabile, perché diventa essa stessa oggetto di una involontaria comicità.
Laura accende il televisore e vede i volti familiari, si sente a casa, le sembra quasi di essere tornata bambina, con la mamma che le racconta le favole prima di dormire. Ora è la tv che le racconta le favole, le concilia il sonno della pennichella pomeridiana, gli occhi le si chiudono lentamente e la vista si annebbia.
Ora Laura sogna… sogna gli stessi personaggi della soap-opera, che si aggirano come pagliacci nella sua casa, conducono vite parallele alla sua, e a volte lei stessa diventa una di loro, senza alcun nesso, senza alcun senso, ma che importa? Il groviglio di ricordi, di desideri, di paure, di frustrazioni, prende in prestito il volto, la maschera dei personaggi finti per poter essere più accettabile, meno angoscioso.
Laura sogna come sarebbe potuta essere la sua vita, sogna che suo figlio sia come il figlio dei personaggi della telenovela, perfetto… ah… e suo marito pure… tutto è così a posto… c’è qualcosa di falso… non può essere così… c’è qualcosa che non va…
Ecco, Laura si è svegliata: l’orologio del salotto batte le tre del pomeriggio.
La televisione mostra volti noti, di un’altra trasmissione.
Laura la spegne ed il silenzio la fa sentire sola.

Marco sa bene che ciò che sta facendo avrà qualche spiacevole conseguenza.
Sa che non avrebbe dovuto marinare la scuola proprio ora che si avvicina l’esame di maturità. In effetti sarebbe per lui una seccatura se non superasse l’esame: dovrebbe rimandare di un anno la bella vita universitaria. E poi si sarebbe dovuto sorbire le prediche interminabili di sua madre.
Però la giornata è così bella che è veramente un delitto chiudersi in quelle squallide aule scolastiche, tra quei frustrati dei professori, che non sanno fare altro che sfogare il loro sadismo e la loro rabbia repressa contro i poveri studenti.
I professori non capiscono niente di coloro che hanno davanti, specialmente quelli non sposati, o più anziani. Sono così terribilmente fuori moda, così patetici nei loro vestiti antiquati, nel loro modo di parlare, nel atteggiamento sempre fuori luogo, ai limiti del ridicolo. Come possono essere credibili ai suoi occhi?
E poi la scuola è una cosa per sfigati, per secchioni che le ragazze non guardano nemmeno, se non per prenderli in giro. No, le ragazze guardano quelli che fanno sport, che sono trendy, all’ultima moda, belli, palestrati, abbronzati…
Ecco appunto, perché perdersi una bella occasione per abbronzarsi e stare in mezzo ai suoi amici “fighi”, che gli insegnano come si deve essere per fare colpo sulle ragazze… quelle “fighe”, ovviamente, perché le altre le può avere chiunque, e fa la figura del morto di fame.
Perciò, senza esitazioni, Marco si è messo alla guida della sua bella macchina sportiva, che i nonni gli hanno regalato appena ha preso la patente, con l’approvazione di suo padre, ma non di sua madre, la solita rompiscatole, che si permette di dire che lui è troppo giovane per avere una macchina così costosa, e poi non ha fatto nulla per meritarsela. Il che è anche vero, però non è una buona ragione per privarlo di un elemento essenziale per apparire più “figo”.
Apparire, ecco il verbo chiave. Tutto si gioca sull’apparenza. L’importante è che l’apparenza sia perfetta. Il resto, cosa conta? E poi qual è la vera sostanza?
Hanno un bel dire i vecchi che quello che conta è essere “belli dentro”… non hanno proprio capito niente della vita! “Belli dentro”… sai che roba! La verità è che se non sei bello fuori, e se non appari al meglio, nessuno ti prende in considerazione… nessuno che sia attraente o vincente, s’intende.
Ah, come è convinto della assoluta verità di tutto ciò, questo illuso di Marco (ma chi siamo noi per giudicare?)… crede proprio che se seguirà questo modo di pensare, otterrà dalla vita tutto ciò che vuole e cioè, in fin dei conti, il piacere.
Ma sì, forse lo otterrà anche…e poi?
Contro quale scoglio farà naufragio la sua nave? Perchè prima o poi si fa sempre naufragio.
Non conosce ancora, ma lo scoprirà, un giorno, quel vertiginoso senso di vuoto che si nasconde dietro la sottilissima patina dorata del piacere soddisfatto, quel nauseante abisso di noia e di saturazione, che ci spinge sempre a cercare emozioni più forti, più strane, più folli, per non essere costretti a guardare in faccia il nulla della nostra esistenza.
E’ ancora un entusiasta, tutto sommato, il nostro Marco, un adolescente in piena tempesta ormanole, e forse gli dovremmo perdonare l’incoscienza e la presunzione, direi persino l’arroganza.
Forse se avesse avuto educatori più carismatici, non sarebbe caduto nella trappola del conformismo edonista e consumista dei tempi nostri. Forse.
Chissa? Magari avrebbe capito in tempo che la felicità non è nel diventare schiavi dei propri desideri, ma nel riuscire a dominarli. Non è tanto nella gioia dell’attimo fuggente, con buona pace di Orazio, se mai qualcuno ancora lo studiasse come si deve: quella gioia volubile ed effimera a cui segue l’abisso della noia. E non è nemmeno, la felicità, nella ricerca perennemente insoddisfatta del “meglio”, per cui si muore “assetati sul miraggio”, alla Ungaretti. Se esiste, ma non ne sono certo, credo che la felicità risieda nell’equilibrio interiore, nella piena salute della mente… allora sì che si è veramente sani e veramente giovani.
Ma ci vuole moltissimo tempo per diventare giovani.
Povero Marco, insegue un sogno, a modo suo, ma capolinea ci sarà la banalità.
Noi moriamo, soffochiamo di banalità.
Speriamo almeno che non se ne accorga, perché se un giorno si rendesse conto, come sua madre, che la sua vita si è impaludata nel non-senso, sarà troppo tardi.
Si chiederà perchè è diventato un automa, e perchè gli automi dominano il mondo, e nello stesso tempo sono schiavi, prigionieri.
Ma cos’è che ci ha reso prigionieri?

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