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Monday May 28th 2018

Jack Folla

(Un amore sconvolgente: Jack Folla, l’uomo come tutti, il nostro alter ego clandestino, quello che dice le cose che sempre pensiamo e non abbiamo il coraggio di dire mai, l’uomo-talpa che scrive dalle fogne della città, che scuote le coscienze sotterranee, l’uomo antisistema, il non-sistema Jack, come noi vorremmo essere, come forse siamo, come non abbiamo il coraggio di mostrarci. Noi prigionieri, lui libero. Lui che ci mostra la libertà. Jack la nostra ombra luminosa!)

”Sono anni che viviamo in questa cella.
La felicità non sai cosa sia, la libertà neppure,
i desideri neanche.
Io sono evaso
per insegnarti a sognare”

“Sono tornato per vedere
se ci riesce ancora di limare
le sbarre insieme
per riguadagnare un po’ di libertà
in questa tetra realtà. “

“Un uomo solo davanti al muro
è un uomo solo
ma due uomini che guardano
il muro
è un principio d’evasione.”

(Nell’Italia di oggi c’è chi ha fatto del suo esilio un regno. In un Paese immobilizzato dagli applausi scroscianti a chi è Pro e chi Contro, Jack irrompe con anarchia appassionata, pagando di persona, evadendo anche dalla prigione del dissenso, pur di offrirci una via di fuga. Perché le sessanta lettere che ci ha fatto pervenire dal suo e dal nostro silenzio, si possono riassumere nel telegramma dell’ultima riga: )

“Le paure si contano da soli.
Le speranze in due.” .

JACK: “Saper mettere un punto e andare a capo è uno dei segreti di ogni storia della vita. Se lo ritardi, la rovini; se l’anticipi, la bruci; e se lasci che sia l’altro a mettere il punto al posto tuo, vuol dire che tu eri già uscito dalla storia.
Gli addii non si annunziano, si compiono, e la loro violenza è inevitabile come quando si muore: la violenza del silenzio che seguirà. Gli addii camuffati da arrivederci li considero le perfidie peggiori. In realtà tagliano proprio le gambe ad ogni possibile ritorno, rassomigliano ai falsi addii delle marionette, quelle addestrate a recitare tutte le sere davanti a un pubblico diverso ma per loro indistinto e sempre uguale, eterni burattini che se ne vanno con nelle orecchie di legno gli applausi dell’ultimo “bis” che si confonderanno con quelli di benvenuto del prossimo paese dove domani sera replicheranno lo spettacolo.
Mettere un punto non è abbassare il sipario e nemmeno cambiare copione. E’ semplicemente interrompere la recita e uscire di scena. Non finire la battuta; osare, interromperla con un punto assurdo, e scontentare il pubblico, l’impresario e perfino te stesso, perché recitare il tuo ruolo ti piaceva, eccome se ti piaceva, era “come se”, come se quella di Jack fosse davvero la tua vita.
Ma vivere tutto “come se ” è un danno. Lo conosco e me lo sono procurato cento volte. Ci sono coppie immobili, che per paura dell’abbandono, sono avvinghiate con il filo spinato del “come se”, come se… si amassero ancora. Ci sono occasioni perdute sul lavoro, per il terrore di trasferirsi in un’altra città o semplicemente di cambiare azienda o mansioni o colleghi, in cui il “come se “è la scusa consolatoria a cui aggrapparsi per non mettersi a rischio. Le sirene della felicità, spesso, infondono più sgomento delle catene di un’esistenza mediocre. Allora facciamo come se il nostro vecchio lavoro fosse ritornato appagante, come se l’invidia del collega fosse una carezza, come se lo stipendio non ci dispiaccia più e ci convinciamo che quella promozione sempre promessa e mai mantenuta, in fondo in fondo ci lascia più liberi di vivere. Ma non appena è passata la “minaccia” di un’offerta di lavoro migliore, la “iattura” del colpo di fortuna, o quella altrettanto pericolosa di un nuovo amore, allora ricominciamo a lamentarci, di nuovo come se non fossimo stati solo noi a perdere il treno, e malediciamo chiunque, dalle Ferrovie dello Stato, agli extracomunitari, al nostro stipendio di merda, moglie, suocera e cane del vicino che-quello-chi sa- che cazzo-gli mette- nel pappone-per farlo latrare apposta- alle tre di notte- e rovinarmi l’esistenza.
No, questa volta no, per favore. Questo fra me e te non deve succedere, fratello. E noi finora siamo stati bravissimi, noi finora l’abbiamo evitato.
Avevamo tutti bisogno di un rapporto felice. Non so se un programma alla radio si possa definire così, ma so che il nostro era amore.
Io metto un punto, perché nessuno ce lo porti via.”

“Se l’idea di società che abbiamo dentro
è un po’ meno ignobile, un po’ più solidale e felice di quella che stiamo scontando attualmente,
non è nostro diritto pretenderla,
ma è nostro dovere praticarla ed attuarla,
“come se”
fosse quella e non questa l’Italia in cui viviamo. “

“Credo che l’attesa sia un vizio come la speranza e io preferisco il dolore senza sorprese” .

(Il suo bilancio si rivelerà una resa dei conti con se stesso e con gli “altri” nella scoperta delle verità nascoste, delle ipocrisie e di “un vuoto sconfinato in cui il dolore pulsante del mondo confluisce nel malessere individuale” e viceversa in una continua correlazione.)

“Tutti i nostri atti producono conseguenze sul prossimo, alcune fortuite, altre prevedibili”.

(Jack Folla proclama l’incoscienza come antidoto alla falsa coscienza di oggi: )

“L’illusione di essere sempre informati su tutto, di poter comunicare a tu per tu con chiunque, di conoscere gli altri e se stessi, e la presunzione di aver scardinato, grazie alla teologia, alla psicologia, alla tecnologia e alla biogenetica, la cassaforte dell’universo. Al cospetto di questa coscienza collettiva, io mi inchino, vi saluto e ritorno nelle tenebre del plasma. Preferisco essere un nanobio di un decimillesimo di millimetro, la metà del più piccolo batterio conosciuto, che un essere umano cosciente di sè. Voi trascorrete l’esistenza cercando di trovarvi, io la passo cercando di disperdermi.”

“La mia generazione

Non può essere, non dev’essere, io non posso accettarlo
di essere tagliato sempre quando parlo.
Che dico. Che sogno. Di che cosa ho bisogno.
Se sono ignorante e se me ne vergogno.
E a te che ti diletti della mia generazione:
rispetta il bisogno e l’emozione
di chi più niente aspetta. Non spera
non spara. Rifila solamente con l’accetta la sua bara.
O padri. O padri. O padri disperati
da padri che vi fecero già adulti e sistemati
di libertà selvaggia ci avete contagiati
e come cormorani, da soli, abbandonati
sull’ultima spiaggia col petrolio sulle ali.
Non può essere, non dev’essere, io non posso accettarlo
che questa mia generazione di cui parlo, tarlo,
dovrà rosicchiarsi un posto al sole, rubarlo
ad ogni costo. Contesto. Non voglio farlo,
la globalizzazione è il vostro stupido pretesto, mondiale
per buttare a mare una generazione da scartare. Vero?
Non speculare, su questo silenzio che non ci fa urlare. Peggio.
Noialtri non verremo a votare al vostro seggio.
Né grideremo Baggio-Baggio. Non puoi farci sfogare
per lavartene le mani che non c’è da lavorare. Scruta
dalla tua reggia, saggia, milioni di ragazzi
su questa ultima spiaggia. Attenti. Pazzi.
Diccelo tu che vali ?
Perché il sole sta sciogliendoci il petrolio dalle ali.”

“Non darmi preoccupazioni

Preoccupazioni. Non darmi preoccupazioni.
Fai attenzione quando attraversi la strada.
Dammi la mano Jack, la mano.
Oggi il bambino è strano.
Preoccupazioni, non darmi preoccupazioni.
“Quando nascesti”, raccontavi, “ti fecero saltare
sulla mia pancia. Tu ridesti facesti pipì,
ed eri così bello e così forte che io dissi:
“Questo è Vino, Donne e Canto”. E hai pianto.
Non darmi preoccupazioni.
Mamma, ricordi la cartella con i pennini?
C’era una banda di bambini che si chiamava ”Condor”.
I Condor mi aspettavano dietro l’angolo
e mi buttavano in terra. La guerra.
Io infilzai di pennini la cartella. E tu
“Non darmi preoccupazioni, se cadi per terra
ti caverai un occhio”. Malocchio.
Invece l’occhio lo perse un Condor.
E ti chiamò la signora maestra.
“Non darmi preoccupazioni ” . E ti chiamò la signora maestra e la
mamma del condor ti denunciò
così cominciò il calvario delle chiamate, degli avvisi
delle telefonate. “Pronto signora?” — Pronto.
(Non darmi preoccupazioni. )
“Giù c’è una guardia per suo figlio”.
(Non darmi preoccupazioni.)
Avviso di cambiali scadute, assegni protestati,
postdatati, rubati. Non darmi preoccupazioni.
Spaccio, astinenza, roba. Alba vuota.
“Questo non è un albergo!”
Mamma sulla sedia a dondolo
dopo il primo anno a Rebibbia mi aggiusta la fìbbia
della scarpa nera. “Vestiti, una volta, da sera”.
E poi l’America, d’illusioni e tentazioni.
Non darmi preoccupazioni.
E quand’è morta sembrava una bambina
e diceva cose da bambina, tranne una:
“Ti fecero saltellare sulla mia pancia
ed eri così bello e forte che dissero Vino Donne e Canto”.
Sei morta.
Ho pianto.
Le madri dei condannati a morte muoiono sempre prima. Condannate dai figli..”

Numeri

“Numero, la vita è tutta un numero. 80-27-29
era il numero di casa dei miei. Loro sono scomparsi
adesso devi aggiungere lo 06. Ma non basta
perché suona eternamente libero. Telecom,
voglio il prefisso per parlare con mio padre,
il fu numero… Ricordi? “Com’è andata a scuola?”
Ho preso 8, papa. 7. 6. Trentasei sessantesimi
alla maturità. “Legga un poco la A “. Miope: due diottrie.
I numeri degli oculisti e quelli degli elettricisti.
Sessanta watt. Numero, la vita è tutto un numero,
come dicono i croupier.
“Che misura porta, signora?” La terza.
“Vuoi il numero del mio telefoninooo?”
No, dammi quello del tuo destino.
Non bastavano i maghi alla tivù, quelli col numero
in sovraimpressione, adesso ci sono
i numerologi della divinazione. “Lei è un tipico destino 2”
Esigo un paese senza numeri di sorta.
Toglietemi il numero dalla porta. “Pronto? Un attimino,
mi da il numero della sua carta di credito
per la campagna della Bonino?”
Esigo un telefono senza numeri per libere chiamate mentali.
Numeri, te l’inculcano a scuola: Se 44 soldati
puntano contemporaneamente 22 fucili e scaricano
su 66 condannati 962 pallottole,
quante di queste andranno a segno?
Consegno. Sto male. Lei deve prendere 3 pasticche
prima di colazione, due di queste altre dopo, queste sei
dopo cena Piuttosto mi mangio la scatola.
Numeri, vi detesto Protesto la mia totale estraneità
a tutti i calcoli di probabilità. Statistica: parola eufemistica
per dire che non conti un cazzo, ma che tutti insieme
facciamo un’opinione. Numeri, ossessione
Rinuncio al premio di consolazione: “Ultimo estratto: 4.
Ma che fa, è matto? Aveva vinto un gatto'”.
Teneteveli, li odio. Sono sempre 44 in fila per tre
con resto di due. E uscito il 32 sulla ruota di Bari.
“77, le gambe delle donne”. Somaro. Quando mai
si sono viste 77 gambe sotto la gonna di una donna.
E che è un millepiedi? In piedi! “Quanti siete ragazzi?”
Siamo tanti, tesoro. Incavolati pazzi.”

Desiderio, fottiti.

“Desiderio, fottiti. “Vacanzina ai Caraibi?”
Turismo, triste invenzione. Stare fermi,
occhio al ciclone. “Che ne dice di questa
zuccheriera inglese dell’Ottocento?” Orribile. Attento
a tutte le riproduzioni, ti faranno desiderare l’originale.
E attento all’originale, farà scattare negli altri
il desiderio di rubare. Desiderio, fottitti. “Berio.
L’ha mai sentito? In questo cd si riproduce all’infinito”,
— No grazie, troppo serio “Pronto, desidera?”
— Più niente, ci ho ripensato.
Desiderio di un condannato?
Essere un evasore. Dell’evasore?
Avere concordato. “Ti desidero “.
— Moi non plus. “Ha mai considerato la convenienza
di una multiproprietà?” Certo, per fare una strage.
“E di questo tritaghiaccio che ne dice?” Finirei
col suicidarmi in cubetti. Desiderio, fottiti.
“Abbiamo mobili di richiamo, salotti chiavi in mano,
soffitte da primo piano, nani per giardinetti,
serrature in ricamo, porte con i merletti,
camini dentro ai letti, computer che dicono ti amo.
Li vuole?” No, richiamo.
Desideri del genere umano vi detesto.
Siete tristi e noiosi. Tutti eccetto questo.
Un disco di Battisti.”

(Ma la poesia proprio più bella- che dico: poesia, un poema!- me la manda la mia amica Koko e mi prende come prenderà tutte le donne del mondo: “Grazie Jack! Sei quasi una donna! e non ho complimento più grande, da darti!
…e questo bellissimo testo di Jack Folla lo dedico a tutte le balenottere in rinascita :)))

DONNE IN RINASCITA

“Più dei tramonti, più del volo di un uccello, la cosa
meravigliosa in assoluto è
una donna in rinascita.
Quando si rimette in piedi dopo la catastrofe, dopo la
caduta.
Che uno dice: è finita.
No, non è mai finita per una donna.
Una donna si rialza sempre, anche quando non ci
crede, anche se non vuole.
Non parlo solo dei dolori immensi, di quelle ferite da
mina anti-uomo che ti fa
la morte o la malattia.
Parlo di te, che questo periodo non finisce più, che
ti stai giocando
l’esistenza in un lavoro difficile, che ogni mattina è
un esame, peggio che a
scuola.
Te, implacabile arbitro di te stessa, che da come
il tuo capo ti guarderà
deciderai se sei all’altezza o se ti devi condannare.
Così ogni giorno, e questo noviziato non finisce mai.
E sei tu che lo fai durare.
Oppure parlo di te, che hai paura anche solo di
dormirci, con un uomo; che sei
terrorizzata che una storia ti tolga l’aria, che non
flirti con nessuno perché
hai il terrore che qualcuno s’infiltri nella tua vita.
Peggio: se ci rimani presa in mezzo tu, poi soffri
come un cane.
Sei stanca: c’è sempre qualcuno con cui ti devi
giustificare, che ti vuole
cambiare, o che devi cambiare tu per tenertelo
stretto.
Così ti stai coltivando la solitudine dentro casa.
Eppure te la racconti, te lo dici anche quando parli
con le altre: “Io sto bene
così. Sto bene così, sto meglio così”.
E il cielo si abbassa di un altro palmo.
Oppure con quel ragazzo ci sei andata a vivere, ci hai
abitato Natali e Pasqua.
In quell’uomo ci hai buttato dentro l’anima ed è
passato tanto tempo, e ne hai
buttata talmente tanta di anima, che un giorno cominci
a cercarti dentro
lo specchio perché non sai più chi sei diventata.
Comunque sia andata, ora sei qui e so che c’è stato un
momento che hai guardato
giù e avevi i piedi nel cemento.
Dovunque fossi, ci stavi stretta: nella tua storia,
nel tuo lavoro, nella tua
solitudine.
Ed è stata crisi, e hai pianto.
Dio quanto piangete!
Avete una sorgente d’acqua nello stomaco.
Hai pianto mentre camminavi in una strada affollata,
alla fermata della metro,
sul motorino.
Così, improvvisamente. Non potevi trattenerlo.
E quella notte che hai preso la macchina e hai guidato
per ore, perché l’aria
buia ti asciugasse le guance?
E poi hai scavato, hai parlato, quanto parlate,
ragazze!
Lacrime e parole.
Per capire, per tirare fuori una radice lunga sei
metri che dia un senso al tuo
dolore.
“Perché faccio così? Com’è che ripeto sempre lo stesso
schema? Sono forse
pazza?”
Se lo sono chiesto tutte.
E allora vai giù con la ruspa dentro alla tua storia,
a due, a quattro mani, e
saltano fuori migliaia di tasselli. Un puzzle
inestricabile.
Ecco, è qui che inizia tutto. Non lo sapevi?
E’ da quel grande fegato che ti ci vuole per guardarti
così, scomposta in mille
coriandoli, che ricomincerai.
Perché una donna ricomincia comunque, ha dentro un
istinto che la trascinerà
sempre avanti.
Ti servirà una strategia, dovrai inventarti una nuova
forma per la tua nuova te.
Perché ti è toccato di conoscerti di nuovo, di
presentarti a te stessa.
Non puoi più essere quella di prima. Prima della
ruspa.
Non ti entusiasma? Ti avvincerà lentamente.
Innamorarsi di nuovo di se stessi, o farlo per la
prima volta, è come un diesel.
Parte piano, bisogna insistere.
Ma quando va, va in corsa.
E’ un’avventura, ricostruire se stesse. La più grande.
Non importa da dove cominci, se dalla casa, dal colore
delle tende o dal taglio
di capelli.
Vi ho sempre adorato, donne in rinascita, per questo
meraviglioso modo di
gridare al mondo “sono nuova” con una gonna a fiori o
con un fresco ricciolo
biondo.
Perché tutti devono capire e vedere: “Attenti: il
cantiere è aperto, stiamo
lavorando anche per voi.
Ma soprattutto per noi stesse”.
Più delle albe, più del sole, una donna in rinascita è
la più grande meraviglia.
Per chi la incontra e per se stessa.
È la primavera a novembre.
Quando meno te l’aspetti…”

http://www.jackfolla.it/
http://www.jackfolla.it/storia.html
http://jackfolla.splinder.it/
http://www.questotrentino.it/2002/11/Lettera_Jack_Folla.htm

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