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Saturday February 17th 2018

Salvatore Romano Catania

*Salvatore Romano Catania
Uomo del suo tempo.

“Perché le investigazioni dialettali riescano fruttuose, bisogna farle sopra il maggior numero di elementi dati nel tempo e nello spazio”.
E’ Corrado Avolio (nato nel 1843) che scrive; ma non vogliamo in questa sede parlare di Lui, anche se studiosi insigni, come Bruno Migliorini, Salvatore Santangelo, Carmelo Sgroi e Giorgio Piccitto hanno riconosciuto a Lui grandi meriti. Vogliamo far tesoro dei suoi saggi insegnamenti, specie nel trattare una materia come la lingua siciliana che è cara a molti.(1)(2)
Salvatore Romano Catania, (nato nel 1839), conterraneo e contemporaneo dell’Avolio e di Alessio Di Giovanni, non si caratterizza, come un intellettuale da tavolino o come uno spirito contemplativo, ma come uomo vissuto in un tempo problematico a cui ha risposto con tutte le sue forze e potenzialità, con la sua “vita attiva e dinamica” e con il suo impegno di studio per cui è degno di essere ricordato.
Il chiamarsi Romano, con mille possibili omonimie, e il vivere in un tempo, per molti aspetti problematico, non Lo aiuta ad imporsi all’attenzione dei posteri. Egli, dopo aver compiuto i suoi studi presso il Regio Liceo di Trapani , si dedica “all’insegnamento per circa cinquanta anni” e si occupa, anche, delle istituzioni scolastiche all’estero. I suoi numerosi scritti sono tutti conservati nelle biblioteche e, ancorché in apparenza modesti, documentano una vita fervida ed interessante, ricca di esperienze e testimonianze significative per chi sa leggere tra le righe. Assonanze parallele e non secondarie con l’Avolio e con il Di Giovanni meriterebbero, forse più avanti nel tempo, possibili “investigazioni” e approfondimenti.
Il nome di Salvatore Romano rimane legato al Circolo Filologico palermitano (3), alla Società Dante Alighieri (4), di cui è presidente e alla Società di Storia Patria (5), di cui è Segretario Generale dal 1908 al 1920, oltre che all’Istituto dei ciechi, di cui è Direttore per diversi anni a partire dal 1902.(6)
Il panorama culturale di quel periodo offre una varietà di ricerche fiorite intorno ai nomi di Vigo, di Pitrè, di Salomone Marino,di Antonino Salinas ed altri. ma qualche cosa sfugge probabilmente all’attenzione degli studiosi, tanto da richiedere, ora, un’analisi su documentazioni di prima mano, che si continuano a ricercare.
E se alcune opere dell’Avolio, ex combattente garibaldino, lasciate al figlio Ferruccio, sono rimaste inedite, come annota Tullio De Mauro nella sua introduzione all’opera dello stesso Avolio, tutte le opere di Alessio Di Giovanni rimangono con molti inediti nella Biblioteca comunale di Palermo, gli scritti di Salvatore Romano rimangono confinati negli schedari della Biblioteca di Storia Patria e, solo per una coincidenza fortuita, vengono parzialmente alla luce(6). In realtà, come correttamente precisa Elsa Guggino, studiosa sensibile e credibile ed esperta nel settore della ricerca, ciò che è “popolare” autentico, solo in parte è catalogato come “popolare”, solo per quella parte che è stata riconosciuta dagli uomini colti (7), che è solo la punta di un iceberg. C’è un’infinità di ragioni per cui l’opera di un uomo può non essere riconosciuta dai contemporanei e dalla generazione successiva. Salvatore Romano, che, a nostro avviso ha difeso le ragioni del popolo, sta, dunque, ancora sotto la punta dell’icesberg, pur avendo egli generosamente cercato, in vita, di far conoscere coloro che, rientrando nella sua sfera di studi, gli sembravano degni di particolare menzione e promozione.
Nel 1876, troviamo Salvatore Romano come soprintendente scolastico che distribuisce premi alle allieve delle scuole municipali di Palermo, e, nel 1888, dà notizie dell’opera di Gaetano Di Giovanni su G.A. De Cosmi, sintetizzando l’ansia e le caute aperture degli uomini colti del tempo dinanzi all’evolversi della situazione scolastica.
I suoi interessi sono molteplici e il suo impegno di lavoro, interpretato da buon cittadino del mondo, gli impedisce di concentrarsi solo sugli studi linguistici. Ma il giovane Romano si sarà certamente trovato a leggere il Proemio all’Archivio glottologico dell’Ascoli del 1872 , pubblicato l’anno successivo, che apriva la lunga questio tra “ascolani” e “manzoniani”. L’Ascoli aveva vigorosamente affermato che non si poteva essere puristi ad oltranza, trascegliendo solo alcune espressioni ritenute degne sulle bocche dei popolani per permettere al fiorentino di divenire lingua nazionale. Pochi anni prima venivano pubblicati i dizionari siciliani-italiani del Traina (1868) e del Mortillaro qualche anno dopo.
Salvatore Romano aveva sicuramente percepito il fenomeno attraverso cui il dialetto siciliano stava rapidamente assorbendo la lingua nazionale e la sua partecipazione a questo processo storico-culturale viene testimoniata dal suo libretto “Voci e Maniere di dire siciliane-italiane”, libretto per le scuole popolari di Sicilia approvato dai Consigli scolastici di Palermo, Trapani, Girgenti e di altre provincie” ed. Sandron (che ben presto rivedrà la luce a cura della sottoscritta). Nello stesso periodo per vie diverse , poeti e scrittori come Alessio Di Giovanni si pongono lo stesso quesito, elaborando risposte individuali o di gruppo di diverso segno. Mentre Alessio Di Giovanni, andando anche controcorrente rispetto al pensiero degli intellettuali dell’epoca, insiste sull’uso del siciliano apprestandosi a pubblicare i suoi noti Esercizi di dialetto e lingua per la scuola elementare (8), anche Salvatore Romano compila in Voci e maniere di dire siciliane e italiane, (9) le sue schede, dedicate agli operai di Trapani, cercando un modo semplice per accostare la lingua siciliana e quella italiana in modo da favorire l’evoluzione naturale della lingua, attraverso la conoscenza dei due codici. Anch’egli si pone problemi che vanno di certo oltre la lingua, in senso umanitario e affronta,a suo modo, il problema didattico.
Il libretto, che potete leggere di gusto, è infatti diretto ad un vasto pubblico, non di filologi e studiosi consumati, ma di insegnanti elementari(ora può essere oggetto di studio ad altri livelli); non è una grammatica vera e propria,né un dizionario per il popolo, e sembra piuttosto ispirato ad una metodologia per l’insegnamento e l’apprendimento di tipo socratico e, per molti aspetti, anche di tipo ludico e moderno.
Esso contiene dieci voci essenziali, che potrebbero riferirsi a quello che Bernstein chiamava “linguaggio ristretto”, indispensabile alla vita di tutti i giorni, quello che gli studiosi di lingue considerano “livello soglia “o “pre-begin”, ma suscettibile di possibili accrescimenti quantitativi e qualitativi.
Si tratta di proposte monotematiche che sembrano per alcuni versi ricalcare le posizioni del Pitrè, ove i termini dialettali vengono inseriti in contesti situazionali e affiancati da termini italiani; la preoccupazione maggiore sembra quella di creare una consapevolezza della possibile corrispondenza tra i due idiomi, condizione necessaria per l’unità nazionale in fieri. Salvo però le prime due paginette dell’autore, nulla sembra trapelare delle angustie del momento. La facilità di lettura e la varietà dei temi affrontati sembrano essere le caratteristiche considerate fondamentali per poter dare quell’indicazione di metodo tanto preziosa e che viene oggi utilizzata anche per l’insegnamento delle lingue straniere, fornendo l’alfabetizzazione minima necessaria ad un uomo della seconda metà
dell’ottocento per farlo ben-essere.

*Da: S. Romano Catania “Voci e maniere di dire siciliane-italiane”,1873,ristampa con Introduzione e annotazioni di R. Anzalone,Palermo, Ed. Primosole 2004

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