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Saturday February 17th 2018

Fernando Pessoa

Fernando Pessoa

Ecco che vedo su Ski un bizzarro film di Wim Wenders, Lisbon Story, cartoline romantiche di una Lisbona solitaria e cadente, popolata di ombre e di bambini, in cui un tecnico del suono dalla faccia di Buster Keaton cerca il mistero di perdute rimembranze, sulla ‘soledad’ malinconica dei Madreadeus. Il film si snoda sulle citazioni di Pessoa, il più grande poeta portoghese, l’uomo mai esistito, l’uno in molti, quello che si moltiplicò in tanti poeti, tutti diversi, ognuno col proprio carattere, la propria biografia, lo stile.. che discussero tra loro, litigarono, si contrapposero da riviste diverse, pubblicarono, si criticarono…
Diceva Carl Gustav Jung che l’uno è molti, che la psiche è frammentata come un caleidoscopio, e spesso si divertiva a guarire i pazienti mettendo in atto le dissociazioni dei pazienti, facendole persone di un teatro interiore. Ma Pessoa era l’uno e gli altri, la cura e la malattia. Le sfaccettature dell’anima si staccavano e prendevano corpo, moltiplicando le esistenze:
“Noi siamo il nostro spettacolo, ma siamo un intermezzo, l’opera vera non sta lì”. Tra tutti gli uomini che io sono, dove sta quello che sono?
“Che strano! Pessoa vuol dire nessuno!”, dice il protagonista del film.
O siamo troppi, o siamo nessuno. Sabbia che si sperde tra le mani, malinconia dell’esule che sogna l’eterno ritorno. Molto buddista!
«Io ascolto senza guardare e così vedo» ).
E Winters (inverno) legge sulla parete scalcinata una frase che sembra di Pessoa: “Potessi essere tutte le persone in tutti i posti!”
Ma Pessoa diceva: “Io sono un baule pieno di gente”.
Vivevamo tutti in un altro mondo, ora su questo siamo esuli, cerchiamo di assaporare tutto, i suoni, i colori, i sapori.. ma ogni tanto sappiamo vivamente che non e’ questo il nostro mondo e ci accende il cuore la nostalgia.. l’anima errante cerca, cerca quel che non può trovare. Come mai potremmo trovare quello che qui abbiamo perduto. Possiamo solo assaporare, sapori di una terra mai nostra. I sensi si acuiscono affinché l’anima non muoia. Vedere, sentire, guardare e l’ultimo senso: sognare….

“Ieri ho passeggiato per le strade come una qualsiasi persona.
Ho guardato le vetrine spensieratamente
E non ho incontrato amici con i quali parlare.
D’improvviso mi sono sentito triste, mortalmente triste,
così triste che mi è parso di non poter
vivere un altro giorno ancora, e non perché potessi morire o uccidermi,
ma solo perché sarebbe stato impossibile vivere il giorno dopo e questo è tutto.”
……………
“Do asilo dentro di me come a un nemico che temo d’offendere,
un cuore eccessivamente spontaneo
che sente tutto ciò che sogno come se fosse reale
che accompagna col piede la melodia delle canzoni che il mio pensiero canta,
tristi canzoni, come le strade strette quando piove.”

Ecco la miriade di poeti: Alberto Caeiro, Ricardo Reis, Alvaro de Campos, Chevalier de Pas…mondo complesso, troppo per permettere la facilità del vivere, ma vibratile come il fremere di una farfalla… Personalità complessa e sconcertante: occultista, rosacroce, futurista, teosofo… scriveva in nome proprio e di una ventina di eteronimi, ciascuno con la sua scheda anagrafica e il suo stile. Per esempio il Pessoa riservato e prudente affidava a Campos l’aspetto sovversivo e irriverente.

“Qui dentro la gente continua a cambiare.
Io vedo in me qualcuno mai visto
a ogni istante che comincio a meditare,
e più non sento qualcuno già sentito.
Molti nella nostra vita passano, sparsi,
siamo altro di momento in momento…
Soffia e non soffia sempre lo stesso vento,
siamo altri nell’illusione dell’uguale.
Non abbiamo anima; le anime passano, volano
di corpo in corpo senza arrestarsi…
Dello stesso grido vari echi risuonano
andando poi nelle fonti a mormorare.
Dove andrà, dove la luce che vedemmo
e che poi cessammo di abbracciare?
Dove andarono gli altri che sentimmo
dentro il cuore, in noi, battere?”

Dopo il colpo di stato militare che mette fine alla repubblica parlamentare ed apre la via al regime di Salazar, comincia a esporre le sue teorie del Quinto Impero, attuazione delle profezie di Bandarra (il ciabattino di Trancoso) scritte nella prima metà del secolo XV, secondo le quali il re Don Sebástian, dato per morto nel 1578 nella battaglia di Alcazarquivir, sarebbe tornato anima e corpo, per instaurare un regno di giustizia e di pace, il Quinto Impero, appunto, alla cui realizzazione il Portogallo è predestinato. Questo Impero avrebbe avuto carattere esclusivamente culturale e non militare o politico come gli imperi classici del passato.

Pessoa pubblica una sola raccolta: Mensagem. Eppure i suoi scritti sono tanti: teologia, occultismo, filosofia, politica, economia… ma tutto comincia a essere pubblico dopo la sua morte. In vita è solo un impiegato dell’anagrafe, magro, striminzito, con un gran naso, gli occhiali e i baffetti alla Hitler, l’impermeabile, come un anonimo travet. Muore alcoolizzato. Il suo stile si collega allo smalto un po’ decadente di Gaudi’ e di Klimt. Sveglia in noi ricordi inquieti che non si palesano. Ognuno di noi è per un terzo terra, per un terzo sogno, per un terzo un mondo che non sapremo mai. La vera nostalgia e’ questa. Il poeta di piu’.

“Nulla mi lega a nulla.
Voglio cinquanta cose allo stesso tempo.
Bramo con un’angoscia di fame di carne
quel che non so cosa sia-
definitivamente l’indefinito.
dormo irrequieto e vivo in un irrequieto sognare
Di chi dorme irrequieto, mezzo sognando. “

(da Lisbon Revisited – Poesie di Álvaro de Campos)

“Sono un guardiano di greggi.
Il gregge è i miei pensieri.
E i miei pensieri sono tutti sensazioni.
Penso con gli occhi e con gli orecchi
e con le mani e i piedi
e con il naso e la bocca.
Pensare un fiore è vederlo e odorarlo
e mangiare un frutto è saperne il senso.
Perciò quando in un giorno di calura
sento la tristezza di goderlo tanto,
e mi corico tra l’erba
chiudendo gli occhi accaldati,
sento tutto il mio corpo immerso nella realtà,
so la verità e sono felice.”

(da Il Guardiano di greggi – Poesie di Alberto Caeiro)

“Rientro e chiudo la finestra.
Mi portano il lume e mi danno la buona notte.
E la mia voce allegra dà la buona notte.
Magari la mia vita fosse sempre questo:
il giorno peno di sole, o addolcito dalla pioggia,
o tempestoso come se finisse il Mondo,
la sera mite e la gente che passa
guarda con interesse dalla finestra,
l’ultimo sguardo amico alla quiete delle piante,
e poi , chiusa la finestra, il lume acceso,
senza leggere niente, senza pensare a niente, senza neanche dormire,
sentire la vita scorrere in me come un fiume nel suo letto.
E fuori un grande silenzio, come un dio che dorme. “

(da Il guardiano di greggi – Poesie di Alberto Caeiro)

Antonio Tabucchi scriveva: «Si immagini un Paese (il Portogallo) che vive per vent’anni (dal 1914 al 1935) un’età dell’oro della letteratura: poeti, saggisti, prosatori, dalle fisionomie inconfondibili e a volte incompatibili, tutti però di altissima qualità, vi operano insieme, si incontrano, si scontrano. Uno sperimentatore violento e straripante, suscitatore di avanguardie, come Álvaro De Campos, un desolato nichilista come Bernardo Soares, un poeta metafisico ed ermetico come Fernando Pessoa, un neoclassico come Ricardo Reis e, dietro a tutti, un maestro precocemente scomparso: Alberto Caeiro. Ebbene: tutti questi autori, tutte queste opere, tutti questi destini furono “una sola moltitudine”, perché nascevano tutti dall’invenzione dissociata e proliferante di una sola persona, l’anagrafico Fernando Pessoa, oscuro impiegato di una ditta di Lisbona, dove aveva l’incarico di scrivere lettere commerciali in inglese. E quelli che abbiamo citato sono solo i più importanti fra gli scrittori “inventati” da Pessoa: finora i suoi manoscritti hanno rivelato tracce e frammenti di ventiquattro autori».

“Ebbi sempre, da bambino, la necessità di aumentare il mondo con personalità fittizie, sogni miei rigorosamente costruiti, visionati con chiarezza fotografica, capiti fin dentro le loro anime. Non avevo più di cinque anni, e, bimbo isolato e non desideroso se non di stare così, già mi accompagnavano alcune figure del mio sogno, un capitano Thibeaut, Chevalier de Pas e altri che ho dimenticato […]. Ciò sembra la semplice immaginazione infantile che si diverte con l’attribuire vita a fantocci e a bambole. Era però qualcosa di più: io non avevo bisogno di bambole per concepire intensamente quelle figure. Chiare e visibili nel mio sogno costante, realtà esattamente umane per me, qualunque fantoccio, poiché irreale, le aveva sciupate. Erano gente.
…Questa tendenza non passo con l’infanzia, si sviluppò nell’adolescenza, si radicò con la crescita, divenne alla fine la forma naturale del mio spirito. Oggi ormai non ho personalità: quanto in me ci può essere di umano, l’ho diviso tra gli autori vari della cui opera sono stato l’esecutore. Sono oggi il punto di riunione di una piccola umanità solo mia.”

“Dio non ha unità,
come potrei averla io?”

(da “Episodi”)

“Mi sento multiplo. Sono come una stanza dagli innumerevoli specchi fantastici che distorcono in riflessi falsi un ‘unica interiore realtà che non è in nessuno ed è in tutti.”

(da “Appunti sparsi”)

“Mi sono moltiplicato per sentire,
per sentirmi, ho dovuto sentire tutto,
sono straripato, non ho fatto altro che traboccarmi,
e in ogni angolo della mia anima c’è un altare a un dio differente.”

(da “Passaggio delle ore”)

“Ognuno di noi è più di uno, è molti, è una prolissità di se stesso.”

( da “Il libro dell’Inquietudine” )

“Perso
nel labirinto di me stesso, già
non so quale strada mi conduce
da esso alla realtà umana e chiara”

( da “Primo Faust” )

“Se conoscessimo la verità la vedremmo; tutto il resto è sistema e periferia. Ci basta, se riflettiamo, l’incomprensibilità dell’universo; volerlo capire è essere meno che uomini, perché essere uomo è sapere che non si capisce.”

( da “Il libro dell’Inquietudine)

“Niente si sa, tutto si immagina.”

( da “Odi di Ricardo Reis” )

“Non credere o cercare:tutto è occulto.”

( da “Natale” )

“Stanca essere, sentire fa male, pensare distrugge.”

“Niente si sa, tutto si immagina”

“Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso volere d’essere niente.
A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo.”

“Sono quasi convinto di non essere sveglio. Non so se non sogno quando sono vivo, se non vivo quando sogno, o se il sogno e la vita formano in me un ibrido, un’intersezione dalla quale il mio essere cosciente prende fisionomia per interpenetrazione.”

( da “Il libro dell’Inquietudine” )

“Non oso guardare le cose. Come continua questo sogno?”

( da “Il Marinaio” )

O mytho é o nada que é tudo.
O mesmo sol que abre os céus
É um mytho brilhante e mudo –
O corpo morto de Deus,
Vivo e desnudo.
Este, que aqui aportou,
Foi por não ser existindo.
Sem existir nos bastou.
Por não ter vindo foi vindo
E nos creou.
Assim a lenda se escorre
A entrar na realidade,
E a fecundal-a decorre.
Em baixo, a vida, metade
de nada, morre.
(Fernando Pessoa)

(Il mito è il nulla che è tutto. / Lo stesso sole che apre i cieli / è un mito brillante e muto – / il corpo morto di Dio, / vivente e nudo. // Questi, che qui approdò, / fu per non essere esistendo. / Senza esistere ci bastò. / Per non esser venuto fu venendo / e ci creò. // Così la leggenda scorre / penetrando nella realtà, / e fecondandola trascorre. / In basso, la vita, metà / di nulla, muore.)

«Liberami da me!», che sembra un’eco del «ab occultis meis libera me Domine»

«La poesia è stupore, ammirazione, come di un essere caduto dal cielo in piena coscienza della sua caduta, attonito davanti alle cose. Come qualcuno che conoscesse l’anima delle cose e si sforzasse di ricordare questa conoscenza, e si ricordasse che non era così come la conosceva, non con queste forme e in questo stato, ma senza ricordarsi nient’altro».

«Sogno, e dietro la mia attenzione qualcuno sogna con me…».

«Così eravamo oscuramente due, non sapendo bene nessuno di noi se l’altro non fosse egli stesso, se l’incerto altro vivesse…».

«Io non so cosa sono. Non so se sono il sogno che qualcuno dell’altro mondo sta facendo»,

(cosi’ le Upanishad cantano: c’e’ un albero su cui stanno due uccelli, uno canta, vola, cerca il cibo, si fa una compagna.. l’altro sta sul ramo a guardare)

“Ciò che in me sente pensando»

Se siamo ciechi qual’e’ la nostra speranza di vedere?

“Ognuno è cieco su questa terra, brancola senza vedere, eppure…”

thought was born blind but thought knows what is seeing…”

“Mi sono moltiplicato, per sentirmi;
per sentirmi, ho dovuto sentir tutto,
ho straripato, non ho fatto altro che traboccarmi,
mi spogliato, mi sono dato,
e vi è in ogni angolo della mia anima un altare a un dio differente.”

“Vi è uno che gioca
e vi è un altro che sa,
l’uno mi vede che gioco
e l’altro mi vede che vedo”

Dirà Winters alla fine del fim: “Il tuo amico Nessuno ha scritto qualcosa che ha commosso me: ‘Nella piena luce del giorno anche i suoni splendono’.

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