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Monday December 11th 2017

UN SOFFIO CHE ALEGGIA [MONOLOGO SULLA DRAMMATURGIA]

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Un soffio aleggia sulle acque
che ricoprono una terra vuota
avvolta dagli abissi delle tenebre
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LITURGIA:

Complesso degli atti cerimoniali pubblici destinati al culto.

Complesso degli atti attraverso cui una comunità di fedeli
professa la sua Fede e tributa il culto di un Dio.

Insieme delle cerimonie culturali pubbliche
proprie di ciascuna confessione cristiana o di singole chiese.

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LITURGIA DRAMMATURGICA:

Complesso degli atti cerimoniali destinati alla rappresentazione.

Complesso degli atti attraverso cui la comunità teatrale
professa la sua Fede e tributa il culto a se stessa.

Insieme degli avvenimenti culturali pubblici propri di ciascuna tendenza
sia di operatori individuali che di gruppi di operatori.

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DRAMMATURGIA?

Penso:

“Ma che significa?”

Cerco sul vocabolario! Leggo: “Arte Drammatica.”

Quindi mi rimanda ad: Arte della scrittura di un dramma =
di un qualsiasi componimento letterario scritto per la rappresentazione scenica.

Arte = attività umana regolata da accorgimenti tecnici
e fondata sullo studio e sull’esperienza.
Abilità accorgimento…arte di vivere.
Con artificio o a bella posta, ad arte!
_________________________________________________________________

Penso:

“Da queste tracce si comincia a delineare una mappa a cui non manca nulla!
Ma che noi non riusciamo a leggere in tutte le sue sfaccettature, fino in fondo, perché abbiamo perso il link con il senso originario delle parole, con la drammaturgia originale.”

Una sirena incantata urla nella notte.
Qualcuno urla: “Un ferito! Abbiamo un ferito! Un caso d’emergenza!”
Ma siamo a Napoli. Non mi scompongo. Sorrido.
Non è che una ‘sceneggiata’ per correre nella notte.

Riprendo a pensare:

“La parola Drammaturgia non può che rimandare alla parola Liturgia.
Viste a specchio queste due parole ampliano il senso l’una dell’altra.
Creano come un’eco in me.

In principio tutto è naturale,
nessuno si domanda perché si stanno compiendo determinati atti,
nessuno si domanda perché,
tutto è così com’è, accettato, compiuto, tramandato.
Anche il dubbio.
Tutto catalogabile, catalogato, consumato.
Anche il dissenso.

E’ l’alba, c’è una strana luce verde, la Tv parla di venti di guerra.
Accendo una sigaretta. Riprendo a meditare:

In effetti tutto corrisponde ad una perfezione di cui si è parte.
La perfezione del Caos.

L’esistenza di ogni individuo è in sé un tessuto drammaturgico.

Gli atti di tutta una vita corrispondono a un canovaccio
che si conosce perché ce lo si tramanda
e che di volta in volta viene rielaborato, aggiornato, messo a punto.

Attraverso quegli atti il mondo cos’ì com’è stato creato appare e si manifesta.

Continuo a distrarmi con le immagini senza speranza
propinate in breve dalla TV come show business.
Incidenti stradali. Morti. Feriti. Corpi carbonizzati. Mostri. Incendi.
Spengo la TV lasciando cadere la rete pedofila e annessi orrori.
Ritorno ai miei pensieri.

Originariamente la tribù è in sé la legge naturale,
cioè il compendio dei versi che ognuno,
realtà attivante,
deve interpretare in seno alla rappresentazione sociale
perché questa diventi una realtà attivata.
La Via dei Canti per gli Aborigeni Australiani.
Ognuno un canto di una tribù
che appartiene a una Terra Parallela
che è un canto di una Sinfonia Cosmica
che forma la Musica delle Sfere.

Drammaturgia e Liturgia sono una sola cosa.

Mi fermo, prendo un caffè ed osservo ciò che ho espresso.
E’ quasi l’alba.
Un alba che sorge sul senso di orrore dell’ultimo delitto di guerra.
Uno sporco ricatto a cui non si deve cedere.
Il germe della Vita Vera va coltivato sempre perchè dia il suo frutto.

Penso al movimento drammaturgico del tempo prima del tempo,
quello in cui Dio da solo rappresenta se stesso nell’eternità
in un silenzio di ineffabile bellezza.

Nella prima scena della Genesi
Egli aleggia come un respiro sulle acque
che ricoprono una terra vuota
circondata dall’abisso delle Tenebre.

Poi comincia la nascita delle Drammaturgie

Ogni terra un passo del grande capolavoro,
nel cui paesaggio con figure si anima the Great Play of Life
che attraverso la morte, la fine,
torna agli abissi dei vuoti silenzi delle tenebre,
lì dove la recita si esprime in sé e per sé
continuamente proiettandosi sulla scena del Mondo Visibile
senza soluzione di continuità

Ogni Terra un’Universo Mitologico,
un’etnia, una lingua,
un pezzo del sistema drammaturgico globale,
un laboratorio in sé completamente definito
ma indefinito rispetto al dramma totale,
pronto ad essere attivato
ma solo nel momento in cui si collegherà interagendo con gli altri pezzi.

Un puzzle. Un mosaico. Un web.
Tutto da costruire ancora.
Ora continuamente scomposto da guerre, faide, lotte
interrazziali e interpersonali,
fino allo scontro a pelle
tra uomo e donna.

In The Globe, nel Teatro di Shakespeare,
il disegno del travagliato viaggio dell’umanità
assume forma di perfezione totale
se siamo capaci di vedere in un flash,
all’interno di quella struttura architettonica ,
tutti i suoi drammi simultaneamente rappresentati,
cioè se riusciamo a cogliere tutta la sua drammaturgia
che è in sé la nuova liturgia
su cui si radicalizza il Regno della Regina Elisabetta
dando corpo storico alle drammaturgie individuali coesistenti.
Teatro Elisabettiano.

Scrittura che, from Darkness to Revelation,
ingloba una visione totale del mondo,
partendo da un’unità/identità etnica completamente definita,
che nel poeta trova totale e consapevole espressione
del viaggio integrale di sé come individuo.

Un perfetto geroglifico.

Un mandala.

Un tj’uringa, in termini aborigeni.

Architettura di un microcosmo che in tutto corrisponde
all’Architettura del Macrocosmo.

Un dialogo che contiene in sè,
nella parola e nel ritmo del verso,
ogni elemento drammaturgico
e che fa di ogni personaggio una drammaturgia individuale
che va a collegarsi alle altre,
in un ambiente sempre eguale e predefinito,
THE GLOBE,
rivestendo l’aria di scenari psichici in versi
che assumono il ruolo di scenografia verbale.

In questa perfezione
già vediamo la dissoluzione delle drammaturgie etniche
scivolare verso la drammaturgia dell’individuo,
il conflitto tra ragion di stato (aderenza ad una scrittura social tribale)
e necessità di aderenza alla ragione di sé,
conflitto che vediamo dilatato a tutte le classi socio-culturali,
basti pensare all’ “Arden of Feversham” apocrifo shakespeariano,
primo dramma borghese.

Dissoluzione che ci porta dritto, dritto a Samuel Beckett
e al suo sospeso teatro dell’assurdo di un’esistenza non esistenza
congelata sul ciglio del nulla in attesa della vita vera.

Il laboratorio umano, oggi definitivamente,
sta passando dall’uomo massa,
custode non creativamente partecipe della scrittura drammaturgica del mondo,
a individuo coautore di questo laboratorio,
come sta passando da reincarnazione e resurrezione,
da eterno mortale a eterno immortale.

Oggi ognuno è inconsciamente consapevole
di essere protagonista di una drammaturgia personale
che se non riesce a rappresentare con stile
e arrendevolezza agli eventi casuali
gli si ritorce contro.

Consapevoli in maniera lucida e gelida, più di tutti,
cominciano ad esserlo di certo i protagonisti delle chat e dei giochi di ruolo. Psicodramma familiare del momento.
Il gioco di ruolo è una forma drammaturgica particolare
che si basa sull’interazione orizzontale di tutti i partecipanti al gioco,
sia che si agisca su un canovaccio predefinito,
sia in totale libertà come autori in toto del proprio personaggio.

Il giocatore di ruolo comprende presto
che nel creare un personaggio virtuale
se non parte dall’enfatizzazione delle sue doti naturali,
se non è capace di essere all’altezza del personaggio a cui vuol dar vita,
finisce col restarne stritolato.

Come un attore cane che pretende di scriversi un Amleto e recitarlo.

Prima o poi viene fischiato.

Col gioco di ruolo ogni giocatore si rende conto
che deve farsi comprendere dagli altri
e che per far ciò deve comprenderli ed entrare nella loro logica.

Se il proprio personaggio, infatti, non viene accettato,
o lui/lei non riesce ad accettare la logica degli altri,
non può giocare, rimane isolato.

Allora si vede la sua bravura.

In quel momento, se sente di non volere morire e risorgere in un altro ruolo,
deve essere capace di partecipare alla vita della comunità da solista
Il che non è facile.
L’individuo persa la forza del branco
deve imparare a sentire l’energia di ogni singolo
se vuole far sopravvivere il suo personaggio,
deve essere pronto a cogliere ogni indicazione offerta dal canovaccio del caso.

Si entra in una fase di sperimentazione pura
dove non si vede piu’ la propria drammaturgia conclusa in sé
nei semplici confini di un tempo
che scorre tra la nascita e la morte del personaggio
ma in una sorta di continuo fine inizio
sì che invece di scindere in molteplici doppi la sua personalità multipla
la esprime in un sol ruolo rapportandosi in modo unico ed originale
con i vari personaggi con cui interagisce rispettandoli.

Il treno riprende a camminare, sono le 6,17.
Non sono stanca. Mangio un’arancia.
Ho voglia di fare una passeggiata vicino al mare.
Ma ho ancora una matassa tra le mani.
Rido tra me e me.
Penso:

Svolgendo la matassa della massa e separando i fili uno per uno,
almeno quelli che fanno parte della nostra matassa,
ci rendiamo conto che i nodi su cui si ferma la nostra drammaturgia attuale,
come la nostra vita quotidiana,
sono gli stessi da sempre e resteranno tali
se noi continuiamo a scrivere e recitare
facendo muovere il nostro personaggio in un tempo convenzionale
ormai superato dal concetto di relatività.

Usciti fuori da quella concezione temporale fisica
ed avendo accettato di rappresentarci psichicamente in virtuale,
non ci resta che guardare in fondo al cannocchiale
e vedere sulla nostra nuca la scena che stiamo vivendo
moltiplicata all’infinito attraverso tempo e tempi.

Ecco. Hop! Hop!

Siamo diventati ognuno una macchina del tempo
in cui viaggiamo alla velocità della luce tra passato e futuro
in un presente permanente da cui dominiamo il movimento.

Siamo nella nuova drammaturgia dell’individuo,
non facendo altro che realizzare in pieno
e psicosomatizzare
le antiche unità aristoteliche di
Tempo, Luogo e Azione.

Non resta allora che staccarci definitivamente dalle antiche drammaturgie tutte.

Ops…

Come punto di riferimento resta:

Un respiro che aleggia sulle acque
che ricoprono una terra vuota
avvolta dagli abissi delle Tenebre
capace di rappresentare e dar vita
nominandolo
al Mondo che ha dentro
dalle Origini.

Respiro profondamente. Gli uccelli cinguettano volando allegri malgrado tutto.
Bene. Andrò a fare la mia passeggiata vicino al mare.
C’è tempo per dormire quando si sogna ad occhi aperti
e si fanno veri i sogni.

Adieu. Remember me.

Il Resto è Silenzio.

Chiudo le tende ed esco di scena.

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