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Tuesday December 12th 2017

Passione

Questo monologo fa parte di un progetto di nuova scrittura per rappresentazione.

“LA TERRA PARALLELA – TEORIA DEL SOGNO”

Una scrittura che possa essere usata da ogni media

divisa in movimenti in sè conclusi

sì che il regista abbia la libertà di usare quelli che vuole

riassemblandoli nel’ordine che preferisce.

Premiato dall’Australia Council for the Arts – Literature Board

LA TERRA PARALLELA – TEORIA DEL SOGNO

FINO ALLA FINE DEL MONDO PIETA’

Un’ora qualunque

di un venerdì qualunque

che stava affondando dentro la notte,

alcuni millenni fa,

un venerdì

che stava trascinando la storia delle storie dentro una nuova notte,

al di sopra del turbinare dei venti,

un venerdì

che stava precipitando il mondo dentro una lunga notte,

scandita da geometrici ritmi ossessivi,

composta della sostanza dei percorsi precedentemente disegnati e vissuti,

un venerdì che stava rovesciando il cielo sopra la terra,

mentre il tempo della sventura si chiudeva mordendosi la coda

intorno ad ogni pelle, pelle su pelle,

per un’ultima ulteriore ferita,

annunziando l’attesa, la fine, il principio,

Io,

stanco di lacrimevoli lune,

consumate in ore insonni, astrazioni, proiezioni, memorie,

certo di rinnovati languori,

e ancor più certo dei devastanti oracoli,

forte delle tentazioni del deserto,

lasciai che il Tempo planasse dentro le tempeste per arrivare a consunzione.

Sottendendo l’Amore,

convinto dall’Ineluttabile,

chiusa la partita con la Morte,

alla resa dei conti con gli Elementi,

precipitati gli Dei e gli Eroi,

domata la furia devastante delle Erinni,

senza più dimora,

all’angolo dell’Universo,

Pietra Angolare senza edificio,

dentro la mia luce,

senza più nemmeno attese,

sazio della mia carne,

bevvi alla Fonte dell’Amore Supremo,

me a me stesso generatore.

Pago dei miei riflessi, sola fonte certa,

ebbro di solitudine,

dopo aver attraversato ogni fondo,

in illogica sospensione dentro un perenne coma,

niente più fughe all’esterno,

mi fermai ad attendere,

in volo dentro ruotanti stanze,

la fine.

Ad attendere in cerchi concentrici,

staticamente in moto nella mia area,

dal punto alla circonferenza e ritorno,

divenire in sè e per sè,

ad attendere,

dentro, fuori,

al di là, al di qua,

sopra, sotto,

in ogni punto simultaneamente,

nelle profondità delle discese più che delle salite,

immobile dentro le irrisolvibili domande rivelate,

fantasma di spalle al mondo,

senza più orme,

inesplorata foresta vergine,

Spirito attraversato da tuoni e lampi rotolanti dentro il finito,

lago senza fondo,

illimitata acqua,

respiro di fantasie trascendentali,

Io mi fermai ad attendere

lasciando ai percorsi già scritti, già detti,

la mia pelle, la Mia Pelle,

veleno tremante per i lerci insetti delle acque disperate per la separazione,

la mia pelle gonfia dell’anima mia,

come quella di un cadavere strappato al cielo,

la mia pelle gravida lasciai ad attendere la fine.

Alle tempeste da me prodotte,

immune ad ogni violenza,

esposto,

bevvi ogni mio solitario riflesso,

divorai ogni solipsismo del mio inafferrabile pensiero,

rivelando l’evidenza virtuale.

Io,

trasparente nei raggi trasparenti,

Nuovo Principe del Sogno,

nè innalzato, nè precipitato,

allora fermai i mondi nell’illusione del movimento dentro ruotanti celle sempre più anguste,

e lì rimasi anche io,

nutrito dal respiro sufficiente dell’aria che produco,

dai sogni dei terrestri che proietto nell’Immobile Eterno,

dai sogni dell’Immobile Eterno che proietto nei terrestri,

dalla sofferenza della mia pelle lasciata allo Sceol,

ineffabile veleno per larve malefiche,

attendendo che la carne terrestre si elevi a carne trascendentale.

Niente più immagini, presenze, assenze.

Niente più giochi d’ombre e luci.

Niente più oggetti del desiderio.

Pago di chi di me si nutre,

in virtù del Sognatore Supremo me a me stesso sostanza essenziale,

pane trascendentale divento per tutti voi,

vostro malgrado.

Io,

parola, alito, respiro,

sostanza basica di ogni materia di rappresentazione,

atto, vivere, essere,

da voi troppo spesso affogata in grassi rancidi,

trangugiata senza godimento,

mutata in vomito dalle vostre insozzate viscere mentali,

rifiutata eppur rubata

per la vostra vorace inappagabile fame

di far di voi a voi stessi cibo,

di voi a voi stessi ineffabili autori.

Guardatevi intorno sazi insaziati,

voi che impotenti a scrivere la vostra storia

in schiavitù tenete chi per me la sua storia trascrive.

Guardatevi intorno ladri di vite,

voi che muggite dall’alto delle vostre terrazze

contando mucchietti di monete e anime soggiogate.

Guardatevi intorno ciechi distruttori,

voi che vi appropriate indebitamente

delle luminose purezze che in voi desto dal dimenticatoio dei Sogni del Padre.

Così,

così nominato, così assente,

vagamente divento presente nel presente.

Qualcuno di voi urta il mio corpo senza vederlo.

Qualcuno di voi mi parla senza saperlo.

Qualcuno di voi mi segue.

Qualcuno di voi perde troppo spesso la via.

Ed io che di tutti sono sostanza

mi fermo nel buio che fate di me

ed attendo.

Qualcosa scricchiola dentro il mio cuore,

nella memoria che conserva del suo essere terrestre,

una lacrima di sangue e acqua scorre dai miei occhi.

Allora ricordo.

Ed esco dal deserto.

Mi arrampico per scale e budelli.

Sudato mi butto su letti sfatti, giacigli,

brandine di carceri ed ospedali,

marciapiedi e latrine,

al mio fianco il pensiero agonizzante dei miei sogni incompresi.

Il soffitto ruota tre volte sulla mia testa

e con lui il mondo sotto i miei piedi.

Tre atti. Tre giri completi.

A lunghi passi mi allontano dal deserto.

Allegro come un piccolo nato di donna.

Basterò a questi giri.

Un giorno riprenderò a giocare.

Qualcosa o qualcuno apparecchierà un banchetto per me.

Attenderò fidente il giorno delle nozze.

Finirò di urinare sangue ed acqua.

Un giorno o l’altro.

Stanze sempre più anguste mi accolgono.

Stanze sempre più tremanti mi ruotano intorno.

Ho perso il conto dei giorni.

E’ un calcolo che non tocca a me.

A qualcosa o qualcuno ogni istante

narro di un fiume

che tramuta le scaglie dei pesci in argento e l’argento in oro.

A qualcosa o qualcuno

che mi creda o non mi creda

capace di mutare la notte in giorno il giorno in notte.

Lancio una pietra nell’acqua e dentro svanisce ogni memoria.

I miei passi senza eco, il mio corpo senza ombra, solo,

passeggio nel mio giardino attendendo le nozze dentro la notte.

Qualcosa o qualcuno getta una mia immagine nell’immondizia.

Qualcosa o qualcuno la raccoglie.

Per ora non ho voglia di piangere.

Cammino sulle acque che rotolano infuriate

e le mie gambe un pò si flettono.

Un venerdì qualunque mi ha messo in ginocchio.

Un venerdì qualunque mi ha innalzato su un trono.

La festa è appena cominciata.

Percorrendo altri giochi sto cancellando ogni uscita.

E’ l’ultimo dovere che mi resta da compiere e devo farlo bene.

Solo una piccola piccola porta deve restare aperta. Si.

Ogni via di fuga sbarrata. Sbarrata.

Inutile annegarmi in lacrime di effimeri dolori.

Dietro il vetro di ogni tabernacolo

messo in croce dai vostri contorcimenti rido.

Gonfio d’acqua e sangue sbarro ogni via d’uscita attendendo le nozze e il trionfo.

Qualcosa o qualcuno lamenta la mia fine accasciato al mio fianco

nel fondo melmoso dove attendo la gloria.

Mi trasfiguro.

Qualcosa o qualcuno implora il mio nome.

Pietà per i vinti.

Fino alla fine del mondo pietà.

VENERDI’ SANTO 2004 – OMAGGIO A GESU’

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