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Tuesday December 12th 2017

L’uomo che cancellava i propri sogni

L’uomo che cancellava i propri sogni era ben soddisfatto di riuscire a farlo. Per lui i sogni erano sempre stati un peso, qualcosa che, lungi dal rendere la vita migliore, in realtà non facevano altro che complicarla.
C’era stato, in verità, un periodo della sua vita in cui aveva creduto ai sogni. Quando, al risveglio, riusciva a ricordare i sogni della notte cercava, durante il giorno, di richiamarli alla mente per provare a capirne il significato, cosa volessero dire con i loro messaggi così apparentemente sconclusionati.
Anche durante il giorno, ad occhi aperti, sognava. Quando poteva fermarsi e, semplicemente, alzare gli occhi verso il soffitto della stanza o fissare il cielo al di là dei vetri della finestra, lasciava che la sua mente vagasse libera in mezzo a fantasie ed a progetti per il futuro.
Mutò atteggiamento nei confronti dei sogni quando uno dei suoi sogni ad occhi aperti, finalmente, si realizzò. Si, si realizzò pienamente, ma solo per il tempo necessario a tradirlo ed allora il dolore della disillusione soffocò la gioia di quei pochi mesi ed il ricordo non faceva altro che aumentare l’amarezza che lo accompagnava.
Cominciò, allora, a pensare che nei sogni non ci fosse assolutamente nulla di positivo. Quelli notturni, con la loro incomprensibilità, assomigliavano a certi giochi di enigmistica, con la differenza che con i giochi bastava aspettare l’uscita successiva del giornale per conoscere la soluzione di quelli più difficili e non risolti; con i sogni, no.
I sogni ad occhi aperti, poi, erano solo una perdita di tempo. Spesso la fantasia correva troppo velocemente verso paesaggi irraggiungibili e, ogni volta, il ritorno alla realtà era sempre più duro da sopportare.
Decise, così, che da quel momento avrebbe cercato di restare sempre il più possibile attaccato alla realtà, l’unica cosa che, almeno, non avrebbe provocato delusioni. Sarebbe bastato organizzare le giornate in modo che nessun momento fosse libero per non lasciare che la mente vagasse da sola, programmare con precisione tutto in modo che nulla sfuggisse al controllo ed al mattino sarebbe stato sufficiente che, prima ancora di uscire dalle coperte, si pensasse immediatamente ai programmi della giornata perché i sogni della notte svanissero come ghiaccio al sole.
Passarono gli anni e l’uomo, lentamente, cominciò a sentirsi sempre più soddisfatto e tranquillo. Dopo la prima, ed unica, delusione tutto era filato liscio liscio come un meccanismo ben costruito e ben oliato. Nessun pensiero era venuto a turbare la tranquilla monotonia della sua vita, nessuno slancio era nato per poi precipitare miseramente.
Tutto bene, dunque, fino al momento in cui, per una disattenzione, si trovò per pochi secondi senza nulla da fare e gli occhi gli fecero vedere in quale posto si trovava.
Era una strana città, sospesa tra la realtà e la finzione, dove circolavano strani esseri. Vide alcuni esseri umani, ma vide anche esseri alati, strane creature alte, belle e luminose, esseri dall’aspetto spaventoso ma dal cuore nobile, nani ed esseri ancora più bassi, dai piedi enormi e pelosi, privi di scarpe.
A poco a poco si accorse che anche lui era alto come questi esseri piccoli e che anche i suoi piedi erano pelosi e senza scarpe, che i suoi vestiti erano simili a quelli della gente piccola.
Per un istante pensò che si trattasse di un sogno sfuggito, chissà come, al controllo ferreo che si era auto imposto, ma presto si rese conto che quella era la realtà. Si domandò, allora, quale incantesimo lo avesse portato lì.
Cercò di guardare al proprio passato per capire in quale momento questa trasformazione fosse avvenuta, quando era avvenuto il passaggio dal mondo reale a questa città dove l’unica cosa che fosse reale era l’assenza totale della logica del mondo che conosceva.
Lui non era più se stesso e chi lo incontrava lo salutava con un nome diverso da quello reale ma che ricordava di aver già sentito anni ed anni prima. Tutta la realtà sembrava appartenere ad un sogno infinito in cui si concentravano tutti i suoi desideri.
Lentamente si accorse che a portarlo in quella città erano stati i suoi passi, che aveva camminato in quella direzione e aveva compiuto azioni che non rientravano nella ferrea logica che si era auto imposto, come se, in realtà, avesse sempre voluto arrivare in quella città.
Si rese conto che i sogni, notturni e diurni, che aveva cercato di cancellare e di buttare fuori della propria vita erano rientrati dalla finestra e avevano, sino allora, guidato completamente la sua vita.
Vide, allora, l’enormità del proprio errore. Cercando di cancellare i propri sogni aveva cercato di cancellare sé stesso perché i sogni sono l’espressione di sincera di noi stessi, sono la rappresentazione dei nostri desidèri più profondi e sinceri, sono la voce con cui l’anima, la coscienza, lo spirito, chiamatelo come volete, che abita in noi, ci parla di noi, dei nostri errori, di quello che a noi è chiesto di fare.

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