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Friday November 24th 2017

Granello di Sabbia

GRANELLO DI SABBIA (n°112)
Bollettino elettronico settimanale di ATTAC
Giovedì, 04-12-2003
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Indice degli argomenti

1 – L’emergenza democratica è cominciata
di Giulietto Chiesa (Megachip)
Non c’è tempo da perdere. Ormai soltanto un cecità completa può impedire di
vedere che la democrazia italiana (e quella dell’intero Occidente) è
sottoposta a minacce sempre più gravi.

2 – Oltre il patto
di Alessandro Santoro (Università degli studi di Milano-Bicocca e Attac
Milano)
Il patto di stabilità e crescita dell’Unione è morto? Cosa è, cosa ha
comportato e perché non funziona più. Il ruolo dei movimenti e una proposta
per andare oltre.

3 – Perché è ancora necessario annullare il debito?
di Damien Millet (CADTM France)
Per il CADTM, l’angolo d’attacco del modello economico attuale è
l’annullamento del debito esterno pubblico del Terzo Mondo e l’abbandono
delle politiche d’aggiustamento strutturale. Il sistema messo a punto dagli
Stati più industrializzati grazie al FMI e alla Banca mondiale ha
assicurato il loro dominio sul Terzo Mondo. Il debito ne è il centro
nervoso. Vedremo perché Jubilee Sud ha ragione a proclamare: ” Non dobbiamo
niente, non paghiamo niente!” (.) Traduzione di Marie Denise Sclafani

4 – Globalizzazione o borghesia nazionale: un dibattito obsoleto
di Raul Zibechi*
Il Presidente dell’Argentina, Nestor Kirchner si impegna a riaccendere il
dibattito sulla necessità di una borghesia nazionale per dare vita ad un
progetto nazionale alternativo. No, non siamo negli anni ’60. E’ peggio:
mezzo secolo sembra essere trascorso invano. (.) Traduzione di Genoveffa
Corbo

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1 – L’emergenza democratica è cominciata
__________________________________________________________

di Giulietto Chiesa (Megachip)

Non c’è tempo da perdere.
Ormai soltanto un cecità completa può impedire di vedere che la democrazia
italiana (e quella dell’intero Occidente) è sottoposta a minacce sempre più
gravi. Per spingere Al Gore a dire che l’attuale Amministrazione americana
sta distruggendo duecento anni di democrazia americana, o per indurre il
finanziere Soros a stanziare un milione di dollari per combattere George
Bush, individuato come un tremendo nemico della civilizzazione occidentale,
qualcosa di grave deve star accadendo. E noi, nel nostro piccolo angolo di
provincia dell’Impero, stiamo assistendo ad un assalto – senza precedenti
nei sessant’anni che ci separano dalla nascita dell’Italia repubblicana –
contro gl’istituti democratici, la divisione dei poteri, le fondamenta dello
stato di diritto, la libertà e il pluralismo dell’informazione e della
comunicazione.
E’ di quest’ultima che ora è indispensabile parlare, poiché con ogni
evidenza il controllo mass-mediatico è divenuto ormai l’arma attraverso cui
procede impetuosamente e su larga scala l’offensiva reazionaria delle
destre. Se i morti di Nassiriya sono stati usati come arma contro l’opinione
pubblica che si era pronunciata per mesi contro la guerra, è essenzialmente
perché la gran parte dei media ha sfruttato politicamente, ideologicamente
l’onda emotiva, canalizzandola in direzione diametralmente opposta alla
comprensione della realtà. L’analogia inesistente – subito messa in
circolo – con l’11 settembre di New York, è servita come catalizzatore per
innescare la reazione delle centinaia di commentatori, analisti, untori,
nani e ballerine, per non parlare dei politici di destra e “riformisti”
(chè, chiamare questi ultimi “di sinistra” è ormai solo fonte di equivoco):
all’unisono impegnati a raccogliere tutto ciò che sta accadendo in Irak
sotto l’etichetta di “terrorismo islamico”, di “fondamentalismo islamico
assassino”, di “regia di Osama bin Laden”. Di nuovo ha funzionato il trucco
della “spiegazione più evidente”, quella che si afferma da sola, che cioè si
può formulare in un minuto. Proprio come quella che ci fu proposta per l’11
settembre. Tutte le altre spiegazioni richiedono tempo, molte righe di
giornale, molti minuti di televisione, qualche dispiegamento di cellule
cerebrali.
Troppo. Per cui sono naturalmente queste che vengono elimitate per prime,
nascoste, scacciate. E, subito dopo essere state irrise, senza mai essere
confutate, ecco sbucare l’accusa canagliesca: “se non sei per la spiegazione
semplice, allora sei complice di Saddam, lo vuoi vincente, sei un alleato
del terrorismo, sei un terrorista”. Scrive Scalfari su Repubblica (16
novembre) che “si è aperta la porta dell’inferno”. E ha ragione, in questo.
Il ballo di San Vito della democrazia liberale è già cominciato. E
l’opinione pubblica democratica non ha strumenti (quelli che ha sono di
alcuni ordini di grandezza inferiori a quelli dell’avversario) per
difendersi. Ancora pochi mesi fa in Italia il movimento contro la guerra
americana in Irak era imponente. Era tanto evidentemente maggioritario che
nemmeno i professionisti dei sondaggi governativi osarono contrastare quella
constatazione. Il contingente italiano fu mandato laggiù, a morire, sotto
etichette ambigue, o false, “in missione di pace”, utilizzando la bugia di
una guerra che era stata proclamata vinta e terminata. Lo stesso giochetto
canagliesco che aveva funzionato così bene (anche sul versante dei
“riformisti”) al “termine” della guerra afgana. Molti avevano capito, ed
esecrato.
Eppure la tragedia di Nassiriya ha permesso alle canaglie che hanno portato
quei giovani a morire, agli zeloti che avevano inneggiato alla guerra, di
rovesciare i torti e le responsabilità e di presentarsi come i difensori
dell’onore patrio, della difesa contro il terrorismo, della solidarietà con
gli Stati Uniti, e così via con la sequela di menzogne che ormai punteggiano
la nostra vita e che ci assediano minuto dopo minuto. Se in pochi giorni,
poche ore, il rapporto di forze tra il popolo pacifista e il popolo
manipolato si è andato parificando attorno al 50% – come tutti i sondaggi
hanno indicato – la spiegazione è evidente. “Loro” hanno saputo sfruttare
l’ondata. Hanno saputo perché potevano farlo. “Noi”, semplicemente, non
potevamo farlo perché eravamo e siamo disarmati. E c’è un’altra
constatazione da fare. La potenza emotiva, opportunamente incanalata, ha
potuto smantellare in molti convinzioni ancora non rinsaldate. Il movimento
contro la guerra è grande, ma ancora fluido, embrionale. Manca di una
leadership, di una guida forte, capace di trascinarlo, galvanizzarlo,
unificarlo. Che oscilli sotto l’urto di forze organizzate e mediaticamente
soverchianti è del tutto logico. Che abbia resistito, rimanendo
maggioritario seppure di poco, è segno di un enorme forza. Ma non
sufficiente per reggere. In ogni caso è essenziale sapere dove ci troviamo,
cosa è possibile fare e cosa è irrealistico attendersi. E bisogna prepararsi
ai prossimi appuntamenti, che saranno durissimi.
Tante volte ho sentito obiezioni, alla “guerra infinita”, di questo tenore:
troppo pessimismo, sopravvalutazione della forza imperiale degli Stati
Uniti, sottovalutazione della forza dei popoli, dei movimenti di
contestazione alla globalizzazione dei ricchi. Lo scenario che abbiamo di
fronte è invece esattamente quello di una guerra che si dilata a dismisura,
di un terrore che si estende, che dilaga, che si avvicina ai nostri confini,
alle nostre case. E non basta fermarsi alla constatazione – logica,
razionale – che ciò conferma le nostre previsioni, che la guerra contro
stati non avrebbe risolto nulla e, anzi, avrebbe aggravato la situazione in
tutte le direzioni. Il fatto è che la guerra si estende e si trasforma: da
guerra classica in un misto di guerra, guerriglia, terrorismo diffuso,
coinvolgendo sempre di più le popolazioni civili, gl’innocenti vicini e
lontani dai fronti che è ormai impossibile discernere.
Il dato sempre più visibile è che questa guerra inedita che si dilata, sta
modificando ormi il tessuto democratico e civile delle società che la
conducono. E’ una guerra trasformatrice, che intacca i capisaldi che fecero
orgoglioso l’Occidente. Ci fa peggiori, ci spoglia dei nostri diritti.
La perderemo comunque. E, quanto alle chances di vittoria dell’Impero, è
vero che esse rimangono scarse, ma non ha nessuna importanza che siano tali.
Il dato che sta emergendo, lancinante, terribile, è che questo Impero può
anche essere incapace di vincere, ma è sufficientemente forte da trascinare
tutti noi nel baratro che sta scavando.
Noi sappiamo già che l’Irak (e il mondo intero) non possono essere
soggiogati dalla lotta contro il terrorismo condotta con guerre contro stati
poveri.
Semplicemente perché in Irak è in corso una guerra di guerriglia contro le
truppe di occupazione (in cui confluiscono anche componenti terroristiche) e
nel mondo l’opposizione all’Impero cresce e si organizza (e non è solo
rappresentata dal terrorismo islamico fondamentalista, che ne è anzi parte
ridotta e secondaria).
Ciò significa che i morti in Irak cresceranno nei prossimi mesi; che la
“vittoria” americana è in grave pericolo; che l’esito più probabile è un
ritiro inglorioso degli occupanti (cosa che costringerà i finti patrioti di
oggi a trovare spiegazioni migliori per i prossimi morti italiani). Ma la
fuga di Bush, che si annuncia al di là dei proclami tracotanti, non può
tranquillizzarci. Il disastro compiuto è immane. Ne seguirà una
destabilizzazione ulteriore di tutta l’area, altri focolai, altre montagne
di cadaveri. Le minacce per la pace si moltiplicheranno e si dilateranno ben
oltre i confini iracheni, che stanno diventando inesorabilmente sempre più
precari. E, con il crescere della paura, s’affaccerà come naturale
l’erosione delle nostre libertà, della nostra democrazia. Ecco perché il
momento è grave anche se , per avventura, l’Impero fosse sconfitto. I suoi
vassalli hanno imparato la lezione e stanno approfittando dei varchi che si
trovano di fronte per muovere all’offensiva. In queste condizioni mediatiche
pensare a consultazioni elettorali “normali”, “legittime”, è cosa senza
senso. E bisognerà spiegare agli ottimisti inguaribili che, prima di contare
i giorni che ci separano dall’uscita dal potere di queste destre “che non
fanno prigionieri” bisognerà chiedere loro se sono disposte ad andarsene
pacificamente in caso di sconfitta.
Tutto ci dice che non sarà così.

Fonte: http://www.megachip.info/

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2 – Oltre il patto
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di Alessandro Santoro
(Università degli studi di Milano-Bicocca e Attac Milano)

E’ di questi giorni la notizia secondo cui il Consiglio dei Ministri
dell’Economia e delle Finanze (ECOFIN) dei paesi aderenti all’Unione Europea
ha rifiutato di aderire alla proposta, formulata dalla Commissione Europea,
di sanzionare la violazione, da parte della Germania e delle Francia, delle
regole stabilite nel Patto di stabilità e crescita. Il dibattito italiano
cui questa notizia ha dato origine si è svolto finora in modo confuso e
contraddittorio esaltando gli aspetti personalistico-politici (il fatto che
la Commissione è guidata da Romano Prodi mentre l’Ecofin era presieduto da
Tremonti) ovvero gli argomenti formali e legalistici (“le regole sono
regole”) senza entrare nel merito del problema. Appare particolarmente
imbarazzata la reazione a sinistra, dove da sempre è mancata una discussione
che andasse al di là di posizioni meramente di bandiera e dove il Patto e il
trattato di Maastricht sono difesi aprioristicamente dalla cosiddetta
sinistra di governo in quanto “unica via possibile” oppure avversati dalla
sinistra cosiddetta alternativa senza alcuna indicazione sul che fare. E’
forse il momento di cominciare a riflettere in questa direzione anche per
dare un contenuto concreto all’ “altra Europa che vogliamo”.

Che cos’è il Patto di stabilità e crescita
Il Patto di stabilità e crescita è stato stipulato nel luglio del 1997 e
consiste sostanzialmente di due risoluzioni del Consiglio dell’Unione
Europea. L’idea alla base di questo accordo è che >. Concretamente, il Patto dà attuazione all’articolo 104C del
trattato di Maastricht, redatto nel 1992 ed entrato in vigore nel 1993, che
già aveva stabilito che > attribuendo nel contempo alla Commissione Europea il
compito di >.
Per comprendere la portata di questa norma dobbiamo capire che cosa sono il
disavanzo (detto anche indebitamento netto) e il debito pubblico: si tratta
di due concetti legati ma diversi, che vengono troppo spesso confusi. Per o
disavanzo del settore pubblico (o della Pubblica Amministrazione) si
intende, in sostanza, la differenza annuale uscite ed entrate di tutti gli
enti pubblici (Stato, Regioni, Province, Comuni, Enti previdenziali e Enti
che operano nella sanità). Le entrate del settore pubblico sono, per la
grande maggioranza, le imposte pagate dai cittadini e, per una parte
residuale, i contributi ricevuti da enti sovranazionali (per esempio, la
stessa UE). Le uscite sono quelle sostenute per erogare le prestazioni,
compresi i costi del personale, ma includono anche gli interessi sui debiti
contratti dai diversi enti. Ciò che è importante capire è che il disavanzo
si calcola ogni anno come differenza fra entrate ed uscite: è quindi una
grandezza-flusso, che si riazzera alla fine di ogni anno. Con il termine
debito pubblico intendiamo invece, in un determinato momento storico, l’
insieme dei debiti del settore pubblico (o pubblica amministrazione),
contratti nei confronti di altri soggetti (individui o istituzioni) e che in
quel momento non risultano essere stati estinti. Dunque, mentre il disavanzo
è un flusso, il debito pubblico è uno stock, che non si riazzera mai
automaticamente, ma invece cresce o diminuisce a seconda che i debiti
aumentino o siano in parte ripagati. Tra il disavanzo-flusso e il
debito-stock esistono alcune relazioni su cui conviene soffermarsi
brevemente. Si può dire che solitamente l’indebitamento genera lo stock del
debito: gli enti pubblici non sono in grado di coprire la differenza fra
uscite ed entrate quindi chiedono dei prestiti. Ciò non è molto grave se
accade episodicamente, ma se una serie di disavanzi generano un continuo
incremento del debito le cose si complicano. La crescita del debito,
infatti, determina la crescita degli interessi che lo Stato deve offrire ai
propri creditori per convincerli a prestargli dei soldi: ma gli interessi
causano un aumento del disavanzo e quindi originano un ulteriore incremento
dello stock di debito. È il fenomeno del debito contratto per pagare il
debito, la cosiddetta “spirale del debito pubblico” che è stata
particolarmente incisiva in Italia negli anni Novanta (quando i tassi di
interesse erano particolarmente alti) ma che ancora oggi continua a far
sentire i suoi effetti.
Ora, si capisce bene che la sorveglianza sul disavanzo e sul debito non è
cosa da poco. Disavanzo e debito rientrano a pieno titolo nella politica
fiscale degli Stati, che a sua volta è una componente essenziale della
politica economica, perché coinvolge la spesa pubblica, i beni e i servizi
offerti ai cittadini, gli stipendi dei lavoratori pubblici, le tasse,
eccetera. Con l’articolo 104C del trattato, dunque, gli Stati membri cedono
in linea astratta parte della propria sovranità fiscale a un organo, la
Commissione Europea, che non ha alcuna legittimazione democratica, a
prescindere da quanto illuminati possano esserne il Presidente ed i membri.
E’ questo un primo aspetto che dovrebbe essere tenuto in considerazione
quando ci si lancia nella difesa del Patto di stabilità.
Nel merito, l’attuazione del trattato di Maastricht da parte del Patto di
stabilità e crescita avviene principalmente in due sensi. In primo luogo,
viene fissato al 3% il rapporto massimo tra disavanzo e PIL che, insieme al
rapporto tra debito e PIL, rappresenta uno degli elementi cui l’articolo
104C affida la conformità della disciplina di bilancio dei singoli
Stati-membri. In secondo luogo, nel Patto vengono previste alcune procedure
specifiche da seguire per punire gli Stati che violino ripetutamente il
vincolo del 3%. Il Patto è quindi un tassello nel quadro delineato dal
trattato di Maastricht: della filosofia di quel trattato, il Patto è
impregnato e rappresenta la derivazione. Ed è allora a questo quadro che
dobbiamo guardare se vogliamo capire nel merito quello che sta succedendo.
La politica economica è sostanzialmente composta della politica fiscale e
della politica monetaria. Se nell’articolo 104C del trattato vengono posti
sotto controllo il deficit ed il debito (che deve tendere al 60% in rapporto
al PIL) che sono, come detto, strumenti di politica fiscale, l’articolo 105
si occupa della politica monetaria. In particolare si afferma che l’
obiettivo principale del SEBC, ovvero del Sistema Europeo delle Banche
Centrali, composto dalla BCE (Banca Centrale Europea) e dalle altre Banche
Centrali, è >, ovvero, in altri
termini, il contenimento dell’inflazione. La BCE ha poi concretamente
attuato questo compito dandosi l’obiettivo di mantenere l’inflazione europea
al di sotto del 2%. In sintesi, quindi, il Patto di stabilità e crescita dà
attuazione al trattato di Maastricht i cui pilastri sono, da un lato, l’idea
che sia necessario contenere il disavanzo e che questo sia lo strumento per
costringere i paesi molto indebitati (in particolare l’Italia) a rientrare
dal proprio debito, dall’altro l’idea che la politica monetaria debba essere
finalizzata esclusivamente al controllo dell’inflazione. E’ questo il punto
di partenza per discutere del Patto di stabilità nel merito e al di là delle
posizioni preconcette.

L’incompatibilità tra Patto di stabilità e crescita ed un’economia pubblica
alternativa
Il movimento contro la globalizzazione neo-liberista (o almeno una sua
parte) dichiara di battersi per un’economia pubblica alternativa.
Alternativa a cosa? In sostanza ai due indirizzi fondamentali che sono stati
seguiti negli anni Novanta: la riduzione della spesa pubblica e le
privatizzazioni. Ora, va detto con chiarezza e senza tentennamenti che
riduzione della spesa pubblica e privatizzazioni sono motivate e
giustificate da Maastricht e dal Patto di stabilità e quindi che
un’alternativa a queste politiche è incompatibile con Maastricht e con il
Patto di stabilità. Per comprendere la ragione di questa incompatibilità va
considerato che, nel contesto disegnato da Maastricht e del Patto di
stabilità, è proprio la spesa pubblica di utilità sociale che va
progressivamente ridotta per contenere il disavanzo e ridurre il debito
pubblico. Che questa sia l’intenzione è evidente se si considera che il
contenimento del disavanzo non può avvenire, nel contesto delle attuali
politiche economiche europee, attraverso un incremento delle entrate perché
la Commissione raccomanda continuamente di non aumentare la pressione
fiscale. In particolare le attuali politiche europee sono quasi del tutto
prive di risultati rispetto ai fenomeni di concorrenza fiscale sulla
tassazione dei fattori mobili, tra cui il capitale finanziario. Si è parlato
molto spesso di misure per la cooperazione fiscale in questo ambito ma una
recente direttiva proposta dalla Commissione [1] è stata a lungo in alto
mare e ad oggi non è stata ancora adottata sebbene un accordo politico tra
gli Stati-membri sembrerebbe esserci. In ogni caso, si tratterebbe di una
soluzione molto debole sia perché dipendente, in ultima analisi, dalla
volontà sovrana dei singoli paesi di aderirvi, sia perché essa copre solo
alcune forme di reddito (gli interessi) e non altre (i guadagni di capitale)
prestandosi quindi quasi naturalmente all’elusione.D’altronde i margini di
incremento della tassazione sui fattori non mobili, in primis il lavoro,
sono ormai ridotti al minimo. Ne segue che per rispettare il tetto al
contenimento del disavanzo le politiche di Maastricht e del Patto di
stabilità richiedono la riduzione della spesa pubblica.
Ma di quale spesa pubblica in particolare? A questo punto va fatta una
distinzione tra spesa per consumi collettivi (per l’acquisto di beni e
servizi), spesa per trasferimenti (pensioni) e spesa per interessi, che è
fonte di rendite finanziarie. Si è detto in precedenza che il trattato di
Maastricht contiene un esplicito riferimento alla stabilità dei prezzi e che
la BCE ha tradotto questo obiettivo nel contenimento dell’inflazione al di
sotto del 2%. Per perseguire questo obiettivo la BCE ha puntato
principalmente sul mantenimento di tassi di interesse piuttosto elevati in
termini relativi. A partire dal 1999 [2] sia i tassi a breve europei sia
quelli statunitensi sono tendenzialmente aumentati, fatta eccezione per il
primissimo periodo, ma ciò è avvenuto con molta maggiore rapidità nell’area
europea. Infatti, mentre all’inizio del 1999 il tasso a breve in Europa era
di poco meno di due punti percentuali inferiore a quello statunitense, a
metà del 2001 i due tassi si sono eguagliati e da allora quello europeo è
stabilmente superiore a quello statunitense. Inoltre i tassi di lungo
periodo europei, che dipendono non dalla banca centrale ma dai mercati
finanziari, hanno mostrato una tendenza a crescere tra il 1999 e il 2000 per
poi rimanere su livelli costantemente superiori al tasso di crescita del
PIL.
Ciò significa che nel contesto delineato dal trattato di Maastricht, dove
domina l’ossessione anti-inflazionistica, la spesa pubblica per interessi
non mostra alcuna tendenza alla diminuzione. Ma se devono essere ridotti i
disavanzi, non possono essere aumentate le tasse e non può venire contenuta
la spesa per interessi, le uniche due voci sulle quali è possibile agire
sono la spesa pubblica per beni e servizi nonché la spesa per pensioni e
trasferimenti. È questo che spiega buona parte delle politiche economiche
seguite dai paesi europei negli ultimi anni: tagli allo Stato sociale, agli
stipendi dei dipendenti pubblici e agli investimenti pubblici. Si capisce
dunque chiaramente perché Maastricht è incompatibile con un disegno di
economia pubblica alternativa a quella dominante.
Tuttavia in Italia viene spesso enunciata l’idea che questi tagli sarebbero
stati necessari a prescindere da Maastricht e proprio per la situazione di
enorme debito pubblico in cui il nostro Paese si è venuto a trovare
arrivando ad un rapporto debito/PIL pari al 120% alla fine degli anni
Novanta. Questo ragionamento contiene una verità ed una semplificazione che
rasenta la falsità. E’ sicuramente vero che i livelli di debito pubblico
italiano raggiunti nel corso degli anni Novanta erano elevatissimi ed
insostenibili nel lungo periodo. Ciò che peraltro non è vero è che questi
livelli possano essere direttamente imputati alla spesa per utilità sociale
senza ulteriori specificazioni. In primo luogo, l’esplosione del debito
pubblico italiano è stata dovuta in parte sostanziale agli abnormi tassi di
evasione e ai livelli di inflazione e dei tassi di interesse particolarmente
elevati. Secondo il Ragioniere Generale dello Stato [3] se dal 1970 in poi i
cittadini italiani avessero evaso le imposte tanto quanto i cittadini
americani nel 1996 il debito pubblico sarebbe stato pari all’80% del PIL,
ovvero sarebbe stato inferiore di circa un terzo rispetto ai suoi livelli
effettivi. La spesa per interessi, poi, va tenuta distinta dall’insieme
della spesa pubblica sia per ragioni qualitative sia per ragioni
quantitative. Questa tipologia di spesa è ben diversa dalla spesa pubblica
per utilità sociale in quanto è considerabile come una pura rendita di cui
hanno goduto (ed ancora godono) i possessori dei titoli del debito pubblico,
ovvero i creditori dello Stato. Non c’è quindi un’utilità collettiva neppure
presunta a fronte di queste spese: si tratta semplicemente dell’onere che lo
Stato italiano ha dovuto sostenere per attrarre i risparmiatori e
convincerli a sottoscrivere BOT e CCT.
Ebbene, la spesa per interessi è la componente della spesa pubblica italiana
che cresce maggiormente negli anni Ottanta e nella prima metà degli anni
Novanta: per la precisione essa raddoppia in 15 anni passando dal 5,3% del
PIL all’inizio degli anni Ottanta all’11,2% nel 1995 [4]. Inoltre, la spesa
italiana per interessi si mantiene costantemente, per tutto il periodo
considerato, ben al di sopra dei tassi di crescita registrati negli altri
paesi europei e ciò essenzialmente a causa dei differenziali di inflazione.
In pratica, nel corso degli anni Ottanta in Italia si registrava un’
inflazione ben superiore a quella degli altri paesi e quindi una maggiore
perdita del potere di acquisto della moneta: come conseguenza, i tassi di
interesse da offrire ai risparmiatori italiani per convincerli a investire
le loro vecchie lire dovevano essere superiori a quelli offerti negli altri
paesi europei.
In secondo luogo, è vero che la spesa di utilità sociale ha contribuito a
far crescere il debito pubblico, ma va tenuto presente che tale incremento è
stato anche motivato da livelli di partenza di questa tipologia di spesa
estremamente ridotti nel nostro Paese. Più precisamente, vale la pena di
osservare che la spesa per consumi collettivi, che comprende il pagamento
degli stipendi e per l’acquisto dei beni e dei servizi da parte della PA, è
aumentata soprattutto negli anni Ottanta (dal 14,8% dell’inizio al 17,6%
della fine del decennio) per scendere poi al 16,2% nel 1995 e rimanere
sostanzialmente inalterata fino al 1998. Inoltre, questa componente di spesa
si mantiene in tutto il periodo considerato (ed è tuttora) ben al di sotto
dei livelli della media europea e in particolare dei principali paesi
continentali, più direttamente comparabili con l’Italia. Osservazioni in
parte simili si possono fare per l’andamento della spesa per trasferimenti
alle famiglie (essenzialmente: le pensioni) . Infatti questa componente
cresce costantemente dal 1980 in poi, ma con tassi decrescenti e mostrando
la tendenza alla stabilizzazione a partire dal 1995. Inoltre la spesa per
pensioni partendo da livelli comparativamente molto bassi nel 1980, è ancora
inferiore a quella europea nel 1985 e la supera nel 1990, per poi
ri-convergere ai livelli europei nella seconda metà degli anni Novanta.
Maastricht ed il Patto di stabilità sono dunque incompatibili con una
economia pubblica alternativa a quella dominante. Inoltre, il contenimento
del debito attravcerso la riduzione del disavanzo a solo carico dei
lavoratori non è giustificabile neppure alla luce dell’evoluzione
dell’enorme debito pubblico italiano. Urge quindi delineare uno scenario
alternativo che vada oltre il Patto di stabilità.

Oltre il Patto e per una nuova politica fiscale
Per una prospettiva alternativa basata sulla difesa dei servizi pubblici
essenziali, sull’ampliamento dell’ambito di produzione pubblica statale e
sulla concreta attuazione dei bilanci partecipativi a livello locale servono
risorse. Evocare questa alternativa sottraendosi al compito di dire come
vanno gestite e reperite le risorse non è quindi sufficiente.
E’ sicuramente vero che il debito pubblico comporta un onere sociale, dovuto
al fatto che per pagare gli interessi e per ripagare il debito è necessario
utilizzare delle risorse sottratte alla collettività. La strada scelta da
Maastricht e dal Patto di stabilità per ridurre questo “onere sociale” è
quella di costringere gli Stati a maturare degli avanzi di bilancio da
utilizzare progressivamente per ridurre il debito. E’ bene dire forte e
chiaro che esistono delle alternative. Per esempio, Pasinetti [5] propone di
rendere massima la differenza tra il tasso di crescita del PIL e il tasso di
interesse sul debito: >.
Questo significa che una strada possibile per il rientro dal debito pubblico
è quella che si basa su due elementi, la crescita economica e la riduzione
dei tassi di interesse, ovvero la strada opposta a quella scelta dal
trattato di Maastricht. La crescita economica, infatti, non è considerata
nel trattato come un obiettivo esplicito: sebbene il successivo Patto si
denomini non solo “di stabilità” ma anche “di crescita” non sono mai stati
né formalmente né sostanzialmente adottati obiettivi di crescita minima nell
‘area dei paesi aderenti all’unione monetaria. D’altronde, l’ossessione
anti-inflazionistica e le politiche monetarie restrittive hanno determinato
tassi di interesse più elevati di quelli di crescita del PIL sia nel breve
sia nel lungo periodo.
Ma quali sono le implicazioni e i contenuti di una politica finalizzata alla
crescita e al contenimento dei tassi di interesse?
Per quanto riguarda il primo obiettivo, per decenni si è stati convinti del
fatto che la crescita economica potesse provenire dal settore privato. In
effetti solo negli ultimi tempi ci si è resi conto dell’insostituibile
funzione di motore della crescita da parte degli investimenti pubblici,
postulata a livello teorico (nelle teoria della crescita endogena, per
esempio) e spesso dimostrata con le analisi empiriche. Un’altra politica
favorevole alla crescita economica è quella basata sull’incremento della
base produttiva, che sembra particolarmente importante per i paesi europei
caratterizzati dal rapido invecchiamento della popolazione. Da questo punto
di vista le politiche di minimizzazione dei flussi migratori appaiono del
tutto insensate e alimentate solamente da precetti razzisti.
In terzo luogo, una politica per la crescita è una politica che tende ad
ampliare il reddito disponibile per i consumi. Per ottenere questo scopo
vanno certamente ridotte le imposte sul lavoro nell’ambito di una nuova
politica fiscale . Tuttavia, questa riduzione non è sufficiente. Senza
tutelare i livelli dei redditi lordi, ossia senza perseguire una politica di
distribuzione della produttività, è difficile che possa esservi crescita
economica. Inoltre, un aumento dei consumi implica la possibilità di ridurre
il livello dei risparmi e quindi di diminuire l’incertezza, ovvero di dare
delle risposte efficaci ai rischi sociali di cui si è parlato nel primo
paragrafo. Da questo punto di vista la precarizzazione del lavoro è una
strada particolarmente miope perché induce la riduzione dei livelli dei
redditi e aumenta la propensione al risparmio rendendo incerto l’orizzonte
temporale dei più giovani, ovvero di coloro la cui propensione al consumo è
più elevata. Insomma, la strada alternativa a Maastricht per il governo
della finanza pubblica sembra basarsi su politiche di investimento pubblico,
apertura delle frontiere, distribuzione della produttività, aumento della
stabilità del lavoro. Si tratta di strumenti evidentemente incompatibili con
la filosofia sottesa al trattato di Maastricht.
Per quanto riguarda il secondo obiettivo, cioè il contenimento dei tassi d’
interesse, è necessario invertire completamente la politica monetaria
delineata da Maastricht. Fitoussi [6] ha recentemente ricordato che >. Ciò significa che le teorie
economiche (il monetarismo e la teoria delle aspettative razionali) sulla
base delle quali il trattato di Maastricht ha affidato alla BCE la funzione
di mantenere esclusivamente la stabilità dei prezzi sono radicalmente
sbagliate. Le politiche monetarie influenzano il volume dell’attività
economica e la scarsità della moneta ha un effetto depressivo sulla crescita
economica oltre che di peggioramento della spesa per interessi. Occorre
quindi voltare pagina, liberare la politica monetaria dall’ossessione
anti-inflazionistica e finalizzarla al contenimento dei tassi e alla
crescita, e quindi, anche in questo caso, rovesciare la prospettiva adottata
da Maastricht.
Infine, è necessario muoversi nella direzione della costruzione di un
sistema fiscale globale per esempio adottando le proposte formulate, tra gli
altri, da Howard Wachtel [7]. La prima è la tassazione sugli investimenti
diretti all’estero (FDI, foreign direct investments) commisurata all’
intensità dei processi di sfruttamento del lavoro sottocosto. Gli
investimenti diretti all’estero consistono nell’acquisto di tecnologia e di
beni strumentali mobili e immobili. Nel corso della prima metà degli anni
Novanta questi investimenti sono cresciuti grandemente, e hanno
rappresentato una delle principali concretizzazioni dei processi di
globalizzazione. Tra il 1985 e il 1995 il flusso di investimenti diretti all
‘estero nel mondo è complessivamente aumentato di cinque volte, e si è
diretto sempre più verso i paesi in via di sviluppo, in particolare verso il
sud-est asiatico e verso la Cina. Per quanto riguarda i paesi OCSE, tra il
1995 e la fine del secolo scorso vi è stato un ulteriore aumento dei flussi
verso il resto del mondo di oltre il 270%, mentre nei primi anni di questo
secolo si è registrato un forte rallentamento, anche se complessivamente gli
investimenti diretti annualmente dai paesi OCSE verso il resto del mondo
continuano a valere oltre 600 miliardi di dollari USA.
Secondo la proposta di Wachtel, la tassa sui FDI dovrebbe avere come base
imponibile il valore del capitale acquisito e un’aliquota variabile a
seconda del livello di rispetto delle normative sul lavoro stabilite dall’
ILO (Organizzazione Internazionale del Lavoro, organismo ONU con sede a
Ginevra che si occupa di definire degli standard internazionali per il
lavoro). Nei casi di investimento in paesi dove queste regole sono
rispettate l’aliquota potrebbe aggirarsi, secondo le indicazioni di Wachtel,
intorno al 10%. L’aliquota massima, indicata al 20%, dovrebbe invece colpire
gli investimenti nei paesi dove il lavoro avviene nelle condizioni di
peggior sfruttamento e violazione degli standard minimi. Nell’intervallo tra
il 10% e il 20% dovrebbero collocarsi le aliquote di tassazione degli
investimenti verso i paesi che si situano tra quelli virtuosi e quelli dove
peggiore è il livello di sfruttamento del lavoro.
La seconda proposta formulata da Wachtel è quella dell’introduzione di una
Unitary Tax sui profitti delle multinazionali, disegnata allo scopo
specifico di controbilanciare le manovre elusive da queste attuate, e in
particolare il transfer pricing. Si tratterebbe di calcolare per ogni
multinazionale tre semplici dati: i profitti conseguiti a livello mondiale,
il fatturato in ciascun paese e il fatturato globale. In ciascun paese in
cui la multinazionale opera verrebbe calcolato il rapporto tra fatturato di
quel paese e fatturato globale. Questa percentuale andrebbe poi applicata al
profitto globale maturato dalla multinazionale, e determinerebbe quindi la
quota di profitto di competenza di ciascun paese rendendo irrilevanti ai
fini fiscali i prezzi di trasferimento.

Conclusioni
Il movimento contro la globalizzazione neo-liberista ha avuto il merito di
manifestare una critica radicale al processo di integrazione europea senza
rifugiarsi in un ritorno autarchico agli Stati nazione. Questa intuizione va
perseguita e riempita di contenuti, i soli che possono consentire al
movimento stesso di dialogare con la politica istituzionalizzata da una
posizione non subordinata rifuggendo dal gioco dei buoni contro i cattivi.
La crisi del Patto di stabilità offre, da questo punto di vista,
un’occasione straordinaria perché, da un lato, fa venire meno l’argomento
che più spesso viene opposto a chi chiede una svolta (“l’Europa non ce lo
permette”) dall’altro lato chiede al movimento di dimostrare la propria
maturità e di elaborare uno scenario alternativo a quello dominante.

Note
[1] Cfr. Commissione Europea, Proposta di Direttiva del Consiglio Europeo
intesa a garantire un’imposizione effettiva sui redditi da risparmio sotto
forma di pagamento di interessi all’interno della Comunità, COM(2001)
400-definitiva.
[2] Cfr. J.P. Fitoussi, Il dittatore benevolo. Saggio sul governo dell’
Europa, il Mulino Contemporanea, Bologna, 2002.
[3] Cfr. D. Pesole, Il debito degli italiani, Editori Riuniti, Roma 1996,
p.61.
[4] I dati qui citati provengono in massima parte dalla Relazione generale
sulla situazione economica del Paese del Ministero del Tesoro e dal
Bollettino Economico della Banca d’Italia
[5] Cfr. P.L. Pasinetti, Public Debt in European Union Countries: Two Ways
of facing the problem, mimeo, 1998, pp. 1-16. Versione italiana in Accademia
Nazionale dei Lincei, Rendiconti Classe Scienze Morali, serie IX, vol. IX,
pp. 509-525.
[6] Cfr. J.P. Fitoussi, op.cit., p. 21.
[7] Cfr. H. M. Wachtel, The mosaic of global taxes, paper presentato a
Global Futures/Institute for Social Studies, 1995.

_____________________________

3 – Perché è ancora necessario annullare il debito?
__________________________________________________________

di Damien Millet (CADTM France)

Per il CADTM, l’angolo d’attacco del modello economico attuale è
l’annullamento del debito esterno pubblico del Terzo Mondo e l’abbandono
delle politiche d’aggiustamento strutturale. Il sistema messo a punto dagli
Stati più industrializzati grazie al FMI e alla Banca mondiale ha
assicurato il loro dominio sul Terzo Mondo. Il debito ne è il centro
nervoso. Vedremo perché Jubilee Sud ha ragione a proclamare: ” Non dobbiamo
niente, non paghiamo niente!”

Motivi morali
Innanzi tutto, l’argomento “quando si hanno debiti, si pagano” non ha più
senso nel caso dei paesi del Sud, in quanto la loro situazione politica ed
economica è stata sconvolta da quando i prestiti sono stati contratti.
Fortemente incitati ad indebitarsi negli anni 1960-1970 dalle banche
private, dagli Stati del Nord e dalla banca mondiale (per ragioni diverse,
sia finanziarie sia geopolitiche), i paesi in via di sviluppo hanno subito
la crisi del debito all’inizio degli anni 1980. Questa crisi è sopraggiunta
a causa di eventi che non controllavano: il rialzo dei tassi d’interesse
negli Stati Uniti e la caduta del corso delle materie prime sui mercati
mondiali, che hanno amputato i beni del Terzo Mondo forzandoli a
rimborsare tre volte in più d’interessi. Ovviamente, la corruzione e la
megalomania che regnano in certi paesi hanno aggravato la crisi, ma non
l’hanno scatenata. Per di più, questo debito è largamente immorale perché
fu spesso contratto da regimi non democratici, vale a dire dittatoriali,
che non hanno utilizzato le somme ricevute nell’interesse delle loro
popolazioni, ma hanno organizzato sottrazioni massicce di danaro. I
creditori hanno prestato con conoscenza di causa, per il loro profitto, e
non hanno diritto di esigere che i popoli rimborsino.
Dopo la comparsa della crisi del debito, il FMI è stato incaricato dai
paesi ricchi per gestire questa crisi e garantire il proseguimento dei
rimborsi. L’ha fatto prendendo il controllo dell’economia dei paesi del
Sud, attraverso i piani d’aggiustamento strutturale che impongono da allora
in cambio del denaro di cui hanno bisogno. I suoi esperti ultraliberali
esigono tutta una serie di misure che favoriscono i creditori dei paesi
ricchi, i mercati finanziari e le società internazionali, ma penalizzano
pesantemente gli strati più deboli: arresto delle sovvenzioni ai prodotti
di prima necessità (pane, riso, latte, mais, ecc.), ribasso drastico dei
budget sociali, svalutazione della moneta (ciò aumenta i prezzi dei
prodotti importati e riduce gli introiti dell’esportazione), tassi
d’interesse elevati (ciò riduce le possibilità di prendere in prestito sul
posto), sviluppo del tutto per l’esportazione a scapito delle coltivazioni
di prodotti alimentari, liberalizzazione dell’economia (per permettere
alle imprese straniere di venire a conquistare delle parti di mercato e
rimpatriare i benefici senza nessun ostacolo), fiscalizzazione che
preserva i detentori di capitali, privatizzazioni massicce, ecc. I più
sprovvisti subiscono in pieno queste manovre.
Ecco perché il debito è il principale ostacolo per la soddisfazione dei
bisogni umani fondamentali, come l’accesso all’acqua potabile, ad
un’alimentazione decente, a delle cure sanitarie essenziali,
all’educazione primaria, ad un’abitazione corretta, a delle infrastrutture
soddisfacenti. Oggi, 2,8 miliardi di persone devono vivere con meno di 2$
al giorno, e 840 milioni di persone soffrono la fame. Circa 1,1 miliardo
di esseri umani non ha accesso regolare all’acqua potabile, e una donna
muore ogni minuto a causa della gravidanza o del parto. Secondo il PNUD.
30 000 bambini muoiono ogni giorno per delle ragioni che avrebbero potuto
essere evitate, “vittime invisibili della povertà”. Certamente, la
soddisfazione dei bisogni umani fondamentali deve primeggiare su ogni altra
considerazione, come i diritti dei creditori o degli speculatori.
Il debito causa quindi un prelevamento sui budget dei paesi del Sud,
impedendoli di garantire delle condizioni di vita decenti ai loro
concittadini. In media, 38% dei budget dei paesi d’Africa subsahariana
servono al rimborso del debito. Per la Giamaica, la cifra ammonta
addirittura fino al 64%! E’ quindi una vera emorragia di capitali, mentre i
più poveri affondano nella miseria. E’ immorale chiedere in priorità il
rimborso del debito a dei creditori agiati invece che la soddisfazione di
questi bisogni fondamentali.

Motivi politici
In seguito ai piani d’aggiustamento strutturale imposti dal FMI,
l’essenziale della politica economica dei paesi del Sud è deciso
all’esterno del paese interessato, particolarmente a Washington. Il debito
permette ai creditori di esercitare dei poteri enormi sui paesi indebitati.
I paesi che si sono sottomessi al diktat dei creditori rappresentati dal
FMI e dalla Banca mondiale sono stati, nel corso del tempo, costretti ad
abbandonare ogni sovranità. I governi non sono più in grado di mettere a
posto la politica per la quale sono stati eletti. E’ una nuova
colonizzazione. Lontana dal favorire le dittature, contrariamente al
sistema attuale, un vero annullamento del debito e la retrocessione dei
fondi stornati dai dirigenti del Sud, con la complicità dei creditori,
sarebbero in grado di buttare giù i regimi autoritari e corrotti.

Motivi economici
Da una parte, il debito è già stato rimborsato più volte: per ogni $ dovuto
nel 1980, il Terzo Mondo ha rimborsato 8$ ma ne deve ancora 4! Ha quindi
smesso di essere l’oggetto di un rimborso equo a condizioni regolari, per
diventare uno strumento di dominio implacabile, che nasconde racket e
saccheggio
Tutto sommato, il debito organizza un trasferimento di ricchezza dalle
popolazioni del Sud verso i loro ricchi creditori, essenzialmente
istituzioni private e mercati finanziari. Nel 2002, il Sud ha rimborsato 95
miliardi di dollari in più di quello che ha ricevuto in nuovi prestiti.
Ricordiamo che 80 miliardi di dollari l’anno per 10 anni sarebbero
sufficienti a garantire i diritti umani fondamentali nel mondo (accesso
universale all’acqua potabile, all’alimentazione, all’educazione primaria,
alle cure sanitarie di base così come alle cure di ginecologia per le
donne).
Inoltre, le infrastrutture e i servizi pubblici essenziali rappresentano
dei potenti fattori di crescita endogena. Ora ogni investimento pubblico
importante è reso impossibile dal peso del debito e dall’obbligo
all’austerità del budget che implica. L’annullamento del debito può dunque
essere un potente fattore di rilancio dell’economia mondiale.

Motivi giuridici
Il caso di forza maggiore: può essere invocato quando un governo si trova,
suo malgrado sottomesso ad un obbligo esterno che gli impedisce di
rispettare i suoi obblighi internazionali, per esempio il rimborso di un
debito. E’ la codificazione giuridica del fatto che nessuno è tenuto a fare
l’impossibile. Quest’obbligo esterno e involontario può essere sia il
ribasso dei prezzi delle materie prime sia un’azione dei creditori, come
il rialzo dei tassi d’interesse nel 1979.
Lo stato di necessità: è caratterizzato da una situazione di pericolo per
l’esistenza dello Stato, per la sua sopravvivenza politica o economica,
come un’instabilità sociale grave o l’impossibilità di soddisfare i
bisogni della popolazione (salute, educazione, ecc.).Non si tratta di un
impedimento assoluto di onorare i propri impegni internazionali, ma
eseguirli implicherebbe per la popolazione dei sacrifici che vanno aldilà
di ciò che è ragionevole. La Commissione dei diritti dell’uomo dell’ONU ha
affermato che “l’esercizio dei diritti fondamentali della popolazione dei
paesi indebitati all’alimentazione, all’abitazione, al vestiario, al
lavoro, all’educazione, alle cure sanitarie e ad un ambiente sano, non può
essere subordinato all’applicazione delle politiche d’aggiustamento
strutturale e a delle riforme economiche generate dal debito”.
L’odioso debito: il diritto internazionale riconosce la necessita di
prendere in considerazione la natura del regime che ha contratto i debiti,
e l’utilizzo che è stato fatto dei fondi versati. Ciò implica una
responsabilità diretta dei creditori. Se un regime dittatoriale fosse
sostituito da un regime legittimo, quest’ultimo potrebbe provare che i
debiti non sono stati contratti nell’interesse della nazione o se lo sono
stati, solo per obiettivi odiosi. In questo caso, potrebbero essere colpiti
da nullità e i creditori non avrebbero che da rivalersi sui dirigenti della
dittatura a titolo personale. Il FMI, la Banca mondiale o qualsiasi altro
creditore è tenuto a controllare che i prestiti concessi siano utilizzati
in maniera lecita, soprattutto perché non può ignorare che tratta con un
regime illegittimo. I movimenti sociali devono ricordare con forza che il
diritto internazionale, e in particolare la Dichiarazione universale dei
diritti dell’uomo e il Patto dei diritti economici, sociali e culturali,
sono incompatibili con il rimborso di un debito immorale, e molto spesso
odioso.

Motivi ecologici
Da diversi secoli, le risorse del Sud sono sfruttate con l’esclusivo
beneficio dei paesi ricchi. La forza, necessaria all’epoca per impadronirsi
di queste ricchezze, è ormai sostituita dai piani d’aggiustamento
strutturale. Per procurarsi le valute necessarie al rimborso del debito o
per mantenersi al potere, i governi sono pronti a sfruttare eccessivamente
e a svendere le risorse naturali (minerali, petrolio, pesca, ecc.), a
mettere in pericolo la biodiversità (numerose specie animali e vegetali
sono in estinzione), a favorire la deforestazione, l’erosione dei suoli,
la desertificazione. In Africa, 65% delle terre coltivabili sono state
danneggiate nel corso degli ultimi cinquanta anni. I piani d’aggiustamento
strutturale imposti dai creditori implicano delle politiche che
strutturalmente portano ad un degrado dell’ambiente, perché tolgono allo
Stato la responsabilità di gestire nell’interesse comune il territorio, le
risorse naturali, gli equilibri ecologici. Le condizioni ambientali sono
dunque insufficientemente messe in conto nel sistema attuale, dove gli
interessi economici, finanziari e geopolitici sono i soli ad essere
ammessi. Annullare il debito e permettere finalmente alle popolazioni di
decidere la destinazione dei fondi che li riguardano, è l’unico mezzo per
integrare il dato ecologico alla nozione di sviluppo.

Motivi storici
Dopo cinque secoli di saccheggio, di schiavitù e di colonizzazione e
vent’anni d’aggiustamento strutturale, le popolazioni del Sud hanno diritto
di esigere dei risarcimenti per tutte le sofferenze subite e causate da un
meccanismo invisibile messo a punto dai creditori del Nord e dalle classi
dominanti del Sud che li appoggiano. L’annullamento totale di questo
debito è il primo dei risarcimenti. Per questo motivo, noi reclamiamo ai
governi del Sud il ripudio del debito finanziario nei confronti del Nord.
Eppure, la maggior parte dei governi del Sud s’inseriscono nella logica
neoliberale che ha organizzato questo sistema iniquo dell’indebitamento,
mentre dovrebbero operare per il bene del loro paese. Di conseguenza, le
popolazioni del Sud hanno il diritto di reclamare alle classi dominanti del
Nord e del Sud dei risarcimenti esigibili immediatamente.

Ma.
Quest’annullamento totale del debito esterno pubblico dovrà andare di pari
passo con le procedure giudiziarie sui fondi mal acquisiti dalle classi
dominanti. Saranno allora restituiti alle popolazioni e investiti nei fondi
per lo sviluppo nazionale destinati a finanziare dei progetti definiti e
controllati dalle popolazioni interessate, sul modello dei budget
partecipativi praticati a Porto Alegre. Peraltro, si tratta di mettere a
punto un finanziamento alternativo allo sviluppo: abbandonare
l’aggiustamento strutturale, sviluppare gli accordi regionali, triplicare
l’aiuto pubblico allo sviluppo affinché gli Stati del Nord rispettino
finalmente i loro impegni, tassare la speculazione internazionale,
instaurare delle misure fiscali che ridistribuiscono ricchezze, ecc. E’
anche fondamentale perseguire penalmente le istituzioni finanziarie
internazionali per complicità con dei regimi dittatoriali e per il
saccheggio delle risorse naturali. E’ urgente mettere in opera queste
misure, le sole capaci di costruire delle relazioni giuste ed eque tra le
popolazioni del mondo. Ma per questo, una larghissima mobilitazione sarà
indispensabile. Speriamo di potere contare su di voi.

Comitato per l’Annullamento del Debito del Terzo Mondo
Info: France@cadtm.org e www.cadtm.org

Traduzione di Marie Denise Sclafani

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