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Saturday November 18th 2017

Granello di Sabbia N.113

Il Granello di Sabbia è il settimanale elettronico d’informazione e
approfondimento di ATTAC: propone materiale originale prodotto da ATTAC
Italia e dai suoi aderenti e traduce testi degli altri Granelli nel mondo e
da diverse fonti indipendenti. E’ realizzato grazie al lavoro volontario di
molte persone.
Il Granello di Sabbia è totalmente gratuito, per continuare a pubblicarlo e
a migliorarlo abbiamo bisogno del sostegno di tutti i suoi lettori, di tutte
le persone che pensano sia importante realizzare questo piccolo strumento
per una grande idea: “riappropriarsi insieme del nostro mondo”.
Per sostenerlo è sufficiente fare un versamento, anche piccolo, sul conto
corrente postale n.29734076 intestato a ATTAC Italia – Via San Carlo, 44/2
40121 Bologna (con motivazione “Sostegno Granello di sabbia”).Indice degli argomenti

1 – Il lavoro nella più grande azienda del mondo
di A/Lex, CreW (www.chainworkers.org)
Il sogno Americano per Victor Zavala è finito alle 7 di mattina di un freddo
giovedì dello scorso mese. Mentre camminava nel parcheggio del grande
magazzino Wal-Mart a Piscataway, New Jersey, dove aveva appena finito il
turno di notte a pulire i pavimenti, due auto della polizia e due non
identificate gli sono piombate addosso. In pochi minuti era in manette.
(Traduzione a cura di Genoveffa Corbo)

2 – Antisemitismo
di Michel Warshawski (intellettuale israeliano, direttore dell’Alternative
information center*)
Il conflitto israelo-palestinese si presta facilmente a una interpretazione
in chiave religiosa, o quanto meno etnica, ma è proprio così e cosa dicono
gli allarmi sull’antisemitismo che ritornano in Europa e nel mondo?

3 – Tenetevi stretta la vostra umanità. Lettera aperta ai militari in Iraq
di Stan Goff (veterano del Vietnam)
Sono un veterano dell’esercito in pensione e mio figlio è con voi,
paracadutista anche lui, come me. I cambiamenti che stanno avvenendo in
ognuno di voi – alcuni più estremi degli altri – io li conosco molto bene.
Per cui mi accingo a dirvi delle cose in maniera molto diretta in un
linguaggio che potete comprendere bene.

4 – Clima o cancro ?
di Adriana Pagliai e Michelangelo Bolognini (ATTAC Prato)*
Questo è un atto di accusa all’ambientalismo compatibilista con i potenti e
colpevolizzante con i deboli, delle agende 21, utilizzate per concertare e
consentire l’inquinamento, degli incentivi pubblici alle imprese perché
siano più efficienti e forse meno inquinanti, degli autocontrolli gestiti
dagli inquinatori, perché ci si deve sempre fidare delle imprese, delle
etichette etiche ed ecologiche, che dovrebbero risolvere tutti i problemi
dell’umanità; l’ambientalismo che lega lo sviluppo capitalista globale al
futuro con la magica parola “sostenibilità”, quello che ha tolto, nella
Conferenza di Rio, venti anni dopo Stoccolma, il termine “umano” all’
ambiente.

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1 – Il lavoro nella più grande azienda del mondo
__________________________________________________________

di A/Lex, CreW (www.chainworkers.org)

Il sogno Americano per Victor Zavala è finito alle 7 di mattina di un freddo
giovedì dello scorso mese. Mentre camminava nel parcheggio del grande
magazzino Wal-Mart a Piscataway, New Jersey, dove aveva appena finito il
turno di notte a pulire i pavimenti, due auto della polizia e due non
identificate gli sono piombate addosso. In pochi minuti era in manette.
Mr Zavala, 28 anni, un immigrato illegale dal Messico, dice che aveva
lavorato per tre anni pulendo i negozi Wal-Mart sette notti su sette o 60
ore alla settimana, guadagnando circa 6 dollari all’ora. Non riceveva
straordinari, né l’assicurazione sanitaria o i permessi di malattia; non
pagava tasse o la sicurezza sociale. Non ha mai preso un giorno di ferie, la
sua richiesta di una settimana per il viaggio di nozze in febbraio era stata
respinta.
Ora destinato al rimpatrio, Mr Zavala, era dipendente di una società di
pulizie e non direttamente di Wal-Mart. Ma è uno dei nove uomini delle
pulizie che sta facendo causa alla più grande catena di magazzini del mondo
nella speranza di renderla una class-action. L’accusa è che Wal-Mart sapeva
che i lavoratori erano illegali e aveva violato le leggi federali di racket
decidendo insieme alla società delle pulizie di pagargli salari bassi.
I nove sono tra i 250 operai illegali arrestati a sorpresa il 23 Ottobre
fuori dai 61 magazzini Wal-Mart in 21 Stati, una delle più grandi operazioni
di questo tipo. Gli ufficiali dell’immigrazione hanno anche perquisito un
ufficio di un manager di medio livello alla Sede centrale di Wal-Mart di
Bentonville, Arkansas, sequestrando scatole e scatole di documenti. Wal-Mart
ha poi confermato che un grand jury federale deve decidere se portare avanti
l’accusa di connivenza con la ditta appaltatrice che stava impiegando operai
illegali.
“Questo è il caso della società più forte del mondo che si approfitta della
gente povera più vulnerabile” dice James Linsey, un avvocato dei nove
operai. “La cosa confortante è che le autorità federali non stanno solo
raccogliendo anche le prove più piccole e insignificanti ma hanno mandato a
Wal-Mart una lettera in cui si informava che erano oggetto di una
investigazione criminale. Questa è roba seria”.
Wal-Mart dice che non ci sono prove che impiegati ad ogni livello sapessero
che stavano assumendo lavoratori illegali, e sta collaborando totalmente con
gli investigatori. “Vogliamo come tutti vedere quali prove possano avere gli
ufficiali federali” dice Mona Williams, vice presidente addetto alle
comunicazioni. ” Se qualcuno a Wal-Mart ha infranto la legge vogliamo sapere
chi è e vogliamo assicurarci che questa persona non lavori più con noi”.
Ma il caso dell’operaio immigrato sta gettando una luce scomoda sulle
pratiche di assunzione di quella che è la più grande società del mondo per
introiti – con 1.4 milioni di impiegati, 245 miliardi di dollari di vendita
e 8 miliardi di dollari di profitto netto lo scorso anno – e di conseguenza
è anche la più potente.
Insieme alle tre dozzine di azioni legali che accusano Wal-Mart di obbligare
gli impiegati a lavorare in orari straordinari senza paga, si aggiungono
domande relative al fatto che l’implacabile corsa del grande magazzino al
taglio dei costi l’abbia spinta troppo oltre i limiti della legalità.
Oltre a questo, uno sciopero di 70 000 impiegati dei supermercati nel sud
della California contro i piani per tagliare le indennità sanitarie – per
competere con i prezzi ridotti di Wal-Mart – ha provocato un dibattito sulla
cosiddetta “corsa al ribasso”. Gli Stati Uniti sono già preoccupati per i
minori ricavi industriali interni a causa del più basso costo di lavoro
oltremare. Ora molti temono che i bassi salari e le scarse garanzie di
Wal-Mart stiano minacciando gli sforzi dei concorrenti e fornitori di pagare
uno stipendio decente ai loro impiegati.
Le dimensioni e il potere di Wal-Mart hanno l’effetto di una calamita verso
le critiche. La società è stata a lungo accusata di distruggere le
principali vie commerciali delle città americane facendo chiudere i piccoli
negozianti, ed esportando la manodopera all’estero facendo precipitare
aggressivamente i costi e i prezzi dei fornitori. Il che non ha fermato i
circa 138 milioni di acquirenti che ogni settimana visitano i grandi
magazzini. Ma per una società il cui modello di affari si basa in parte
sulla fornitura abbondante di lavoro facile e senza sindacati, la
controversia sui suoi standard di assunzione tocca un punto vitale.
Gary Balter, analista commerciale alla UBS Warburg di New York, dice che
Wal-Mart è una “società molto rispettabile”. Ma avverte che molte società
potenti alla fine incappano in qualche situazione che mette in pericolo la
loro corsa allo sviluppo. Con Microsoft era stato un regolamento. Le
controversie di lavoro possono diventare la spina nel fianco di Wal-Mart
come le prove antitrust divennero per Microsoft?
“E’ difficile regolamentare una società perché offre prezzi bassi” dice. “Ma
ci sono quelli che cercano l’errore in modo da utilizzarlo per esempio per
lasciare entrare i sindacati. “Nella guerra di pubbliche relazioni, si ha da
una parte Wal-Mart che dice di voler tagliare i costi per il consumatore. E
dall’altra sempre più persone che dicono che Wal-Mart sta danneggiando il
tessuto connettivo dell’America”.
L’ufficio centrale di Wal-Mart, in un magazzino riadattato nell’Arkansas
rurale, presenta un’immagine di parsimonia e correttezza. Gli impiegati sono
persino riluttanti a offrire un caffè agli ospiti, tanto è forte la politica
contro l’accettazione dei regali. E i rappresentanti che cercano di
persuadere Wal-Mart a distribuire anche i loro prodotti incontrano
acquirenti in spoglie stanze con cartelli che dichiarano che Wal-Mart non
accetterà mazzette.
La società ammette che la paga base dei suoi impiegati è inferiore a quella
dei suoi rivali ma insiste che il rispetto per i suoi operai –
premeditatamente chiamati “associati” – è fondamentale nella sua filosofia.
Gli impiegati portano distintivi con i tre valori chiave di Sam Walton, il
fondatore della società. Il numero uno è “rispetto per l’individuo”. Lee
Scott, amministratore delegato, dice che è intenzionato a conservare la
cultura amichevole di “Mr Sam” che è morto nel 1992. Mr Walton, cita, diceva
che c’erano solo due persone a cui non avrebbe dato una seconda possibilità:
“chi ruba, o i capi che abusano dei loro dipendenti”.
La sfida che Wal-Mart affronta è di conservare la cultura di Mr Sam
parallelamente alla crescita di 2 o addirittura 3 milioni di impiegati e con
già 4700 negozi nel mondo, due terzi dei quali negli Stati Uniti – per
assicurare che i capi soddisfino sempre gli standard imposti dalla casa
madre. Una serie di azioni legali contro la compagnia la accusa di abusi.
L’ultima è dagli operai immigranti ma Wal-Mart dice che 240 dei 250
impiegati arrestati lo scorso mese erano impiegati tramite una ditta
appaltatrice per cui non può ritenersi responsabile. Comunque, gli ufficiali
federali confermano che hanno registrato conversazioni che indicano che gli
impiegati di Wal-Mart sapevano dell’esistenza di impiegati illegali. Mr
Zavala, l’immigrato messicano e i suoi avvocati dicono che sarebbe stato
difficile per lo staff di Wal-Mart, almeno a livello di negozio, non
saperlo. Gli addetti alle pulizie, dicono, erano supervisionati dai capi
dipartimento di Wal-Mart. “Chiunque sia stato a stipulare questi contratti
con le ditte appaltatrici sapeva cosa stesse facendo” aggiunge Gilberto
Garcia, un avvocato che rappresenta i lavoratori illegali. “Le persone
coinvolte dovevano sapere che c’era un motivo per cui un contratto costava
meno di un altro”.
La signora Williams di Wal-Mart dice che non si può pretendere che la
società controlli ogni singolo documento degli impiegati tramite le
centinaia di fornitori di servizi e prodotti. Aggiunge che l’azione legale
dei lavoratori immigrati è infondata e Wal-Mart la farà decadere. Ma dice
“siamo molto preoccupati di tutte le accuse non documentate sul fatto che i
lavoratori non venissero trattati giustamente e che le ditte appaltatrici si
approfittassero di loro. Questo è sbagliato. Noi non giustificheremo mai
questo trattamento e ci dispiace che sia successo nei nostri negozi”.
Il caso dei lavoratori immigrati segue 37 azioni legali sospese contro la
società su una questione diversa. L’accusa è che Wal-Mart ha provato a
ridurre i costi facendo fare lavoro straordinario non pagato. E’ stato già
emesso un verdetto contro la società. Lo scorso dicembre un giudice
dell’Oregon ha individuato un “sistema convenzionale” in vigore nei
supermercati Wal-Mart che faceva fare lavoro straordinario a 400 impiegati
senza retribuzione tra il 1994 e il 1999. Due indagini simili sono state
aperte questo mese in Minnesota e California; Wal-Mart si sta appellando ad
un caso simile accaduto nello stato dell’Indiana.
La signora Williams dice che la politica di Wal-Mart è chiara ed è quella di
“pagare gli associati per ogni minuto del loro lavoro”. Inoltre dice: “Ogni
capo che richieda o solo tolleri prestazioni di lavoro fuori orario fa una
violazione della politica della società e potrebbe essere soggetto ad azioni
disciplinari fino al licenziamento incluso. Abbiamo fatto un enorme sforzo
di persuasione per assicurarci che i nostri direttori e gli associati
sappiano che il lavoro oltre l’orario di lavoro non è tollerato. Noi abbiamo
licenziato alcuni manager coinvolti”.
Un terzo settore in cui la società affronta un’azione legale –
potenzialmente l’azione più grande per i diritti civili nella storia degli
Stati Uniti – è l’accusa di discriminazione per sesso. L’azione legale,
intrapresa da sei donne nel 2001, afferma che Wal-Mart sistematicamente nega
promozioni e uguale trattamento economico per le donne. Se sarà confermato
da un giudice federale sul caso, riguarderà quasi 1.6 milioni di impiegati
donne, in servizio e non. Gli iniziatori della causa dicono che mentre due
terzi degli impiegati su base oraria di Wal-Mart sono donne, le donne
occupano solo un terzo dei lavori di gestione dei negozi e meno del 15 per
cento delle posizioni di capi gestione. Dicono anche che le donne a tutti i
livelli guadagnano meno che gli uomini.
La signora Williams dice che il caso non sussiste. Dice che le donne
ricevono promozioni in proporzione diretta – o maggiore – rispetto al numero
di coloro che fanno domanda per posizioni di direzione. Le donne che
lavorano talvolta sono state riluttanti a proporre domande per lavori di
livello superiore che richiederebbero il trasferimento, o di lavorare ad
orari inadatti alle esigenze socio-familiari, e Wal-Mart sta lavorando per
affrontare il problema.
Il gruppo commerciale è anche stato accusato di essere causa indiretta dello
sciopero nella California del sud di 70 000 lavoratori per le tre catene di
supermercati più grandi degli Stati Uniti. Le società Kroger, Albertson e
Safeway affermano che hanno dovuto tagliare i costi sanitari e frenare la
crescita dei salari per competere con Wal-Mart che sta pianificando di
aprire 40 super centri commerciali in California. Questi, rispetto ai vecchi
negozi di Wal-Mart, venderanno sia prodotti alimentari che altre merci. Il
Sindacato dei lavoratori Commerciali ed Alimentari, l’organizzazione
sindacale dei supermercati, ha considerato la questione dell’assicurazione
sanitaria come il terreno di scontro- visto che molti Americani si affidano
ai loro datori di lavoro per pagare gran parte delle spese sanitarie.
Il Sindacato afferma che mentre due terzi degli impiegati di Wal-Mart hanno
diritto all’assicurazione sanitaria aziendale, meno della metà partecipa a
questo programma visto che non può permettersi di pagare gli alti contributi
che Wal-Mart richiede loro di pagare. Ne consegue che alcuni sono senza
assicurazione e che i datori di lavoro dei coniugi o i programmi governativi
federali devono fornire loro l’assistenza sanitaria.
Wal-Mart contesta questi dati, dice che il 78 per cento dei suoi impiegati
hanno diritto all’assicurazione sanitaria e che il 50 percento vi partecipa.
Circa il 40 per cento dei suoi impiegati, ha assistenza sanitaria tramite
altre fonti, ma questo è dovuto parzialmente perché, per esempio, sono
studenti o anziani.
Circa il 40 per cento di quelli nel suo programma non avevano assicurazione
sanitaria prima di essere assunti da Wal-Mart. “Queste persone sarebbero
cadute nel baratro o finite nelle lunghe liste di attese della sanità
pubblica” dice la signora Williams, sottolineando che la società offre una
copertura assicurativa a circa 500 000 famiglie Americane.
Alla base di tutti questi problemi c’è una campagna, per ora fallimentare,
di quattro anni della UFCW per inserirsi nei negozi Wal-Mart (vedi sotto).
Wal-Mart dice che non è antisindacale quando opera con una politica della
“porta aperta” fino a livello dell’amministratore delegato, permettendo ai
dipendenti di esprimere i loro reclami direttamente ai capi. “Quando arriva
alla nostra gente, pensiamo sia più efficace se noi ne parliamo come
individuo piuttosto che passare attraverso un intermediario” dice il signor
Scott.
Wal-Mart dice che i negozi sono liberi di votare per la sindacalizzazione ma
nessuno lo ha fatto. La UFCW dice che la ragione di questo è che al primo
segno di attività sindacale Wal-Mart sguinzaglia squadre di impiegati dagli
uffici centrali che con tattiche aggressive persuadano i lavoratori a non
partecipare. La società ammette che queste squadre esistono ma solo per
spiegare i loro diritti agli impiegati e usare mezzi legali per trasmettere
i punti di vista aziendali.
Al Zack, assistente di direzione dei programmi strategici al UFCW, dice
“Questo dipende dal fatto che il datore di lavoro numero uno della nazione
sta stabilendo un denominatore comune sempre più basso – opposto allo
standard stabilito da General Motors nel passato, quando era il datore di
lavoro numero uno, di fissare il limite ad un livello superiore”, dice.
Inoltre anche se molti sindacati e concorrenti possono attaccare Wal-Mart,
un esercito di analisti e economisti è pronto a difenderlo. Gary Stibel,
presidente del Gruppo di Consulenza New England, una società di consulenza
di gestione commerciale, dice che Wal-Mart ha ragione ad essere aggressiva
sui costi e dovrebbe mantenersi ferma contro qualsiasi cosa che li
aumentasse.
“Ho lavorato con Wal-Mart direttamente ed indirettamente per 30 anni” dice.
“Stanno arrivando vicino al limite dell’accettabilità? Sì. Stanno superando
la linea di confine? Sicuramente no. Sono una delle società eticamente più
corrette con cui abbiamo lavorato. Ma il lavoro dell’industria commerciale è
di restare vicina al limite perché se non lo fa qualcuno altro ci andrà”.
Mr Stibel dice che i risultati di produttività raggiunti da Wal-Mart – che
stima abbiano risparmiato ai consumatori americani almeno 20 miliardi di
dollari lo scorso anno – hanno dato una grande spinta all’economia,
abbassando i prezzi e creando ricchezza e lavoro.

Traduzione a cura di Genoveffa Corbo

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2 – Antisemitismo
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di Michel Warshawski
(intellettuale israeliano, direttore dell’Alternative information center*)

Il conflitto israelo-palestinese si presta facilmente a una interpretazione
in chiave religiosa, o quanto meno etnica. Esso si svolge in un luogo che è
stato il cuore di grandi religioni e che molti chiamano “Terra Santa”; il
sionismo è spesso presentato come il “ritorno” del popolo ebraico nella
Terra Promessa, ed il suo bagaglio di argomentazioni attinge molto
all’ambito dei diritti storici, se non apertamente alla promessa divina;
Gerusalemme è città tre volte santa, e la Palestina storica è disseminata di
luoghi di culto e pellegrinaggio.
L´onnipresenza dell´Islam nella coscienza e nella cultura nazionale arabe è
anch’essa gravida della deriva confessionale di un conflitto spesso
presentato come la liberazione della terra dell´Islam occupata dagli
infedeli.
A questo non si può non aggiungere l´idea, tutta sionista, di creare uno
“Stato ebraico” attuando una strategia permanente di ebraicizzazione, che
non ha mancato di ricorrere alla guerra di epurazione etnica nel 1948. Uno
dei meriti più grandi di Yasser Arafat è quello di aver fatto, in questo
contesto, tutto ciò che è umanamente possibile per mantenere il conflitto
israelo-palestinese nella sua dimensione politica, rifuggendo da quella
religiosa o etnica: una lotta di liberazione nazionale per l´indipendenza,
una lotta anticolonialista per la terra e la sovranità nazionale.
Al contrario, uno dei crimini più gravi dell´ex primo ministro israeliano
Ehud Barak è di aver introdotto l´elemento religioso nei negoziati,
rivendicando, al summit di Camp David II, una sovranità ebraica sulla
Spianata delle Moschee di Gerusalemme sulla base di considerazioni
storico-religiose. Questa rivendicazione demente, senza alcun dubbio, è
stata una delle cause principali del fallimento del processo di Oslo. La
storia dirà se essa non sia anche stata il detonatore di una guerra tra
religioni nell´intero Medio Oriente, e di un conflitto ebraico-islamico in
tutto il mondo.
Il conflitto israelo-palestinese è un conflitto politico tra un movimento
coloniale e un movimento di liberazione nazionale. Il sionismo è
un´ideologia politica, e non religiosa, che mira a risolvere la questione
ebraica in Europa con l´immigrazione in Palestina, la sua colonizzazione e
la creazione di uno Stato ebraico. Questa è la definizione che ne hanno
sempre dato i suoi ispiratori, da Herzl a Ben Gurion, da Pinsker a
Jabotinsky, per i quali il concetto di colonizzazione (Hityashvuth) o di
colonie (Yishuv, Moshav) non ha mai avuto un’accezione peggiorativa.
Fino all’ascesa al potere del nazismo, la stragrande maggioranza degli ebrei
nel mondo ha rifiutato il sionismo, considerandolo da un lato come un´eresia
(posizione della grande maggioranza dei rabbini e degli ebrei praticanti) e
dall´altro come una teoria reazionaria (posizione del movimento operaio
ebraico nell´Europa orientale), e per giunta anacronistica (posizione degli
ebrei emancipati o assimilati in Europa centrale e occidentale). In questo
senso, l´antisionismo è sempre stato considerato come una posizione politica
tra le altre, per di più egemoni nel mondo ebraico per quasi mezzo secolo.
Solo da circa una trentina d´anni una vasta campagna internazionale, con un
successo innegabile, tenta di delegittimare l´antisionismo identificandolo
con l´antisemitismo, senza mai entrare nel merito di cosa sia veramente il
sionismo, omettendo le analisi della sua dinamica e delle sue implicazioni
politiche e morali.
Come ogni altra forma di razzismo, l´antisemitismo (o la giudeofobia)
rifiuta l´esistenza e l´identità dell´altro. Qualunque cosa faccia o pensi
l´ebreo, per l´antisemita egli è da odiare, fino al massacro, per il solo
fatto d´essere ebreo.
Al contrario, l´antisionismo è la critica politica di un´ideologia e di un
movimento politico; esso non riguarda una comunità, ma rimette in
discussione una politica. Come è possibile, quindi, identificare
un´ideologia politica, l´antisionismo, con un´ideologia razzista,
l´antisemitismo?
Un gruppo di intellettuali sionisti europei ha appena trovato la soluzione,
facendo intervenire l´inconscio ed introducendo un concetto passe-partout
che essi chiamano “slittamento semantico”. Quando si denuncia il sionismo,
ed anche quando si critica Israele, si avrebbe inconsciamente come obiettivo
non la politica di un governo (il governo Sharon) o la natura coloniale di
un movimento politico (il sionismo) o ancora il razzismo istituzionale di
uno Stato (Israele), ma gli ebrei. Per slittamento semantico, quando si
dice: “il bombardamento di popolazioni civili è un crimine di guerra” o “la
colonizzazione è una flagrante violazione della Quarta Convenzione di
Ginevra”, in realtà si vorrebbe dire “il popolo ebraico è responsabile della
morte di Gesù Cristo” e “morte agli ebrei!”.
Evidentemente non è possibile rispondere a un argomento del genere, poiché
qualsiasi risposta sarà presentata come un´inconscia apologia
dell´antisemitismo. L´argomento dello slittamento semantico e l´uso
dell´inconscio nella polemica politica mette fine, per definizione, ad ogni
possibilità di dibattito, qualsiasi ne sia l´oggetto. La denuncia del
colonialismo diventa il rifiuto dell´inglese (o del francese o del tedesco,
secondo i casi), della sua cultura, della sua esistenza. Nemmeno
l´anticomunismo esiste, perché sarebbe uno slittamento semantico dell´odio
per gli slavi. Con questa logica, se io dico “non mi piace il Camembert”, io
in realtà penso “morte ai francesi!”; quando affermo di apprezzare la musica
Yiddish, io dico, per slittamento semantico, che odio gli arabi…
L´antisemitismo esiste, e sembra, in Europa si stia risvegliando, dopo mezzo
secolo di silenzi seguiti allo sterminio nazista e ai crimini dei
collaborazionisti. In una parte crescente delle comunità arabo-musulmane in
Europa gli ebrei vengono accusati, con una generalizzazione razzista, senza
distinzioni, dei crimini commessi dallo Stato israeliano e dal suo esercito.
D´altronde l´antisemitismo spesso si ritrova in seno a quello stesso campo
che sostiene incondizionatamente la politica israeliana, come ad esempio una
parte delle sette protestanti integraliste che, negli Stati Uniti,
costituiscono la vera lobby pro-israeliana.
Esiste, al pari, un razzismo antiarabo, anche se i media danno meno
visibilità agli atti di ritorsioni del Beitar e della Lega di Difesa Ebraica
contro istituzioni musulmane o contro le organizzazioni che si oppongono
alla politica di colonizzazione israeliana, agli slogan razzisti antiarabi
che coprono i muri di certi quartieri di Parigi (“Morte agli arabi!”,
“Niente arabi niente attentati!”) e alle cacce al nordafricano organizzate
da commandos sionisti.
I razzismi anti-arabo e anti-ebraico devono essere condannati e combattuti,
senza concessioni, e ciò si può fare efficacemente solo se si combattono
contemporaneamente, altrimenti non si fa che rafforzare l´idea, molto
diffusa, che dietro la denuncia di un solo razzismo ci sia in realtà la
condanna dell´altra comunità. Coloro che denunciano gli atti antisemiti,
reali o frutto dello “slittamento semantico”, ma tacciono contro gli atti di
razzismo anti-arabo hanno una parte di responsabilità nell’alimentare il
senso di appartenenza alla comunità e nel rafforzamento dell´antisemitismo,
poiché non è il razzismo, di qualunque natura e da qualsiasi parte provenga,
che essi combattono, ma unicamente il razzismo dell´altro. Essi, i Tarnero,
i Lanzman e i vari Taguieff, non hanno il diritto di dare lezioni ai
militanti della sinistra radicale e del movimento contro la mondializzazione
liberista, che sono sempre stati la punta delle lotte antirazziste e mai ne
hanno disertato alcuna.
Ma andiamo oltre. Una parte importante di responsabilità nella nascita del
fenomeno dello slittamento della critica alla politica israeliana verso un
atteggiamento antisemita ricade sulle spalle di una parte dei dirigenti,
spesso autoproclamatisi tali, delle comunità ebraiche in Europa e negli
Stati Uniti. Infatti, sono essi che spesso identificano l´intera comunità
ebraica con una determinata politica, quella del sostegno incondizionato ai
dirigenti israeliani. Quando, come è accaduto a Strasburgo, sono loro a
chiamare la gente a manifestare il proprio sostegno a Sharon sul sagrato di
una sinagoga, come fanno poi a meravigliarsi se la sinagoga viene presa di
mira nelle manifestazioni contro la politica israeliana? E che dire di quei
dirigenti di comunità ebraiche che, in Francia, “comprendono” la vittoria di
Le Pen e “sperano che ciò faccia riflettere la comunità araba locale”? Non è
lecito scorgere in un comportamento del genere una compiacenza nei confronti
di colui che, in Francia, è il principale sostenitore di idee razziste – e
quindi anche antisemite? Compiacenza che è in continuità con la
collaborazione di certe organizzazioni (ebraiche) di estrema destra, come il
Beitar, con gruppi fascisti ed antisemiti, in Occidente, negli anni
settanta… Non si tratta più semplicemente di slittamento, ma di collusione
bella e buona…
Nel mondo la politica israeliana è largamente criticata, e più lo Stato
ebraico agirà al di fuori del diritto, più esso sarà considerato come
fuori-legge, e ne pagherà il prezzo. E´ totalmente inaccettabile ed
irresponsabile che gli intellettuali ebrei che dichiarano pubblicamente
un´identificazione assoluta con Israele trascinino con sé i dirigenti delle
comunità ebraiche nella corsa verso l´abisso cui portano Sharon e il suo
governo. Viceversa: se essi fossero animati da un vero senso di
responsabilità nei confronti della comunità a cui rivendicano
l´appartenenza, essi prenderebbero il più possibile le distanze dagli atti
barbarici dello Stato israeliano, e dalle conseguenze drammatiche che questi
atti sono destinati a provocare, mettendo a rischio presto o tardi
l´esistenza stessa di una comunità nazionale ebraica in Medio Oriente.
Così facendo essi darebbero prova di senso di responsabilità verso la
comunità ebraica d´Israele: anziché blandire l´oltranzismo israeliano e
contribuire all´accecamento suicida crescente della sua direzione e della
sua popolazione e di gridare come Lanzman “con Israele sempre, ed
incondizionatamente”, non farebbero meglio a fare da argine e a mettere in
guardia Sharon e il suo governo dalle conseguenze catastrofiche della loro
politica? Sono a tal punto ciechi da non rendersi conto che l´impunità di
cui gode Israele agli occhi di certe correnti politiche e filosofiche, in
Europa e negli Stati Uniti, non è che l´altra faccia dell´antisemitismo e
del suo armamentario sulla “specificità ebraica”? Sono a tal punto stupidi
da non comprendere che per molti sedicenti amici d´Israele, la politica del
“lascia andare-lascia fare” verso lo Stato d´Israele non è che l´espressione
di un cinismo che ha come obiettivo quello di vedere gli ebrei andare a
sbattere contro il muro? E che, al contrario, sono coloro che criticano, e a
volte duramente, Israele, che hanno veramente a cuore la vita e la
sopravvivenza della sua popolazione?
Ariel Sharon, i suoi ministri, i suoi generali, i suoi giudici e una parte
dei suoi soldati un giorno saranno portati davanti alla Corte Penale
Internazionale per crimini di guerra, e anche per crimini contro l´umanità.
Perché la popolazione israeliana nel suo complesso non venga messa al bando
e accusata ci sono, in Israele, migliaia di uomini e donne, civili e
militari, che dicono “no”, che resistono e sono dissidenti. Per proteggere
gli ebrei del mondo da un´accusa di corresponsabilità, per stroncare la
propaganda antisemita che, strumentalizzando le sofferenze dei palestinesi,
vuole colpevolizzare ogni ebreo in quanto tale, per far barriera contro il
pericolo reale di automatico coinvolgimento delle comunità nel conflitto
israelo-palestinese, è imperativo che dalle comunità ebraiche si alzi una
voce ferma e possente che dica, come il nome un´organizzazione
ebraico-statunitense, e agendo in questa direzione: “Non in nostro nome!”.
E´ evidentemente compito delle forze democratiche e di sinistra nel mondo
denunciare, senza concessione alcuna, i crimini di Israele, non solo perché
la difesa dei colonizzati e degli oppressi, ovunque essi siano, è parte
integrale del loro programma e della loro filosofia, ma anche perché una
posizione chiara e coerente con il resto delle lotte in atto, può permettere
loro di lottare contro la degenerazione del conflitto in chiave comunitaria
e contro il razzismo nel proprio paese.
Lasciarsi terrorizzare dal ricatto dell´antisemitismo, tacere per non
prestare il fianco all´accusa di “collusione con l´antisemitismo” o anche di
“antisemitismo inconscio”, non può, in ultima analisi, che fare il gioco dei
veri antisemiti, o per lo meno delle confusioni identitarie e delle reazioni
in blocco come comunità. La vera sinistra, antirazzista e anticolonialista,
non deve dare prove del suo impegno nella lotta contro la peste antisemita.
Essa sarà ancora più efficace nel proseguimento della lotta se le sue
posizioni contro i crimini di guerra d´Israele e la sua politica di
colonizzazione saranno chiare e senza ambiguità.

Tratto dal sito internet (pubblicazione elettronica del
movimento democratico arabo in Francia)

*http://www.alternativenews.org/

_____________________________

3 – Tenetevi stretta la vostra umanità. Lettera aperta ai militari in Iraq
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di Stan Goff (veterano del Vietnam)*

Sono un veterano dell’esercito in pensione e mio figlio è con voi,
paracadutista anche lui, come me. I cambiamenti che stanno avvenendo in
ognuno di voi – alcuni più estremi degli altri – io li conosco molto bene.
Per cui mi accingo a dirvi delle cose in maniera molto diretta in un
linguaggio che potete comprendere bene.
Nel 1970 fui assegnato alla 173° brigata aviotrasportata, che era di stanza
nella provincia settentrionale di Binh Dinh in quella che era allora la
Repubblica del Vietnam. Quando arrivai là la mia testa era piena di merda:
merda dai media, merda dai film, merda da ciò che pensavo fosse un vero
uomo, merda da una quantità di vicini ignoranti che ti dicevano un sacco di
cose sul Vietnam anche se non vi erano mai stati né mai erano stati in
guerra.
L’essenza di tutta questa merda era che noi dovevamo “mantenere la rotta in
Vietnam” e che ci era stata affidata una sorta di missione di salvare i
vietnamiti buoni da quelli cattivi. Restammo là fino a che non persero la
vita 58.000 americani, moltissimi altri furono mutilati e menomati a vita,
e morirono 3.000.000 di asiatici sudorientali. Ex militari e molti anche in
servizio attivo ebbero un ruolo fondamentale nel determinare la fine di quel
crimine.
Quando ho sentito parlare per la prima volta di armi di distruzione di
massa che avrebbero minacciato gli USA da parte dell’Iraq, un paese
distrutto che era andato avanti quasi una decina d’anni con una guerra di
trincea seguita da un’ invasione e da 12 anni di embargo, la mia prima
domanda fu come diavolo questo paese sofferente avrebbe potuto rappresentare
una minaccia per gli USA. Ma mi venne in mente come allora tanta gente aveva
potuto credere che il Vietnam rappresentasse una minaccia per gli USA. Io
compreso.
Quando questa merdosa storia delle armi si dimostrò fasulla, come una
camicia da due soldi, i politici che avevano inventato questa guerra dissero
a tutti, anche a voi, che sareste stati accolti come dei grandi liberatori.
Così come ci avevano detto allora che dovevamo andare in Vietnam per
garantire il voto di tutti.
Ciò che non mi dissero fu che prima che io andassi lì, nel 1970, le forze
armate americane avevano bruciato villaggi, distrutto riserve vitali,
avvelenato campi e foreste, ucciso civili per sport, bombardato interi
villaggi, e commesso stupri e massacri, e i Vietnamiti, avviliti e furiosi
per questo, non erano certo in grado di apprezzare la differenza tra uno
come me e coloro che si erano macchiati di quei crimini nei loro confronti.
Ciò che loro non vi hanno detto è che più di un milione e mezzo di iracheni
sono morti tra il 1991 e il 2003 per malnutrizione, mancanza di cure
mediche, cattiva sanità. Oltre mezzo milione di morti apparteneva alla parte
più debole della popolazione: i bambini, specie i più piccoli.
Mio figlio è là adesso e ha un bambino che oggi ha undici mesi. Andiamo a
trovarlo ogni volta che possiamo. Molti di voi hanno figli, così sapete bene
come sia facile amarli, e amarli così intensamente da sentire che il vostro
mondo andrebbe interamente a pezzi se a loro accadesse qualcosa. Anche gli
iracheni provano gli stessi sentimenti nei confronti dei loro bambini. E
non possono certo dimenticare che il governo degli USA è largamente
responsabile della morte di mezzo milione di bambini. Così la bugia che
sareste stati accolti come liberatori era per l’appunto una bugia. Una bugia
per convincere gli americani ad aprire i loro portafogli per finanziare
questa oscenità, una bugia per convincervi a combattere.
E quando vi mettete in questa prospettiva, sapete che se voi foste degli
iracheni non sareste entusiasti dei i soldati americani che hanno preso il
comando delle vostre città e dei vostri villaggi. Questa è la dura realtà
che ci trovammo di fronte in Vietnam. Io compresi, mentre ero là, che se io
fossi stato un vietnamita sarei stato un vietcong.
Ma eccoci a comandare nella terra di qualcun altro, col ruolo di occupanti
mentre non conoscevamo niente di quel popolo, del loro linguaggio, della
loro cultura, con in testa le cazzate che i nostri cosiddetti leaders ci
avevano propinato prima durante il training e la preparazione e poi anche
quando arrivammo lì. Eccoci a fronteggiare persone che avevamo avuto l’
ordine di dominare ma ognuno delle quali ci avrebbe potuto scagliare contro
l’artiglieria o far fuoco con un Aks al più tardi quella notte stessa.
Cominciammo a chiederci allora chi ci aveva messi in quella situazione. In
questa spirale che vedeva noi combattere per rimanere in vita e loro per
cercare di espellere un invasore che aveva violato la loro dignità,
distrutto le loro proprietà, e ucciso degli innocenti, noi eravamo scagliati
gli uni contro gli altri per la responsabilità di individui che prendevano
decisioni in camere da 5000 dollari, ridendo e dandosi pacche sulle spalle a
Washington, con i loro grassi culi del cazzo pieni di cordon blue e di
caviale.
Ci fregarono. Ognuno può essere fregato. Ma io voglio raccontarvi il resto
della storia.
Io cambiai in Vietnam e non furono cambiamenti da poco. A poco a poco mi
trovai travolto dentro qualcosa – qualcosa che richiedeva la sofferenza di
altra gente. Proprio per essere sicuro di non essere visto come un “fottuto
missionario” o una specie di ratto, mi infilai in un gruppo di intoccabili,
persone del tutto fuori di testa con cui far carognate, persone che
desideravano provare l’impeto di onnipotenza che deriva dall’incendiare la
casa di qualcuno giusto per il gusto di quell’inferno, o che avrebbero
potuto uccidere chiunque, uomo, donna o bambino senza pensarci neppure un
attimo. Persone che avevano il potere della vita e della morte – perché loro
potevano.
La rabbia aiuta. E’ facile odiare qualcuno in cui non puoi aver fiducia per
motivi contingenti, ed infuriarsi per ciò che hai visto, ciò che ti è
accaduto, e ciò che hai fatto e da cui non puoi tornare indietro.
Fu un tutt’uno per me, un modo di dissimulare le paure più profonde che non
avrei potuto nominare, e io so che ciò accadeva perché eravamo costretti a
disumanizzare le nostre vittime per potere fare le cose che abbiamo fatto.
Sapevamo bene dentro di noi che stavamo facendo qualcosa di sbagliato. Così
essi divennero ai nostri occhi degli esseri inferiori (dinks or gooks) come
ora lo sono per voi gli iracheni (ragheads or hajjis). Gli uomini devono
essere ridotti a dei “negri” prima che possano essere linciati. Non c’è
nessuna differenza. Ci eravamo convinti che era necessario ucciderli per
sopravvivere, anche se questo non era vero, ma qualcosa dentro di noi ci
diceva che finchè loro fossero stati esseri umani, con lo stesso identico
valore che noi avevamo in quanto esseri umani, noi non saremmo stati
autorizzati a bruciare le loro case e baracche, a uccidere i loro animali e
talvolta anche loro stessi. Così noi usammo quelle parole, quei nuovi nomi,
per svilirli, per strappargli la loro umanità, e così avremmo potuto
compiere azioni come far fuoco contro il pianto di una bambina.
Ma finchè quella bambina non sarebbe stata zittita, e qua è la cosa
importante da capire, non avrebbe mai abdicato alla sua umanità. Io lo feci.
Noi lo facemmo. Questa è la cosa che voi dovreste comprendere, prima che non
sia troppo tardi. Quando tu depredi l’umanità a qualcun altro, tu uccidi la
tua stessa umanità. Tu colpisci la tua stessa anima perché non c’è altro
modo.
Così noi finimmo il nostro compito e tornammo alle nostre famiglie e risultò
allora che noi eravamo diventati vuoti ed incapaci di stabilire relazioni
con altra gente, e ci sarebbero voluti mesi e magari anni per riempire quel
vuoto che si era aperto dove noi avevamo abdicato alla nostra umanità e
avremmo cercato di riempirlo con anestetizzanti chimici, droghe ed alcool,
fino a realizzare che quel vuoto non sarebbe stato mai più riempito; così ci
suicidammo o ci nascondemmo nelle strade dove potevamo sparire insieme ai
relitti della società, o facemmo del male ad altri, specialmente a quelli
che cercavano di amarci, e finimmo nel novero delle statistiche dei
carcerati o dei malati di mente.
Puoi anche sfuggire al fatto che sei diventato un razzista perché hai l’
alibi che ti serviva per sopravvivere, che hai strappato a della persone
cose che non potrai mai restituire, o che hai ucciso un pezzo di te stesso
che mai potrai avere indietro. Qualcuno di noi lo fa. Allora ci rassereniamo
e qualcuno si dà da fare per risuscitarci e riportarci a vivere: ma molti
non lo fanno.
Io vivo con la rabbia ogni giorno della mia vita. Anche se nessun altro se
ne accorge. Potete capirlo dalle mie parole. Io detesto essere stato
fregato.
Così eccovi il mio messaggio. Fate quello che dovete fare per sopravvivere,
qualsiasi cosa intendiate per sopravvivenza, finchè noi facciamo quello che
dobbiamo fare per porre fine a tutto questo. Ma non abdicate alla vostra
umanità. Non perché conviene. Non per mettervi alla prova. Non per un
attacco di adrenalina. Non per sfogarvi quando siete rabbiosi o frustrati.
Non per avvantaggiare qualche maledetto carrierista militare del cazzo.
Soprattutto non per il Bush-Cheney Gas &Oil Consortium.
Questi grandi boss stanno cercando di guadagnare il controllo delle riserve
energetiche del mondo a danno dei loro futuri rivali. Proprio questo sta
accadendo, e voi dovete rendervene conto, e poi fate quello che dovete fare
per aggrapparvi alla vostra umanità. Il sistema lo fa; vi dice che voi siete
delle specie di eroi ma vi usa come terroristi.
Loro vi fregano.
La vostra cosiddetta civile leadership vi considera come strumenti da
adoperare. A loro non importa dei vostri incubi, del DU che state
respirando, della vostra solitudine, dei vostri dubbi, delle vostre
sofferenze o del fatto che la vostra umanità viene strappata pezzo dopo
pezzo. Loro vi negheranno i crediti, negheranno le vostre malattie,
nasconderanno alla gente le vostre ferite e le vostre morti. Loro fanno così
A loro non importa. Ma a voi si. Voi dovete preservare la vostra umanità,
voi dovete riconoscere l’umanità degli uomini la cui nazione state ora
occupando e comprendere che siete entrambi vittime di quei sudici ricchi
bastardi che hanno intrapreso questa storia.
Loro sono i vostri nemici – The Suits – e sono anche nemici della pace,
delle vostre famiglie, specialmente se sono famiglie nere, o famiglie
immigrate o povere. Loro sono ladri e mastini che prendono sempre senza mai
dare, e affermano che loro “never run” in Iraq, ma voi sapete che loro non
ci andranno mai perché quei fottutissimi non sono là. Ma voi si.
Loro vi scorticheranno sogghignando finchè non otterranno da voi ciò che gli
serve e dopo vi getteranno via come un condom usato. Chiedete ai veterani
che si son visti decurtare le indennità. Il clan dei Bush e dei loro amici
sono parassiti e gli unici beneficiari del caos in cui voi state imparando
a vivere. Loro ci guadagnano. Voi ne ricavate incubi e malattie misteriose.
Quindi se la vostra rabbia ha bisogno si un obiettivo, eccoli i responsabili
del vostro essere là, responsabili di avervi portati là. Non posso dirvi di
disobbedire. Questa è una decisione che voi prenderete quando e se la vostra
coscienza ve la detterà. Ma è perfettamente legale per voi rifiutare gli
ordini illegali, e gli ordini di abusare o di attaccare civili sono
illegali. Ordinarvi di tacere su questi crimini , anche questo è illegale.
Posso dirvi senza timore di conseguenze legali, che non avete nessun obbligo
di odiare gli iracheni, non avete nessun obbligo di cedere al razzismo, al
nichilismo e alla sete di uccidere per il gusto di uccidere, non avete
nessun obbligo di lasciare che vi spoglino delle ultime vestigia della
vostra capacità di riconoscere e raccontare la verità a voi stessi e al
mondo.. Non gli dovete la vostra anima.
Tornate a casa salvi, tornate sani. Coloro che vi amano e che vi hanno amato
vi aspettano e noi vogliamo che tornando siate in grado di guardarci in
faccia. Non lasciate la vostra anima là nel fango come un cadavere.
Tenetevi stretta la vostra umanità.

* fonte www.rekombinant.org
Sono stati sollevati dubbi sull’autenticità della lettera, poco importa, uno
Stan Goff da qualche parte esiste come un Luther Blisset, un Khalid Jamal o
un Uri Avnery o un .

_____________________________

4 – Clima o cancro ?
__________________________________________________________

di Adriana Pagliai e Michelangelo Bolognini (ATTAC Prato)*

Nello speciale dedicato all’ambiente del GR Parlamento di Radio RAI
trasmesso il giorno di Ferragosto del 2003 Fulvia Bandoli, la maggiore
esponente della linea ambientalista dei Democratici di sinistra, si definiva
“ecologa scientifica” mentre si faceva portavoce di una linea di politica
ambientale senza “no a priori”, proprio perché guidata dalla scienza e,
conseguentemente, elencava le varie emergenze ambientali a partire dalle
modifiche climatiche e del dissesto idrogeologico.
I redattori della “Enciclopedia delle Nocività” nell’ “Indirizzo a tutti
coloro che non vogliono gestire le nocività ma sopprimerle”, pubblicato a
Parigi nel 1990, nel rivendicare una politica antieconomica ed antistatale,
denunciavano il catastrofismo interessato dei padroni della società che
utilizzano lo “stato di emergenza ecologica” da loro decretato, utilizzando
gli scenari di vari disastri ipotetici, in settori nei quali le popolazioni
non hanno alcun mezzo di azione diretta, per occultare i disastri reali, più
vicini ed immediati.
Nello stesso tempo si individuavano, quali principali avversari, gli
“ecolocrati” i nuovi burocrati al servizio di questa politica, che
incrementa sia le nocività, che il reale e costante impoverimento causato
oramai da questo sistema economico.
Nel dicembre 1971, l’allora presidente USA Richard Nixon, già impegnato
nella guerra in Vietnam, dichiarava anche la guerra contro il cancro che
avrebbe dovuto portare, entro il 1990, alla sconfitta di questa malattia, il
Governo USA puntava tutto sul potenziamento della ricerca nel campo della
diagnosi e della terapia, da allora le spese pubbliche statunitensi nella
ricerca biomedica sarebbero costantemente cresciute sino a diventare, nel
corso degli anni seguenti, seconde solo a quelle militari, con settori
sempre più ampi dove le due ricerche, biomediche e militari, sono di fatto
indistinguibili.
Nello stesso anno, il 1971, lo studioso USA Barry Commoner illustrava in un
testo fondamentale, “Il cerchio da chiudere” la crisi ambientale, biologica,
sociale e sanitaria causata dalle tecnologie allora prevalenti e dal sistema
economico industrialista, in Occidente come in Oriente.
L’anno dopo, nel 1972, le Nazioni Unite organizzavano a Stoccolma la prima
Conferenza sull'”Ambiente Umano” .
Negli stessi anni Giulio Maccacaro, il fondatore della biostatistica e dell’
epidemiologia italiana, identificava, in modo mirabile, la difesa della
salute, dell’uomo e dell’ambiente, con l’eliminazione degli agenti nocivi, a
partire dai cancerogeni, nei luoghi dove vengono prodotti, mettendo così in
discussione le modalità di produzione di merci e servizi. Come è finita,
per ora, è noto.
Nonostante che la guerra al cancro, combattuta con la strategia iniziata da
Nixon, si sia rivelata essere completamente fallimentare: il numero di
malati di cancro è in costante aumento, ed il miglioramento dei mezzi
diagnostici e terapeutici non riesce a ridurre, in modo significativo, il
numero dei morti causati da questa malattia, l’operazione di mistificazione
operata dagli interessi economici legati al Capitale globalizzato è
risultata egemone e vincente.
Un suo strumento efficace è l'”Ambientalismo del capitale”, quello che
distoglie l’attenzione dai danni gravi ed immediati causati dall’attuale
sistema economico dando come priorità di intervento problematiche distanti
dalle reali possibilità di intervento delle popolazioni, come i cambiamenti
climatici, l’effetto serra, un generico inquinamento atmosferico causato
soprattutto dalle “viziose” abitudini di chi utilizza i mezzi del trasporto
individuale; ed è già accaduto nel passato che l’enfatizzazioni delle
modifiche climatiche siano state utilizzate per nascondere gli “effetti
collaterali” del primo liberismo globale, le decine di milioni di morti
delle carestie indiane di fine ottocento, in alternativa alle prime analisi
teoriche della rapina capitalistica del Sud del Mondo, come ci ha
mirabilmente raccontato Mike Davis nel capitolo “Macchie solari contro
socialisti” del suo libro “Olocausti tardovittoriani”.
Questo è anche l’ambientalismo compatibilista con i potenti e
colpevolizzante con i deboli, delle agende 21, utilizzate per concertare e
consentire l’inquinamento, degli incentivi pubblici alle imprese perché
siano più efficienti e forse meno inquinanti, degli autocontrolli gestiti
dagli inquinatori, perché ci si deve sempre fidare delle imprese, delle
etichette etiche ed ecologiche, che dovrebbero risolvere tutti i problemi
dell’umanità; l’ambientalismo che lega lo sviluppo capitalista globale al
futuro con la magica parola “sostenibilità”, quello che ha tolto, nella
Conferenza di Rio, venti anni dopo Stoccolma, il termine “umano” all’
ambiente.
L’ambientalismo degli ecolocrati che trasformano gli inceneritori, una delle
maggiori fonti di nocività, in termovalorizzatori che, per loro, rispettano
e mettono in pratica il protocollo di Kyoto, in modo anche migliore rispetto
all’energia solare o a quella eolica; amministratori e manager di aziende
municipali privatizzate, sostenitori di biciclette e piste ciclabili accanto
agli indisturbati camini fumanti degli inquinatori, dei centri cittadini
diventati, per chi non ha abbastanza soldi, città proibite, il sogno di ogni
vero reazionario.
Contrapposto all'”ambientalismo dei padroni” abbiamo l’oscena verità della
malattia e della morte che cerca e trova le sue cause nelle nocività subite
dove si è lavorato e si lavora, dove si vive e si è vissuti, verità
contraddetta e contrastata dalle miriade di esperti e portatori della
“scienza del capitale”: abbiamo visto la bravura di tanti accademici, a
Porto Marghera, a difesa dei padroni; epidemiologhi pronti a riconoscere
tutti i limiti della loro disciplina per rendere indimostrabili le cause di
danni e morti, tossicologhi e medici del lavoro che criticano addirittura le
normative USA, per loro troppo garantiste sui rischi e quindi
scientificamente infondate; il danno però resta in quei luoghi, nei nostri
territori, vero ed osceno, come chi l’ha causato.
L’esempio emblematico della divaricazione delle prospettive, e della
contrapposizione nel campo dei saperi e delle consapevolezze , si è avuto l’
ultima giornata del Social Forum Europeo di Firenze con l’intervento di
Luigi Mara di Medicina Democratica, da una parte, che portava alla
conoscenza dei presenti – che in larga parte non avevano probabilmente mai
avuto diretta esperienza di lavoro operaio – la concretezza, mai detta ed
illustrata dall’ambientalismo egemone, della nocività nei luoghi di lavoro e
nei territori, con il racconto delle dure lotte contro un apparato
formidabile che si avvale di tanti autorevoli esponenti, anche sedicenti
progressisti che, mentre teorizzano seducenti concetti intellettuali,
offrono concretamente la loro opera a difesa di chi ha ucciso ed inquinato,
nel passato come nel presente.
Dall’altra parte avevamo Wolfang Sachs, ecologista di grido, che prospettava
le meraviglie, nell’ambito della realtà, così come esiste, dei miglioramenti
di efficienza e di riduzione di alcuni inquinanti, al fine di ottenere, in
tal modo, il permanere del benessere economico con la riduzione dei
correlati effetti collaterali negativi, effetti negativi che, come si è
visto, ci vengono presentati sempre distanti dalla concreta esistenza degli
esseri umani, che si parli di riduzione dell’anidride carbonica o dell’
inefficienza dei sistemi energetici di trasporto.
Entrambi gli interventi furono molto applauditi, anche questo a
dimostrazione sia della mancanza di consapevolezza della posta in gioco, sia
di quali sono le priorità e i paradigmi di riferimento.
Prospettive, paradigmi, priorità: clima o cancro?
La scelta è brutale nella sua semplicità.
Non si vedono terze soluzioni, ogni compromesso risulta vano e soggetto all’
egemonia del potere del capitale, in ogni caso, si sconterà, prima o poi,
con la testarda realtà che esiste e resiste oltre lo spettacolo quotidiano
organizzato da mezzi di comunicazione di massa arruolati, nella quasi
totalità, a supporto propagandistico della guerra totale dichiarata dal
neoliberismo.
L’ambientalismo del capitale è, da una parte, messo in opera per difendere
il nucleo duro del sistema economico del capitalismo classico, che mostra
però le sue crepe nell’incapacità ad adattarsi al nuovo modello selvaggio
della “guerra infinita”, degli “idealisti” neoconservatori USA, che nega l’
esistenza stessa di una problema ambientale.
L’ambientalismo delle origini dall’altro, basato sulla lotta alle nocività,
sull’ “umano” dimenticato dall’ambientalismo del capitale, su come l’essere
umano concreto vive, produce, trasforma il mondo e da questo viene
trasformato, può portare avanti il messaggio originale dell’insostenibilità
di questo sistema economico, un messaggio originale così potenzialmente
antagonista e sovversivo che apre la prospettiva ad altri mondi possibili,
che abbatte il paradigma consolidato del “non è possibile fare in altro
modo”.
Questa è, qui ed adesso, la posta in gioco.

* il testo è estratto da un lungo contributo intitolato: “Dall’
insostenibilità alla lotta alle nocività”, presentato dagli autori all’
assemblea nazionale del Forum Ambientalista.


Il Granello di Sabbia è realizzato da un gruppo di traduttori e traduttrici
volontari/e e dalla redazione di ATTAC Italia redazione@attac.org

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