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Monday April 23rd 2018

GRANELLO DI SABBIA (n°77)*Bollettino elettronico settimanale di ATTAC*06-12-2002

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possibile.
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tutti i Granelli di Sabbia sono a disposizione sul sito in versione .pdf e
.rtf al seguente indirizzo:
http://www.attac.org/italia/granello/indice.htm
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Indice degli argomenti

1 – Privatizzazioni: elaborare delle risposte democratiche e portatrici di
emancipazione
di Christian Zeller
Sullo slancio delle privatizzazioni e delle ristrutturazioni delle poste,
delle telecomunicazioni, della fornitura elettrica e dei servizi sanitari
non che di numerosi servizi comunali si è instaurato all’interno della
sinistra sindacale e di Attac un dibattito sui mezzi per fronteggiare questi
attacchi antisociali. Tuttavia, numerose persone, critiche nei confronti
delle privatizzazioni, sottoscrivono in larga misura le premesse enunciate
dai sostenitori della privatizzazione. Per esempio, riprendono un discorso
sulla redditività economica in cui credono alla favola secondo la quale le
finanze pubbliche sarebbero sull’orlo del fallimento, senza però mettere in
discussione il sistema fiscale. Per contro, altri si accontentano di
difendere il servizio pubblico senza elaborare nuove proposte.

2 – Le lezioni di Fance Telecom
Pierre Khalfa e Renè Ollier (rispettivamente membro del Consiglio
scientifico di Attac e segretario generale del SUD-PTT
Debiti per più di 70 miliardi di euro, 12 miliardi di perdite solo nel primo
semestre; cifre del genere lasciano esterrefatti. Come è stato possibile che
France Telecom, azienda prospera fino a poco prima, sia arrivata sino a
questi punti? Questo risultato è stato causato da due disfatte ed un errore.

3 – Torino:imprenditori dei servizi pubblici
di Paolo Prieri (ATTAC Torino)
Note al convegno torinese: “Qualità e imprenditorialità nei servizi pubblici
locali. (.) La soddisfazione dell’utente/cliente (mai cittadino) non è
ancora considerata nei termini di soggetto portatore di diritti, ma solo in
quanto di valutatore delle funzioni aziendali.Molta attenzione è stata data
all’art. 35. Nessun accenno è stato fatto all’AGCS, che pare, da un piccolo
sondaggio svolto in una delle pause del convegno, essere un oggetto
assolutamente sconosciuto a tutti gli amministratori locali, sia tecnici che
politici.

4 – La battaglia per la riduzione dei TIR all’interno del Tunnel del Bianco:
il nostro granello di sabbia nella megamacchina della globalizzazione
neoliberista.
Giorgio Caniglia (ATTAC Valle d’Aosta)
Nell’Anno internazionale della Montagna il governo italiano e francese
intendono proseguire una politica dei trasporti pericolosa e suicida; le
persone morte nel tunnel del M. Bianco il 23 marzo 1999, nel tunnel dei
Tauri (Austria) e al Gottardo(Svizzera) nel 2001 non sono servite a far
trasferire dal trasporto su gomma a quello su rotaie nemmeno un chilogrammo
delle merci che transitano dall’arco alpino;

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1 – Privatizzazioni: elaborare delle risposte democratiche e portatrici di
emancipazione
____________________________________________________________

di Christian Zeller

Sullo slancio delle privatizzazioni e delle ristrutturazioni delle poste,
delle telecomunicazioni, della fornitura elettrica e dei servizi sanitari
non che di numerosi servizi comunali si è instaurato all’interno della
sinistra sindacale e di Attac un dibattito sui mezzi per fronteggiare questi
attacchi antisociali. Tuttavia, numerose persone, critiche nei confronti
delle privatizzazioni, sottoscrivono in larga misura le premesse enunciate
dai sostenitori della privatizzazione. Per esempio, riprendono un discorso
sulla redditività economica in cui credono alla favola secondo la quale le
finanze pubbliche sarebbero sull’orlo del fallimento, senza però mettere in
discussione il sistema fiscale. Per contro, altri si accontentano di
difendere il servizio pubblico senza elaborare nuove proposte.

Il presente contributo vuole, dal canto suo, dimostrare che la resistenza
alle privatizzazioni non può essere disgiunta da una strategia centrata sui
bisogni sociali e le aspirazioni democratiche dei cittadini in una
prospettiva di emancipazione. Invece di sottomettersi a dei supposti vincoli
di fatto, bisogna in primo luogo analizzare la logica economica delle
privatizzazioni e i rapporti di forza politici. Le seguenti sette tesi
mirano a stimolare un dibattito all’interno di Attac, dei sindacati e delle
associazioni dei consumatori.

1. Le privatizzazioni sono un elemento costitutivo per rimodellare la
società in una prospettiva neoliberale
Verso la metà degli anni 70 il capitalismo è entrato in una crisi
strutturale caratterizzata prima di tutto da una riduzione dei profitti ed
un rallentamento del processo di accumulazione dei capitali. I governi
europei e nordamericani hanno innanzitutto reagito stimolando la domanda
secondo le ben note ricette keynesiane. Ma, a partire dalla fine degli anni
70, si sono progressivamente accorti che era necessario ricorrere a metodi
più radicali per creare delle condizioni che consentissero un miglior
profitto del capitale. Il governo conservatore di Margaret Thatcher in Gran
Bretagna è stato il primo a mettere in atto, dal 1979, un vasto programma
neoconservatore. Nello stesso momento, negli Stati Uniti, il governo Reagan
combinava un’offensiva antisociale con un gigantesco programma di corsa agli
armamenti in uno spirito militar-keynesiano. Nella maggior parte dei paesi
europei questo tipo di politiche non riuscirono ad imporsi se non con molta
difficoltà. La ripresa che l’Europa e gli Stati Uniti conobbero nella
seconda metà degli anni 80 affievolì momentaneamente la forza della
contestazione. Sulla spinta della crisi la classe borghese lanciò nel 91-92,
in nome dell’adeguamento delle strutture tradizionali, una vasta offensiva
basata sul ricatto del miglioramento della competitività internazionale. Da
allora numerose conquiste sociali sono state spazzate via e altre sono
continuamente rimesse in discussione.

2. Riduzione del costo del lavoro
Le ristrutturazioni industriali sono legate a nuove forme di suddivisione
internazionale e di organizzazione del lavoro. La preoccupazione principale
resta sempre l’aumento del plusvalore (quella parte del lavoro per la quale
la/il lavoratrice/lavoratore non viene ricompensata/o), di abbassare i costi
dei salari e di aumentare così i profitti. Rifiutando l’indicizzazione dei
salari sull’inflazione e il pagamento delle ore di straordinario si procede
ad una riduzione diretta dei salari. La creazione di strutture di produzione
ad alta flessibilità ed elevata specializzazione riduce i costi.
Parallelamente si introduce la flessibilità del tempo di lavoro e delle
condizioni salariali. Nei settori strategici lo spostamento verso paesi a
basso costo di manodopera resta un fenomeno marginale data l’elevata
produttività del lavoro. L’aumento della disoccupazione e la riduzione dei
diritti dei disoccupati consentono un’ulteriore pressione sui salariati.

3. Riduzione della socializzazione dei profitti
Il sistema fiscale può contribuire, con le sue modalità di funzionamento, ad
una nuova ripartizione sociale della ricchezza. Imposte dirette sui redditi
elevati, sulle grandi fortune e sui profitti delle imprese portano ad una
certa socializzazione dei profitti. E’ precisamente questo che è stato
cambiato. Nel corso degli anni 80-90 numerosi paesi hanno intrapreso delle
riforme fiscali favorendo le imprese. Ricordiamo l’abolizione dell’imposta
sul patrimonio (da parte del governo Kohl) così come i vantaggi fiscali a
favore delle grandi imprese e dei trust (governo Schröder). Ma le coalizioni
rosso-verdi o della destra borghese si preoccupano meno di risanare le
finanze che di cacciare lo stato dal settore dell’economia. Le loro
politiche seguono un modello facile da comprendere: quando compaiono i
deficit esigono una riduzione delle spese, se queste permettono un
riequilibrio del budget esigono delle riduzioni di imposta che portano a
nuovi deficit. Questi deficit servono a loro volta come pretesto per una
riduzione delle spese. Questa politica ha come scopo di ridurre, tramite la
diminuzione delle imposte, la socializzazione parziale dei profitti e poi di
tirar fuori dalle tasche dei lavoratori ancor più denaro con l’espediente di
programmi di tagli ed aumento delle tasse. Allo stesso tempo questi
programmi permettono di ridurre la capacità di intervento dello stato nel
campo dell’economia. Le privatizzazioni non servono quindi a ridurre il
debito pubblico, ma si crea un debito pubblico per ridurre il potere dello
stato nel campo sociale e in quello delle infrastrutture.

4. Nuove possibilità di far fruttare il capitale: le privatizzazioni
Se si eccettua la Gran Bretagna, negli anni 80  in Europa si sono avute
poche privatizzazioni effettive, ma si è sistematicamente preparato il
terreno sul piano ideologico. Negli anni 90 si è iniziato lo smantellamento
e poi la privatizzazione di alcuni settori chiave (telecomunicazioni, poste,
alcuni servizi comunali). Alcune nuove tecnologie (per esempio nel campo
delle telecomunicazioni e di internet) sono passate sotto il controllo di
imprese private. Attualmente si assiste ad una nuova ondata di
privatizzazioni nei settori delle ferrovie, della sanità, delle pensioni,
del rifornimento d’acqua, dell’educazione e della ricerca di lavoro. Nel
quadro delle privatizzazioni il capitale, in uno spirito di “colonizzazione
interiore”,  si è messo alla ricerca di nuovi campi dove procedere ad
investimenti redditizi. Una ricerca ancora più facile se  si sacrificano o
abbandonano allo stato i settori “non redditizi”. Il capitalismo si trova
attualmente in una fase di saccheggio economico. Viene sottratta e
saccheggiata la proprietà pubblica così come le risorse naturali e
intellettuali  a tutti i livelli; questi vanno dagli ospedali di Amburgo
alle risorse naturali degli abitanti dell’Amazzonia passando per la
“produzione di sapere” nelle università high-tech della Silicon Valley. Gli
accordi internazionali TRIPS (ADPIC – accordi sugli aspetti dei diritti di
proprietà intellettuale) e GATS (accordi generali sul commercio e i servizi)
conferiscono a questo stato di fatto una forma istituzionale. Tutto ciò che
può creare dei profitti deve essere privatizzato.

RWE e Vivendi: arricchirsi a spese dell’acqua
Il trust tedesco del settore energetico RWE, la cui sede sociale si trova ad
Essen, ha condotto nel corso degli ultimi anni una vasta campagna per
appropriarsi delle risorse d’acqua. Nel giugno 1999 la SARL Acqua, una
filiale della RWE, ha acquisito, insieme alla Compagnia Generale delle Acque
(CGE) che appartiene al gruppo francese Vivendi e alla SARL Allianz Capital
Partner, il 49,9% delle azioni della fornitura di acqua di Berlino. Poco più
di un anno dopo, nel settembre 2000, RWE ha rilevato il gruppo inglese
Thames Water PLC per una somma superiore a 7,1 miliardi di euro. Questa
impresa, la cui sede è a Londra, gestisce da quella data, in quanto nuova
amministratrice capeggiata da RWE, gli affari legati all’acqua sia a livello
nazionale che internazionale. Abbiamo assistito così alla nascita del terzo
fornitore mondiale di servizi in materia di trattamento e fornitura d’acqua,
con sedi principali a Londra, Berlino, Budapest, New Jersey, Shanghai,
Giacarta e Bangkok. Dopo essere stata privatizzata in Inghilterra negli anni
80, attualmente la fornitura di acqua prosegue il suo processo di
concentrazione a livello mondiale. Ancora un anno più tardi, nel settembre
2001, RWE ha fatto il grande salto oltreoceano rilevando per 4 miliardi di
dollari American Water, la prima impresa statunitense, presente in 23 stati
degli USA. Oltre alle sue acquisizioni a Berlino, nel maggio 2002, Vivendi
si è impadronita dei servizi comunali di Görlitz, rilevando il 74,9% del
loro capitale. Ciò significa che per la prima volta in Germania sono state
alienate parti di una impresa comunale con  connessioni trasversali,
compreso il trasporto pubblico a breve distanza.

L’acqua a Berlino: spoliazione dei cittadini.
Il modo in cui i cittadini di Berlino sono stati spogliati dei loro
approvvigionamenti d’acqua illustra la modalità di svolgimento di un
processo di questo tipo. Il Senato di Berlino ha deciso il 16 luglio 1999 di
vendere il 49,9% delle sue quote della Compagnia delle Acque di Berlino
(Berliner Wasserbetriebe BWB) ad un consorzio comprendente la SARL Acqua,
essa stessa filiale della RWE, la Compagnia Generale delle Acque di Vivendi
e la SARL Allianz Capital Partner. All’interno di questo consorzio Vivendi e
RWE detenevano ciascuna il 45% e Allianz il 10%.
Il governo di Berlino, assieme ad una parte del patronato ha indicato la
strada da seguire:
Berlino doveva diventare uno dei dieci principali centri nevralgici di un
mercato dell’acqua in pieno sviluppo. La nuova struttura del servizio delle
acque a Berlino, una holding con la partecipazione di Vivendi e della SARL
Allianz Capital Partner, ha permesso all’impresa, tra le altre cose, di
allargare le sue attività sulla base di servizi un tempo pubblici e di
ingaggiare un’offensiva espansionistica verso i nuovi mercati dell’acqua
nell’Europa dell’Est e in Cina. La Compagnia delle Acque di Berlino ha
dichiarato: “Noi abbiamo come scopo di fornire e riprocessare l’acqua su
vasta scala a Berlino, in Germania e nel mondo intero” (Rapporto d’impresa
2000 delle Acque di Berlino, p.5). Questa strategia viene perseguita secondo
tre direttrici:
– Espansione internazionale ed acquisizioni di partecipazioni nelle imprese
di fornitura d’acqua e trattamento dei rifiuti che siano carenti di
“investimenti di capitali e di competenze organizzative”.
– A Berlino, sotto la direzione della SARL Servizi delle Acque di Berlino,
sono stati raggruppati altri servizi. Su questa base sono state fondate
delle società commerciali e sono stati inclusi nuovi settori di attività, ad
esempio nel campo dell’ingegneria.
– Il nuovo gruppo “Multy Utility” doveva proporre la fornitura su vasta
scala di elettricità, riscaldamento, telecomunicazioni e molti altri
servizi.
La manovra delle Acque di Berlino si è conclusa disastrosamente nel giro di
soli due anni. La vendita del centro per il trattamento dei rifiuti SVZ
Pompa Nera, sovraindebitato, è fallita. La ditta statunitense Global Energy
ha rifiutato di onorare il contratto già firmato mentre la Compagnia delle
Acque aveva già riportato nel suo bilancio per l’anno 2000, come entrata
straordinaria, il prezzo di vendita di 210 milioni di marchi. Nello stesso
tempo i servizi delle acque hanno ripreso una fideiussione di 315 milioni di
marchi per conto di una filiale della holding (settore delle
telecomunicazioni) i cui conti bancari, nel 2001, erano in rosso per più di
233 milioni di marchi. Alla fine del 2001 è stato chiaro che i progetti si
erano impantanati nei debiti. Aggiungiamo che al momento dell’acquisto delle
quote RWE e Vivendi si erano fatte garantire un rendimento del 7%
(inizialmente addirittura del 9%, poi ridotto dai tribunali). Sulla base del
capitale iniziale e sotto il cappello della holding delle Acque di Berlino,
RWE e Vivendi hanno lanciato delle strategie di espansione internazionale. A
metà di maggio 2002 il Senato del Land, a maggioranza SPD-PDS, ha accordato
alla holding delle Acque di Berlino (società per azioni) una fideiussione di
316 milioni di euro per salvarla dal fallimento. La fideiussione è stata
impiegata per estinguere vecchi debiti e promuovere il settore
internazionale.
Durante questo periodo anche Vivendi è sprofondata in una crisi. I suoi
debiti ammontano a circa 35 miliardi di euro. L’azienda di Monaco di Baviera
Allianz è stata la prima a trarre le conclusioni ed in giugno si è ritirata
dalla holding. Le ditte concorrenti RWE e Vivendi hanno rilevato metà della
sua quota. Le due rivali si sono così accampate sulla loro posizione di
“stallo”. Il senatore per gli affari economici Gregor Gysi (PDS) si è ancora
attivamente impegnato a metà di giugno 2002 per far assegnare alla holding
delle Acque di Berlino un contestato contratto a Zagabria. Alla fine di
giugno il saccheggio ha raggiunto un massimo relativo. RWE e Vivendi hanno
proposto di ricentrare la holding sul suo nocciolo originario del Servizio
delle Acque di Berlino (BWB). Il Land di Berlino sta prendendo in
considerazione la vendita di nuove quote di partecipazione. La cosa potrebbe
portare alla soppressione di 1300 posti di lavoro. Quanto al settore
internazionale, RWE e Vivendi molto probabilmente se lo spartiranno o lo
rivenderanno.

Gli ospedali di Amburgo.
Il conflitto attorno agli “Ospedali del Land” di Amburgo (Landesbetrieb
Krankhäuser LBK), che appartengono alla città di Amburgo, non è ancora in
uno stato così avanzato. Ma il progetto di privatizzazione previsto dal
governo del Land presenta già alcuni aspetti che non escludono il riprodursi
di un copione simile a quello della Compagnia delle Acque di Berlino. Gli
LBK sono il principale datore di lavoro della città impiegando circa 13000
persone. Con 1500 stagisti sono anche il principale centro di formazione di
Amburgo. Gli LBK si vantano di essere una delle più grandi imprese sanitarie
europee. Il 5 febbraio 2002 il Senato ha deciso di iniziare la
privatizzazione degli LBK. Di sicuro, due grosse banche sono state fin d’ora
incaricate della vendita. Un affare che dovrebbe fruttare loro, in via
accessoria , una commissione di 80 milioni di euro. Durante la loro
trasformazione in ente di diritto pubblico da parte del governo
socialdemocratico, gli LBK hanno dovuto assicurare di prendersi carico anche
dei vecchi dipendenti della clinica. In questo modo sono stati,
coscientemente e con uno scopo ben preciso, gettati in mezzo ad un
sovraindebitamento. Questo sovraindebitamento serve ora come pretesto per
aprirli al capitale privato. E’ inoltre evidente che alcuni settori
ospedalieri possono creare dei profitti elevati. Condurre studi clinici per
conto di industrie farmaceutiche così come brevettare e mettere sotto
licenza i risultati della ricerca può consentire di concludere enormi
affari. Con la consegna (anche parziale) degli ospedali nelle mani dei
privati è stato fatto un passo decisivo verso la creazione di un complesso
medico-farmaco-biotecnologico.
Anche il sindacato Ver.di chiede con insistenza una partecipazione privata
negli LBK per uscire dal marasma finanziario. Ver.di ha avuto il cinismo di
lanciare una campagna di iniziativa popolare dal titolo “La salute non è in
vendita”. Con questa iniziativa si chiede che gli LBK restino a maggioranza
sotto il controllo pubblico. Nella sua petizione Ver.di scrive. “Se la
libera città anseatica di Amburgo conserverà la maggioranza del capitale, si
avrà la sicurezza su lunga durata che in materia di sanità saranno gli
interessi della popolazione e non la sete di profitto degli investitori
privati a farla da padrone negli LBK”. O si tratta di ingenuità oppure è una
bugia pura e semplice. Tutte le esperienze passate mostrano come le imprese
private, con il trucco della formazione di  holding (vedi le Acque di
Berlino) e l’effettivo inserimento di interi settori di attività nella loro
organizzazione del lavoro possano assicurarsi il controllo di una impresa
anche se possiedono molto meno del 50% delle quote azionarie.

“Colonizzazione interna” e ricolonizzazione.
Le economie latino-americane mostrano che questa “colonizzazione interna”
riprende velocemente una forma di “colonizzazione dall’esterno”. Molte delle
grandi imprese europee e statunitensi hanno fatto man bassa in Sud America
di una parte considerevole delle infrastrutture. Per esempio, la compagnia
spagnola Telefonica si è impadronita, in uno spirito di “reconquista”, di
gran parte della rete di telefonia fissa e mobile in Argentina, Brasile,
Perù e Cile. Questa “reconquista” punta anche alle risorse naturali ed
intellettuali di questi paesi.

5. Le privatizzazioni favoriscono l’emergere di oligopoli mondiali.
L’evoluzione del settore delle telecomunicazioni lo prova: si sono
sicuramente aboliti i monopoli pubblici a livello di Stati. Ma si assiste
già ad una crescente concentrazione, questa volta a livello internazionale.
Un piccolo numero di “attori globali” si dà reciprocamente battaglia sui
propri mercati nazionali. Dei processi analoghi hanno luogo in altri campi.
Per esempio, le Poste tedesche giocano talvolta un ruolo chiave sui mercati
logistici internazionali. Il trust francese Vivendi si è impadronito di
infrastrutture pubbliche in molte città situate fuori dal territorio
francese. Allo stesso tempo Vivendi è il principale proprietario di numerose
imprese municipali e dell’acqua (Stadt- und Wasserwerke) in Germania. I
trust dell’energia tedeschi RWE e E.ON competono, in questo campo, con il
rivale francese. E’ in questo modo che delle infrastrutture fondamentali
sfuggono ad ogni controllo pubblico, perfino  parlamentare.

6. Le privatizzazioni annullano i diritti civili
I partiti borghesi, verdi e socialdemocratici utilizzano in modo demagogico
lo slogan “Ridurre la burocrazia”. In nome delle “libertà individuali” e del
mercato mettono in discussione il ruolo, già modesto, dello Stato in materia
di controllo sociale. Preso in questo senso neoliberale “meno Stato”
significa che si prende di mira il soddisfacimento dei bisogni sociali. Gli
ideologi neoliberali e i loro seguaci verdi e social-liberali pretendono che
i servizi pubblici e la tutela sociale siano delle merci come le altre che
devono essere sottomesse alle leggi della domanda e dell’offerta. Chi può
pagare ha diritto al meglio. Di conseguenza vogliono far entrare, con una
serie di riforme amministrative e di privatizzazioni, i servizi sanitari, i
trasporti, le telecomunicazioni e perfino l’educazione nella costrizione
dell’efficacia imprenditoriale e della redditività. Queste prestazioni
spingono lo Stato allo spreco ed accrescono le disuguaglianze sociali. I
diritti dei cittadini a disporre dei servizi pubblici sono quindi soppressi.
Le cittadine ed i cittadini diventano clienti o, se il loro potere d’
acquisto è troppo basso, sono ridotti a ricevere delle elemosine.
In una prospettiva democratica e di emancipazione noi, al contrario,
esigiamo il diritto ad un’acqua ed un’aria di buona qualità, all’alloggio,
ad un nutrimento sano, alla cultura, ad un lavoro utile e creativo, a mezzi
di trasporto collettivi ed a diverse attività culturali. Nessuno deve
ridursi a chiedere la carità ai suoi simili.

7. E’ realistico essere rigorosi
Tutti gli esempi, ed in particolare quello della holding delle Acque di
Berlino e quello dei progetti di privatizzazione dei LBK di Amburgo,
mostrano l’assoluta necessità di argomentazioni rigorose per poter lottare
efficacemente contro la spoliazione delle risorse pubbliche. La pretesa
realpolitik delle direzioni sindacali e dei comitati di impresa non è
realistica ed è ingenua al massimo grado. In molti casi si tratta di un
comportamento assimilabile ad un “si salvi chi può” con il quale i dirigenti
sindacali ed i membri dei comitati di impresa cercano o di salvare la
propria impresa (a danno degli altri gruppi) o di appropriarsi, a proprio
vantaggio, di una fetta della torta privatizzata.
Un’argomentazione consistente e rigorosa non solo è più onesta ma, a lungo
termine, è anche più credibile. Ma ciò significa che la resistenza deve
forgiare i  propri strumenti concettuali. Per far questo occorre seguire tre
linee principali. Innanzitutto occorre elaborare un nuovo concetto originale
di bisogni sociali, di democrazia e di appropriazione sociale delle risorse
(vedi par.10). In quest’ottica Attac si sforza di stabilire la massima
intesa con gli interlocutori sociali. Ma allo stesso tempo deve conservare
la sua autonomia nei confronti dei suoi alleati e non deve aderire a manovre
politiche dubbie (per esempio l’iniziativa di Ver.di in favore di una
parziale privatizzazione dei LBK).
Le privatizzazioni non rappresentano che un aspetto del problema. Bisogna
considerare che la disoccupazione, l’insieme del sistema di protezioni
sociali, i mercati finanziari internazionali, così come la scorsa agli
armamenti sono campi strettamente intrecciati. E’ per questo che nella
ricerca di un’alternativa politica non si possono isolare dei problemi
precisi per trovar loro delle soluzioni che sembrino realizzabili da un
punto di vista pragmatico. Per affrontare tutti i punti nevralgici occorre
stringere delle alleanze, in particolare tra attivi (impiegati) e
utilizzatori.

8. Socializzare i servizi pubblici invece di privatizzarli
Bisogna categoricamente rifiutare l’idea preconcetta di efficienza in un’
ottica esclusivamente imprenditoriale. Questa “efficienza” ha portato alla
riduzione di una vasta gamma di offerte nel settore pubblico nell’esatta
misura in cui si allargava l’offerta di servizi specializzati, senza dubbio
di qualità eccellente, ma ai quali  non possono avere accesso che le persone
che dispongano di un potere di acquisto elevato.Bisogna modernizzare il
sistema pensionistico e quello di assistenza sanitaria e riunificarli in una
struttura sottoposta al controllo pubblico per finirla con la giungla dei
sistemi assicurativi privati e le annesse aberrazioni (brigantaggi). L’
allargamento della base di imposta e l’introduzione di contributi
progressivi può aiutare a superare l’ “impossibilità di finanziare”.
Inoltre, il sistema sanitario deve consentire ai pensionati di terminare la
loro vita con dignità restando appieno membri della nostra società.
Garantire l’accesso ai suddetti diritti presuppone l’esistenza di servizi
pubblici adeguati. La loro gratuità si fonda su un’idea della società che
riconosce “gli stessi diritti a tutti”. Questa idea costituisce la base
stessa di un concetto di servizi pubblici basato sulla solidarietà. E’
evidente che non ci si può limitare a difendere il sistema così come è ora.
Ma ci si può basare sul servizio pubblico per cercare un’alternativa ai
meccanismi di arricchimento sanciti dai mercati. Tuttavia non si può, allo
stesso tempo, difendere un’offerta di servizi che unisca ampiezza e qualità
con un apparato burocratico, fortemente gerarchizzato, scollato dalla base.
Perseguire lo sviluppo del servizio pubblico implica:
– il coinvolgimento dei lavoratori dipendenti nel processo decisionale, cosa
che faciliterà la valutazione del lavoro necessario, grazie alla messa in
atto di criteri di valutazione diversi da quelli della tradizionale “cultura
d’impresa”.
– la soppressione delle strutture gerarchiche. Poiché il loro unico
obiettivo è quello di controllare del personale privo di  proprie
responsabilità e di mantenere in piedi i meccanismi amministrativi e non
quello di garantire la qualità dei servizi forniti.
– l’avvio un dialogo reale tra gli utilizzatori/cittadini  che fino ad ora
non sono stati visti che come dei consumatori passivi  ed il personale dei
servizi. Questo permetterà di garantire un’offerta realmente conforme ai
bisogni sociali ed allo stesso tempo variegata.
– la necessità, di fronte agli intrecci internazionali, alla forte crescita
della mobilità salariale europea ed agli intrighi europei e mondiali delle
grandi imprese, di proporre delle alternative su scala europea. Quali
ferrovie vogliamo in Europa ? Quale assistenza sociale ? Quali
telecomunicazioni ? Come collegare le strutture europee con quelle
nazionali, regionali e locali ? E’ totalmente escluso il ritorno ad una
prospettiva unicamente nazionale.
Ben lontano dal voler statalizzare la società, dobbiamo sforzarci di
socializzare lo Stato. Ciò vuol dire che i cittadini e le cittadine devono
prendere in mano i loro stessi affari. In un certo senso un rifiuto
categorico delle privatizzazioni degli ospedali, delle pensioni, dell’
assistenza sanitaria, dei trasporti collettivi e di altri servizi pubblici
costituisce il primo passo verso l’elaborazione di alternative coerenti.

9. Per una riduzione drastica dei tempi di lavoro
La nostra lotta contro le privatizzazioni non può essere scissa da una
politica attiva contro la disoccupazione. La messa in atto dei punti citati
in precedenza, da sola, creerà dei posti di lavoro. Ma c’è ancor di più: una
nuova concezione del servizio pubblico basata sulla solidarietà è
inscindibile da una nuova ripartizione del lavoro, che richiede una
riduzione drastica dei tempi di lavoro : il passaggio, su scala europea,
della maggior parte dei lavoratori alle 35 ore e, a termine alle 32 ore,
senza riduzione del potere d’acquisto e senza aumento della flessibilità. La
riduzione del tempo di lavoro è lo strumento più efficace contro la
disoccupazione e, visti gli enormi aumenti di produttività, è ammissibile
sul piano economico. Ma stiamo toccando un problema ancora più vasto. Si
tratta di elaborare una nuova ripartizione del lavoro, del lavoro
economizzato e del tempo libero. Questa strada porta a domandarsi come
riorganizzare le condizioni di lavoro, come procedere ad una nuova
ripartizione dei compiti produttivi e come instaurare una nuova divisione
internazionale del lavoro, più solidale. Una riduzione drastica dei tempi di
lavoro è lo strumento maggiore per la ricostruzione dei rapporti tra i due
sessi. Nel quadro di una nuova organizzazione del lavoro, in definitiva,
bisogna domandarsi dove la creazione di posti di lavoro rappresenti una
necessità urgente. In molti campi, in primo luogo quelli della formazione e
dei servizi sociali, la nostra società richiede dei posti di lavoro
supplementari. E questo ci riporta alla questione dei servizi pubblici.

10. Appropriazione sociale, democrazia e bisogni sociali
L’appropriazione sociale dei servizi pubblici e, conseguentemente, una nuova
organizzazione del lavoro e l’appropriazione da parte delle lavoratrici e
dei lavoratori del lavoro e dei suoi prodotti include, naturalmente, la
questione della proprietà. Per esempio, se delle imprese dovessero
riconoscere delle concessioni nel quadro di discussioni su scala locale,
nazionale o continentale, questo costituirebbe un primo passo verso l’
appropriazione sociale. Per esempio, l’industria farmaceutica potrebbe
essere costretta a produrre dei medicinali destinati, gratuitamente, ad un
approvvigionamento di base a livello mondiale. Si possono immaginare
tentativi di questo tipo su scala europea e mondiale in tutti i grandi
settori economici. Le discussioni per ottenere queste concessioni esigono
una mobilitazione permanente dei sindacati e degli altri movimenti sociali.
In questo quadro si possono ricercare e far conoscere i bisogni, e ci si può
anche domandare quali risorse debbano essere prioritariamente liberate e per
soddisfare quali bisogni, e discuterne. Queste concessioni non mettono
ancora totalmente in discussione la proprietà dei mezzi di produzione, ma
possono costituire un primo passo verso un’economia socializzata che si apra
verso una prospettiva socialista. Le nostre alternative devono seguire un’
evoluzione dinamica in interazione con i movimenti e le lotte assieme all’
elaborazione di nuovi concetti.

Contatto: Zeller@giub.unibe.ch

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2 – Le lezioni di Fance Telecom
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Pierre Khalfa e Renè Ollier (rispettivamente membro del Consiglio
scientifico di Attac e segretario generale del SUD-PTT

Debiti per più di 70 miliardi di euro, 12 miliardi di perdite solo nel primo
semestre; cifre del genere lasciano esterrefatti. Come è stato possibile che
France Telecom, azienda prospera fino a poco prima, sia arrivata sino a
questi punti?
Questo risultato è stato causato da due disfatte ed un errore. Il primo
fiasco è stato quello della regolamentazione delle economie di rete
(telecomunicazioni, energia, ferrovie).Dopo l’affondamento delle ferrovie
britanniche, che ha portato il governo di Tony Blair a nazionalizzare
nuovamente, di fatto, la società Railtrack; dopo le continue penurie
energetiche statunitensi e la grave crisi affrontata da British Energy, ora
è il turno delle telecomunicazioni. E France Telecom non è l’unico operatore
ad essere toccato da questo fenomeno; tutti, grandi e piccoli, ne risentono.
Il caso di WorldCom è perlomeno altrettanto emblematico della vicenda di
France Telecom. La crescita esponenziale della società americana, che era
stata accolta come l’esempio tipico d’impresa moderna, era stata finanziata
solo ed unicamente dallo scambio di azioni effettuato nelle borse. La sua
caduta, dovuta all’impossibilità di rendere redditizia la rete da migliaia
di chilometri di fibre ottiche che aveva costruito, mostra come la
duplicazione delle reti sia un nonsenso dal punto di vista economico e un
vero e proprio spreco. Era stato questo il motivo per cui storicamente si
era imposto il monopolio. La liberalizzazione delle telecomunicazioni,
effettuata in un momento di euforia nel quale le nuove tecnologie erano
presentate come un nuovo Eldorado da conquistare, ha provocato un aumento
generale e sproporzionato degli investimenti, terminato logicamente in una
bolla speculativa che ha rovinato gli operatori più coinvolti nei mercati
finanziari, in primo luogo France Telecom.
La seconda disfatta è rappresentata dalla strategia che prevedeva di
trasformare un’impresa di servizi pubblici in società multinazionali. Basata
sull’illusione di una crescita continua delle borse, questa strategia ha
portato non solo a comprare a prezzi troppo alti nel momento sbagliato, al
punto più alto della bolla speculativa – vedi il caso di Orange – ma ha
anche portato a scommettere sulla possibilità che potessero esistere sei
reti di telefonia mobile di terza generazione in Germania, investendo a peso
d’oro sulla licenza UMTS e investendo a fondo perduto su MobilCom.
In poche parole, Michel Bon ha creduto che fosse possibile per France
Telecom diventare un operatore alternativo in vari paesi europei, ignorando
i pericoli e le messe in guardia sul carattere aleatorio di una simile
strategia. Bisogna, inoltre, fare giustizia sull’affermazione secondo la
quale, il problema sarebbe dovuto al fatto, che France Telecom non poté
pagare l’acquisto di Orange con uno scambio di azioni. L’affermazione è
doppiamente falsa, perché Vodafone richiese un pagamento essenzialmente in
contanti, e perché la parte restante venne pagata con azioni di France
Telecom con prezzo di riscatto garantito a 100 euro, ossia dieci volte il
valore attuale.
Ma l’errore è dello stato. È irritante vedere alcuni economisti liberali
abbracciare quest’opinione, accusandolo di non aver giocato nel suo ruolo di
azionario. Quali non sarebbero stati loro urli di proteste se, nel bel mezzo
dell’euforia borsistica, lo stato avesse impedito, per esempio, a France
Telecom di acquisire Orange. Contrariamente alle loro affermazioni, lo stato
si è comportato proprio come un azionista qualsiasi di un’impresa qualsiasi;
ha lasciato fare pensando che tutto sarebbe durato, e si è svegliato solo a
catastrofe avvenuta. Il fallimento dello Stato sta altrove, sta in uno Stato
regolatore, garante degli interessi generali e con una prospettiva a lungo
termine. Lo Stato, ma sarebbe più giusto parlare di governo Jospin, ha
rinunciato volutamente ad assumere questo ruolo e ha partecipato “all’
esuberanza irrazionale dei mercati”. Si è comportato come un vero predatore
finanziario, vendendo a prezzi esorbitanti le licenze UMTS per poi,
essendosi accorto! dello sbaglio, svendere un bene pubblico raro quale sono
le frequenze, senza esigere dagli operatori la minima garanzia in termini di
servizi pubblici.
L’insegnamento da tenere a memoria da questo fiasco è che bisogna finirla
con le chimere della liberalizzazione dei servizi pubblici. Non siamo più
all’interno di un dibattito teorico. L’esperienza di più di dieci anni di
liberalizzazione ha mostrato come la ricetta che miscela aperture ai mercati
e privatizzazione presenta, alla fine, piatti amari: qualità del servizio
reso al ribasso, “riequilibrio tariffario” a discapito della massa degli
utenti, soppressione di massa dei posti di lavoro. Bisogna dunque afferrare
l’occasione della prossima uscita del Libro Verde della commissione sui
“servizi d’interesse economico generale”, il quale precederà una direttiva
sulla questione, perché sia presa in considerazione la specificità dei
servizi pubblici che non possono essere sottomessi alle regole del mercato
unico. Si tratta di passare da una logica di concorrenza a una logica di
cooperazione, per rimettere in sesto servizi veramente pubblici a livello
europeo.
In questo quadro è responsabilità dello Stato quella di impedire la
trasformazione dei servizi pubblici in multinazionali e di rinunciare a
delle privatizzazioni che, sebbene chiamate ipocritamente “aperture di
capitale”, li sottomettono ai mercati finanziari. Quest’orientamento è
particolarmente urgente nel caso dell’EDF, dove il comportamento predatore
all’estero ha portato i conti in rosso e il cui presidente ha avuto il
cinismo di esigere dagli utenti, tramite l’innalzamento delle tariffe, il
prezzo di una strategia suicida; questo, per di più, accade in settore,
quello dell’elettricità, in cui la crescita è molto più debole che per le
telecomunicazioni. Se nessuna soluzione miracolosa fare sparire i 70
miliardi di euro di debiti di France Telecom, il riassestamento dell’impresa
passa attraverso una rottura sia con i mercati finanziari che con l’attuale
strategia di trasformazione in multinazionale. La rinazionalizzazione dell’
impresa, che sarebbe anche meno costosa per lo! stato di una
ricapitalizzazione, ne è la prima condizione. La seconda condizione sta nel
compito statale di definire i nuovi ruoli dei servizi pubblici, integrando
gli ultimi sviluppi tecnologici con l’obiettivo di ridurre la frattura
numerica. È come affermare che si tratta di una rottura politica con il
recente passato, e, ancor di più, di una rivoluzione culturale. Il governo
attuale ne sarà capace? La risposta a questa domanda sta, almeno in parte,
nella capacità di mobilitarsi dei lavoratori dipendenti e degli utenti dei
servizi pubblici per imporre tutto ciò.

Contatti per questo articolo. Sudptt@sudptt.fr

_____________________________

3 – Torino: imprenditori dei servizi pubblici
____________________________________________________________

di Paolo Prieri (ATTAC Torino)

La “Presidenza del Consiglio Comunale di Torino www.comune.torino.it” e
l'”Agenzia per i Servizi Pubblici Locali del Comune di Torino
www.agenziaservizitorino.it” hanno organizzato il 15/11/2002 un convegno sul
tema della “Qualità e imprenditorialità nei servizi pubblici locali.
Numerosi gli intervenuti, ma quasi del tutto assente negli interventi il
cittadino con i suoi bisogni. Le relazioni sono state piuttosto
autoreferenziali, concentrate sui risultati positivi di ciascuna azienda in
termini di fatturato e utili. La soddisfazione dell’utente/cliente (mai
cittadino) non è ancora considerata nei termini di soggetto portatore di
diritti, ma solo in quanto di valutatore delle funzioni aziendali.Molta
attenzione è stata data all’art. 35. Nessun accenno è stato fatto all’AGCS,
che pare, da un piccolo sondaggio svolto in una delle pause del convegno,
essere un oggetto assolutamente sconosciuto a tutti gli amministratori
locali, sia tecnici che politici.
I lavori sono stati moderati da Marino, Presidente del Consiglio Comunale
di Torino. Il prof. Roberto Fazioli (Università di Ferrara) ha affermato che
non è necessario attendere l’emanazione del regolamento applicativo
dell’art. 35 per la trasformazione delle municipalizzate in spa o lo
scorporo di servizi pubblici ancora svolti in economia, in quanto la
competenza sulla trasformazione/privatizzazione  dei servizi pubblici
locali, dopo la modifica del titolo V della Costituzione, è ormai in mano a
ciascuna Regione. Gli “asset” della città possono essere trasferiti a
società patrimoniali di maggioranza pubblica incedibile dove la minoranza
può essere anche di altri soggetti pubblici o in mano a cittadini sottoforma
di azionariato popolare (cittadini dipendenti dalle stesse aziende o altri).
I finanziamenti per lo svolgimento delle attività possono essere reperiti,
in luogo del mercato finanziario tradizionale (banche) o di ricchi azionisti
di minoranza, attraverso l’emissione di BOC (obbligazioni comunali). Queste
società dovrebbero assorbire gli attivi (cespiti) e anche i debiti dell’ente
locale riferiti a quella determinata attività. Tutto ciò consentirebbe di
mantenere leve di politiche cittadine.
Fulvio Vento, Presidente di Confservizi (www.confservizi.net), ha affermato
che vi è un accordo tra i ministri Marzano e Tremonti per la riscrittura
dell’art. 35, alla luce della risposta del Ministero delle Politiche
Comunitarie al Commissario Monti. In attesa quindi della nuova formulazione
dell’art. 35. Vento, pur essendo d’accordo sul principio di reciprocità, ha
tuttavia sollecitato l’emanazione di politiche industriali governative che
favoriscano la concentrazione delle piccole imprese pubbliche nei vari
servizi (gas-acqua- energia elettrica) per potersi confrontare ad armi pari
con le  aziende straniere che entreranno nel nostro mercato in questi
settori. Questa organizzazione ha in programma il 26/11 a Firenze un
Convegno dal titolo “Servizi pubblici locali e sviluppo del Paese: le
proposte di Confservizi” . Vento ha portato dei dati: nel periodo 1996-2001
sono oltre 450 le municipalizzate trasformate in spa, che hanno migliorato
il risultato operativo passando da meno 237 milioni di Euro a più 1367
milioni di Euro. Il fatturato è aumentato nello stesso periodo da 13.500
milioni di Euro a 21.565 milioni di Euro.
F. Reviglio, Presidente di AEM (Elettricità di Torino) ha affermato che il
controllo oligopolistico dell’offerta del gas impedisce la diminuzione dei
prezzi dell’energia elettrica, oggi prodotto in me dia per il 70% con il gas
metano. Reviglio conosce molto bene questi meccanismi essendo stato per
lunghi anni presidente di ENI, che aveva come missione proprio quella di
acquistare e vendere il gas metano, partecipando in questo modo al controllo
oligopolistico da lui oggi lamentato. Afferma che la concorrenza deve essere
allevata e gestita attraverso incentivi agli investimenti. Come Vento, anche
Reviglio ha perorato la causa delle concentrazioni delle piccole società
elettriche locali di proprietà dei Comuni.
C. Cuniberto, Direttore Generale di Italgas ha informato che dal 1/1/2003 vi
sarà in Italia la liberalizzazione del mercato del gas metano, che
consentirà ai  cittadini di acquistare questo prodotto da più fornitori. Ha
affermato che il principale vantaggio per i cittadini sarà il “miglioramento
della qualità (senza spiegare di cosa si tratta) in quanto non vede la
possibilità di diminuzione dei prezzi dato che il gas rappresenta  solo una
piccola parte della tariffa. La cosa interessante è proprio la sua
affermazione che la liberalizzazione non porta un vantaggio economico per i
cittadini.
P. Romano, Amministratore delegato di SMAT (Acqua) ha detto che il costo del
servizio è destinato a lievitare da 79 a 85 centesimi di euro al mc in media
a causa della presa in carico a bilancio dei cespiti delle vecchie gestioni.
Il piano è attualmente all’esame della Agenzia dei Servizi Pubblici Locali
di Torino. E’ preoccupato per il fatto che il valore della produzione
annuale (circa 193 milioni di Euro) sia controbilanciato da pari costi,
vedendo in questa situazione uno scarso incentivo a fare  per le aziende.
Nel momento in cui SMAT si assume in rischio industriale auspica che le
parti sociali (sindacati e associazioni consumatori) si assumano la
responsabilità per tale situazione.  Tra  l’altro ha affermato che
l’attività della SMAT è prevalentemente rivolta all’approvvigionamento
idrico delle persone in quanto le aziende  prelevano per l’80% da propri
pozzi. Informa inoltre che SMAT svilupperà “business” complementari che non
ha indicato. In conclusione ha detto di essere preoccupato per l’arrivo di
società estere, perché queste dreneranno ricchezza locale e hanno la sede
decisionale lontana dai problemi.
G. Giordano, Presidente di AMIAT (Rifiuti) ha affermato che ora è certo che
l’applicazione dell’art. 35 è rinviata al 2003. Ha lamentato che l’utile
dell’AMIAT (che nel 2001 è stato di 30 milioni di Euro) sia assorbito dal
Comune. Ha inoltre definito la “discarica”  (e in futuro l’inceneritore) la
parte pregiata dell’azienda. Si può commentare questo passaggio come un
temibile auspico che  questa attività sia scorporata, lasciando quindi al
Comune la parte “di nettezza urbana e di raccolta rifiuti”, che
probabilmente è quella che costa di più e rende di meno, anche se è quella
che più da vicino interessa i cittadini.
Sono anche interventi G. Guiati, Presidente ATM e D. Gariglio, Presidente
SATTI, ciascuno dei quali ha presentato i dati delle rispettive aziende.
Entrambi si sono detti preoccupati che gli enti locali si possano
trasformare in “enti finanziari”.
Tutti si sono detti piuttosto scettici sul meccanismo delle gare di appalto
previsti dall’art. 35, definendolo un sistema che non solo non riesce a
cogliere le specificità di ogni settore, ma che soprattutto può portare in
un determinato settore influenze esterne/estere che nulla hanno a che fare
con la realtà produttiva locale, con grave danno per le professionalità
locali e per la possibilità di prendere decisioni legate al territorio.

_____________________________

4 – La battaglia per la riduzione dei TIR all’interno del Tunnel del Bianco:
il nostro granello di sabbia nella megamacchina della globalizzazione
neoliberista.
____________________________________________________________

Giorgio Caniglia (ATTAC Valle d’Aosta)
attac.aosta@retealternative.org

Nell’Anno internazionale della Montagna il governo italiano e francese
intendono proseguire una politica dei trasporti pericolosa e suicida; le
persone morte nel tunnel del M. Bianco il 23 marzo 1999, nel tunnel dei
Tauri (Austria) e al Gottardo(Svizzera) nel 2001 non sono servite a far
trasferire dal trasporto su gomma a quello su rotaie nemmeno un chilogrammo
delle merci che transitano dall’arco alpino;
Oltre alle disgrazie sopraccitate, il trasporto merci su TIR inquina e
degrada un ambiente alpino che va salvaguardato dal punto di vista
naturalistico, culturale e delle risorse umane che rappresenta.
Da molti anni iniziative sono state assunte dalle popolazioni locali nonché
da Enti Pubblici, Associazioni, Partiti e Movimenti per salvaguardare e
tutelare la loro economia basata sull’agricoltura, turismo e artigianato
nonché risorse fondamentali quali l’acqua; negli ultimi tempi vi sono state
anche manifestazioni internazionali: quella del 6 ottobre 2001 – a cui il
Direttivo provvisorio di ATTAC Italia aveva dato l’adesione – alla Maurienne
(versante francese del Frejus) e quella del 4 gennaio 2002 a Courmayeur. Ora
si sta organizzando quella che si terrà a Courmayeur il 23 marzo prossimo in
occasione del 3°anniversario del rogo del Tunnel. In questa occasione verrà
messa in evidenza la necessità di tutelare il Monte Bianco e l’arco alpino
considerato da tutti di inestimabile valore e patrimonio mondiale
dell’intera umanità.
Queste iniziative sono fortemente simboliche: vincere al Monte Bianco per
vincere in tutto l’arco alpino e fare sì che: le politiche dei trasporti
nazionali e europee cambino radicalmente sino a trasferire totalmente il
transito delle merci attraverso l’arco alpino dalla gomma alla rotaia; si
blocchino le politiche di delocalizzazione e si facciano pagare al trasporto
su gomma i reali costi di inquinamento, di degrado e di danno alla salute
delle popolazioni.

L’odierno dibattito sulla riapertura del Tunnel del Bianco deve essere visto
come un conflitto su un bene pubblico transfrontaliero: il massiccio del
Bianco e i suoi territori. Un conflitto sulla gestione di tale bene, ossia
su chi ne deve decidere e in base a quali criteri.
Le popolazioni del massiccio del Bianco, appoggiate dalla società civile
locale e globale, tentano di opporsi alle aziende gestrici del Tunnel e
della rete autostradale collegata (Società Autostrade Valdostane controllata
dalla multinazionale Benetton), fiancheggiate a loro volta dalle istituzioni
statali (i governi francese e italiano) e sopranazionali (UE).
Il nostro ruolo, come ATTAC, in questo conflitto può, naturalmente, essere
uno solo: il pieno sostegno ad ogni campagna pubblica che abbia come
obiettivo una radicale trasformazione delle attuali politiche dei trasporti
in Europa e nel mondo.

Uno dei dogmi del processo di globalizzazione neoliberista è la libera
circolazione delle merci, dovuta all’attuale divisione mondiale del lavoro.
Le merci, sempre più frequentemente, vengono fabbricate in paesi del Sud del
mondo dove la manodopera é meno cara e i diritti dei lavoratori non vengono
rispettati. Quel che si produce nel Sud del mondo dovrà però essere
trasportato nel Nord per essere venduto; e ciò crea importanti problemi
ambientali e sociali.

Al fine di contribuire al dibattito oggi sviluppatosi sulla problematica dei
trasporti, vogliamo sottolineare che il tema dei trasporti non può essere
affrontato solo ad un livello locale. Non solo per ragioni di solidarietà
con le altre popolazioni dell’arco alpino, ma perché si tratta di una
problematica complessa che trova le sue radici nel globale.
Alla base di questo problema stanno, infatti, i nostri modelli di produzione
e di consumo, orientati ad un produttivismo e consumismo sempre più
irrazionale.

Per questi motivi sosteniamo una politica di:
o         potenziamento del trasporto combinato rotaia-gomma, con l’
obiettivo di giungere in tempi brevi ad un riequilibrio del trasporto merci
a favore della rotaia;
o         rivalutazione degli scambi economici regionali e promozione di
circuiti corti di distribuzione, soprattutto nel campo alimentare.

In particolare appoggiamo la proposta di introduzione, sull’esempio
svizzero, di una Redevance sur le trafic des poids – lourds liée aux
prestations (RPLP). Si tratta di far pagare ai trasporti pesanti un pedaggio
su ogni strada percorsa sulla base di: peso e volume di immissioni, km
percorsi. I proventi di questa imposta dovrebbero essere destinati, come in
Svizzera, al rinnovamento e alla modernizzazione delle infrastrutture
ferroviarie e a compensare, almeno in parte, gli svantaggi subiti dalle
popolazioni e dai territori attraversati dai TIR.

Come si vede, l’obiettivo non è solo quello di criticare l’attuale sistema
dei trasporti, ma di mettere in discussione l’organizzazione internazionale
della produzione e dei consumi delle merci.
Senza una sensibile diminuzione delle merci trasportate, anche il più
innovativo piano dei trasporti risulterebbe solo una soluzione temporanea.

Il 30% delle merci trasportate su strada attraverso le Alpi sono alimenti e
prodotti agricoli. Lo stesso TIR all’origine della tragedia del Bianco
trasportava margarina e farina dal Belgio verso l’Italia. E’ ora di dire
basta ad un sistema che porta a trasportare per migliaia di Km merci che
potrebbero essere prodotte in ciascuna regione d’Europa.

Oggi, lottare contro il ritorno dei TIR nel Tunnel del Bianco significa
lottare per un diverso sistema di trasporto – e quindi di produzione – delle
merci, in tutto il mondo.
La battaglia per la riduzione del traffico pesante all’interno del Tunnel
del Bianco sarà il nostro granello di sabbia nella megamacchina della
globalizzazione neoliberista.


Il Granello di Sabbia è realizzato da un gruppo di traduttori e traduttrici
volontari/e e dalla redazione di ATTAC Italia redazione@attac.org
Riproduzione autorizzata previa citazione e segnalazione del “Granello di
Sabbia – ATTAC – http://attac.org/

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