WarDrome Sci-fi MMORPG
WarDrome Sci-fi MMORPG
comunità di poesia e lotta dal 2002
Monday April 23rd 2018

GRANELLO DI SABBIA (n°76) * Bollettino elettronico settimanale di ATTAC

Venerdì, 29-11-2002
______________________________

Vi preghiamo di diffondere il Granello nella maniera più ampia
possibile.
Numero di abbonati attuali: 5 013

ATTENZIONE:
tutti i Granelli di Sabbia sono a disposizione sul sito in versione .pdf e
..rtf al seguente indirizzo:
http://www.attac.org/italia/granello/indice.htm
____________________________________________________________  

Indice degli argomenti

1 – Gangster dell’ambiente contro la Giustizia Climatica
di Kenny Bruno, Joshua Karliner e China Brotsky (Corporate Watch)
I cambiamenti climatici riguardano tutto e tutti. Secondo il senso comune,
il consumatore moderno è in colpa: un uso eccessivo dell’auto, case piene di
elettrodomestici, riscaldamento e condizionamento centralizzati, e il
dimenticarsi di spegnere le luci quando usciamo di casa sono ciò che ci
tormenta. Ma la capacità del singolo consumatore di influire sul clima è
minimizzata dall’impatto delle imprese giganti che ricercano, estraggono,
trasportano, raffinano e distribuiscono il petrolio, che è la fonte primaria
delle emissioni di biossido di carbonio
Traduzione a cura di Giacomo Guatteri

2 – Disastro nell’agricoltura argentina e biotecnologie
di Jorge Rulli (ECOPORTAL)
La crisi attuale dell’Argentina é totale ed investe persino le fondamenta
della nostra identitá di nazione, dove lo smarrimento delle radici aggiunge
un sentimento di desolazione tra la gente. Stiamo pensando e agendo come
gruppo, coscienti di vivere una catastrofe sociale e culturale dalle
conseguenze imprevedibili.
Traduzione a cura di Tito Pulcinelli

3 – Pescando in acque agitate
di Lalitha Sridhar
La chiamano “seconda estate” in una città che conosce poco altro. Mentre le
temperature si innalzano e ottobre brucia a Chennai, sul confine meridionale
di Uroor Olcott kuppam (villaggio di pescatori) in Tamil Nadu, India
meridionale, il mare appare ingannevolmente immutato nella sua distesa.

4 – Hacking the Science
di L.A.S.E.R. (Laboratorio autonomo di scienza epistemologia e ricerca .
www.e-laser.org)
Hacking the science e’ una idea pazzerella che in tante occasioni e’ venuta
fuori. (.) Perche’ non provare ad incontrarsi e’ parlare di come possa
essere fatto hacking della conoscenza scientifica per sottrarre conoscenze,
applicazioni tecnologiche e persone alle logiche privatistiche del business
e messe a disposizione di fini sociali: salute, energie, tempo libero.

_____________________________

1 – Gangster dell’ambiente contro la Giustizia Climatica
____________________________________________________________

di Kenny Bruno, Joshua Karliner e China Brotsky (Corporate Watch)

I cambiamenti climatici riguardano tutto e tutti
Secondo il senso comune, il consumatore moderno è in colpa: un uso
eccessivo dell’auto, case piene di elettrodomestici, riscaldamento e
condizionamento centralizzati, e il dimenticarsi di spegnere le luci quando
usciamo di casa sono ciò che ci tormenta. Ma la capacità del singolo
consumatore di influire sul clima è minimizzata dall’impatto delle imprese
giganti che ricercano, estraggono, trasportano, raffinano e distribuiscono
il petrolio, che è la fonte primaria delle emissioni di biossido di
carbonio – di gran lunga il principale gas da effetto serra. Soltanto 122
imprese totalizzano l’80% di tutte le emissioni di biossido di carbonio. E
soltanto cinque imprese private multinazionali del petrolio – Exxon Mobil,
BP Amoco, Shell, Chevron e Texaco – producono una quantità di petrolio che
contribuisce per circa il 10 per cento delle emissioni di biossido nel
mondo.

Mentre queste cinque compagnie e i loro alleati nel Congresso sono
impegnati a biasimare il consumatore americano per un massiccio spreco di
energia, o il “Mondo in via di sviluppo” per non prendere misure adeguate
per contenere il surriscaldamento globale, le emissioni derivanti dal
combustibile che producono superano il totale di tutti i gas da effetto
serra provenienti da America Centrale, America del Sud e Africa messe
insieme!

Oltre a produrre il petrolio che sta facendo avanzare il surriscaldamento
globale, questi “gangster dell’effetto serra” contribuiscono a perpetuare la
dinamica del cambiamento climatico in molti altri modi: – Sono raffinatori e
venditori di petrolio e gas – Usano il loro potere politico per impedire una
trasformazione tecnologica e mantenere questo stato di cose – Comprano
l’opinione pubblica e quella della comunità scientifica

Che cos’è la giustizia climatica?
Giustizia Climatica significa innanzi tutto rimuovere le cause del
surriscaldamento globale e permettere alla Terra di provvedere alle nostre
vite e a quelle di tutti gli esseri viventi. Questo implica una radicale
riduzione delle emissioni di biossido di carbonio e degli altri gas da
effetto serra.
Giustizia climatica significa opporsi alla distruzione messa in atto dai
gangster dell’effetto serra ad ogni passo del processo di produzione e
distribuzione – da una moratoria su nuove esplorazioni per il petrolio al
blocco dell’avvelenamento di popolazioni a causa di emissioni delle
raffinerie – da drastiche riduzioni nelle emissioni delle auto a livello
domestico alla promozione di trasporti pubblici efficienti ed efficaci.

Giustizia climatica significa che mentre tutti i Paesi dovrebbero
partecipare alla drastica riduzione delle emissioni di gas da effetto serra,
le nazioni industrializzate che, sia storicamente che nella situazione
attuale, sono le maggiori responsabili del surriscaldamento globale,
dovrebbero guidare la trasformazione. In particolare gli Stati Uniti, che
producono circa il 25 per cento delle emissioni gassose, devono porsi all’
avanguardia di questa trasformazione.

Infine, giustizia climatica significa considerare le industrie di
combustibili fossili responsabili per il ruolo centrale che svolgono nel
contribuire al surriscaldamento globale. Ciò significa confrontarsi con
queste industrie a qualsiasi livello – dalla produzione e
commercializzazione degli stessi combustibili fossili, alla loro influenza
politica occulta, alla loro abilità nelle pubbliche relazioni, alle ingiuste
“soluzioni” che propongono, alla globalizzazione fondata sui combustibili
fossili che esse stanno guidando. Giustizia climatica significa spogliare le
imprese transnazionali dell’enorme potere che hanno sulle nostre vite, e la
costruzione al suo posto di una democrazia a livello locale, nazionale ed
internazionale.

La globalizzazione supporta gli interessi delle compagnie transnazionali del
petrolio in almeno quattro modi principali:
La MANIA DI FUSIONE, che sta attraversando l’industria, è un primo modo.
Questa tendenza consolidata è una conseguenza del tentativo delle grandi
compagnie di aumentare la loro competitività nell’economia mondiale.

I vari PROGRAMMI DI AGGIUSTAMENTO STRUTTURALE, imposti dalla Banca Mondiale
e dall’FMI, rappresentano un secondo aiuto alle transnazionali del petrolio.
Alcune compagnie petrolifere statali hanno formato delle joint ventures con
compagnie del settore privato. L’alleanza della Mobil con la PDVSA per l’
esplorazione del delta dell’Orinoco è un esempio.

ACCORDI DI LIBERO SCAMBIO ED INVESTIMENTO e istituzioni, come il NAFTA e l’
Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), costituiscono il terzo
caposaldo della globalizzazione che sostiene l’industria petrolifera. Ad
esempio, il NAFTA – Accordo del Nord America per il Libero Scambio –
promuove l’industria petrolifera a discapito della sostenibilità ecologica
in due modi. Anzitutto, incoraggia esplicitamente i governi a sovvenzionare
mega-progetti su petrolio e gas esentando queste sovvenzioni dall’essere
contrastate come “barriere scorrette allo scambio”. Nello stesso tempo, il
NAFTA non offre alcuna protezione di questo tipo al supporto governativo per
l’efficienza e la conservazione dell’energia o per energie alternative –
lasciando così l’energia pulita esposta ai capricci dei suoi pannelli di
risoluzione delle dispute, segreti e non democratici. Sotto la maschera del
“libero” scambio, il NAFTA elimina inoltre la capacità degli Stati di
controllare lo sviluppo delle proprie risorse energetiche per i mercati
delle esportazioni – minacciando in sostanza di rendere Canada e Messico
“colonie di risorse” virtuali per la richiesta di energia praticamente
insaziabile degli Stati Uniti.
Nel frattempo il WTO sta abbassando le barriere allo scambio ed investimento
intorno al mondo, favorendo l’espandersi di una crescente dipendenza dei
Paesi da uno sviluppo dei trasporti, dell’agricoltura e dell’energia fondato
sui combustibili fossili. Questo crea mercati in continua espansione per l’
industria petrolifera.
Ovviamente, non è una coincidenza che associazioni e compagnie dell’
industria dei combustibili fossili, compreso il gangster dell’ambiente
Texaco, controllino la commissione consultiva ufficiale per il commercio del
governo USA per le questioni energetiche. Non figurano gruppi ambientalisti,
per i diritti umani o per il lavoro in questa commissione, e soltanto una
associazione dell’industria dell’energia rinnovabile. Viceversa, sono
presenti quattordici fra compagnie ed associazioni industriali del settore
petrolifero, del gas, dei servizi elettrici e minerarie.
Il WTO può anche essere utilizzato per soffocare gli sforzi dei Paesi per
attenersi al trattato di Kyoto sul clima. Ad esempio, USA ed Unione Europea
stanno minacciando di far considerare i nuovi standard giapponesi di
efficienza del combustibile – regole mirate a ridurre le emissioni di
biossido di carbonio – come barriere negative per il commercio. Sovvenzioni
governative in favore dell’efficienza energetica, programmi “verdi” di
acquisti governativi, ed etichette governative su beni la cui produzione
contribuisce al cambiamento climatico, sono tutti a rischio di essere
condannati dal WTO.

NUOVE FRONTIERE, incluse aree ecologicamente fragili, vengono aperte all’
esplorazione petrolifera dalla globalizzazione. Accordi di libero scambio ed
investimento abbattono le barriere economiche internazionali, e le compagnie
transnazionali stanno così penetrando in molte nuove aree. I gangster dell’
effetto serra stanno ammassando denaro per espandere il loro raggio d’azione
ai Paesi in via di sviluppo del Sud, alle remote foreste pluviali, al mare
profondo, al proibitivo Artico, letteralmente “fino alla fine del mondo”.
L’esplorazione petrolifera è enormemente dispendiosa. Anche con prezzi del
greggio eccezionalmente bassi, nel 1998 l’industria ha speso 88 miliardi di
dollari per l’esplorazione. Perfino la Shell e la BP concordano, sulla
carta, che le energie rinnovabili sono la tendenza del futuro. Tuttavia, la
strategia a lungo termine delle Grandi Petrolifere è ancora determinata
dalla smania di esplorare. Perchè?
Il motivo è che abbiamo troppo petrolio. Questo è vero nel breve termine,
come hanno dimostrato la sovrabbondanza del 1998 e la decisione dell’OPEC di
limitare la produzione all’inizio del 1999. Ma è altrettanto vero nel lungo
termine. Gli scienziati del Pannello Intergovernativo per il Cambiamento
Climatico (IPCC) stimano che per stabilizzare le concentrazioni di CO2 ai
livelli attuali sarebbe necessario ridurre le emissioni di carbonio di circa
il 60%. Semplicemente, non c’è modo di fare ciò senza una massiccia
riduzione del consumo di combustibili fossili e lo sviluppo di energie
alternative. Le riserve globali accertate di petrolio e gas, se sfruttate
totalmente, eccederebbero di gran lunga la capacità della Terra di assorbire
emissioni di carbonio. In altre parole, è impossibile consumare in modo
sicuro anche solo il combustibile fossile che già possediamo, figuriamoci
quello non ancora scoperto. Eppure i giganti del petrolio continuano la loro
dispendiosa e distruttiva ricerca di nuovi giacimenti di petrolio e gas,
anche in alcune delle aree più remote del pianeta.

La realpolitik dello scambio di inquinamento
Per quanto riguarda la prevenzione del cambiamento climatico, la riduzione
dell’utilizzo di combustibili fossili è il nocciolo della questione. Ma il
governo e l’industria statunitensi hanno fatto di tutto per realizzare piani
al fine di evitare o ritardare azioni in questo senso, pur ricevendo crediti
per la riduzione delle emissioni. Questi piani si basano sul principio dello
scambio di emissioni.

Nella sua accezione più ampia, tale scambio assume varie forme, note come
Meccanismi di Flessibilità nel Protocollo di Kyoto. Essi includono l’
Implementazione Congiunta e il Meccanismo di Sviluppo Pulito (CDM). L’
Implementazione Congiunta permette ai Paesi industrializzati di acquistare i
crediti per le riduzioni di un altro Paese anziché dover ridurre le
emissioni alla sorgente. Il CDM permette ai Paesi industrializzati di
evitare riduzioni interne in cambio di una partecipazione in progetti di
Paesi in via di sviluppo che produrrebbero così meno emissioni di quanto
avrebbero fatto altrimenti. Per esempio, gli USA potrebbero acquistare
“crediti” per il carbonio assorbito da “lavandini”, come le foreste, nel
Sud, o per riduzioni di gas da surriscaldamento globale nell’ex-Unione
Sovietica, dove la recessione economica sta comunque provocando tali
riduzioni.

L’esperienza con lo scambio di emissioni nell’inquinamento atmosferico ha
mostrato che lo scambio di inquinamento può creare riduzioni fantasma,
premiare i peggiori inquinatori storici, favorire la frode, e sabotare l’
innovazione tecnologica. I piani di scambio delle emissioni non riguardano
gli effetti inquinanti locali di strutture che producono carbonio come le
raffinerie, e il sistema di scambio mette in condizione svantaggiosa i Paesi
del Sud che iniziano ad effettuare riduzioni, dal momento che le riduzioni
più facili saranno già state acquistate ed accreditate ai Paesi del Nord.

I gangster dell’ambiente non sono assolutamente gli unici promotori del
commercio di emissioni come soluzione al cambiamento climatico. Esso è
supportato anche da alcuni gruppi ambientalisti come il Fondo per la Difesa
dell’Ambiente e l’Unione degli Scienziati Consapevoli. Ma in una certa
misura, questo supporto riflette la realpolitik del cambiamento climatico.
Presuppone che non possiamo costringere l’industria del combustibile fossile
a cambiare se non possiamo rendere per loro vantaggiosa quest’azione, e
questo assunto è basato sulla consapevolezza dell’enorme potere dell’
industria. Questioni di giustizia e correttezza diventano secondarie nel
calcolo della realpolitik. I piani di scambio, come scrive un giornalista,
forniscono “una finzione di azione per il pubblico mentre offre all’
industria un’assicurazione ammiccante che lo status quo non verrà
disturbato”.

L’accettazione dello scambio di emissioni come una soluzione riflette fino
a che punto il governo USA ritiene di dover andare per evitare o ritardare
la messa in atto di riduzioni effettive nella nostra dipendenza dai
combustibili fossili e nelle emissioni di carbonio. Il sistema di scambio
delle emissioni permette di minimizzare le interferenze al potere dei
gangster della serra e dei loro alleati, sabotando allo stesso tempo la
creazione di soluzioni reali al cambiamento climatico.

Un approccio di Giustizia Climatica per risolvere il problema del
surriscaldamento globale dovrebbe, nel suo nucleo centrale, sviluppare
soluzioni in grado di promuovere la giustizia economica ed ambientale fra le
comunità e fra le nazioni. Centrale a questo approccio è il principio di
Equa Transizione, che accumulerebbe fondi per finanziare la transizione per
lavoratori e comunità dipendenti dall’industria dei combustibili fossili.
Tale transizione favorirebbe investimenti, formazione dei lavoratori e
sviluppo delle comunità basati sulla sostenibilità e sulla giustizia.

Una simile transizione deve essere sostenuta a livello internazionale, in
base alla quale venga dato un supporto alle economie delle nazioni del Sud
per abbandonare i combustibili fossili. Ad esempio, la tecnologia per un
sviluppo energetico ecologicamente sano deve essere resa disponibile per i
Paesi più poveri ad un costo minimo, anziché essere tenuta in ostaggio da
proprietà intellettuali guidate dalle imprese e da regimi di copyright.

La prevenzione del cambiamento climatico può colpire i lavoratori delle
industrie ad alto consumo di combustibili fossili e le comunità vicine molto
duramente, senza un parallelo sforzo per sostenere un’Equa Transizione.
Inoltre, come abbiamo visto, alcune delle “soluzioni” proposte, come lo
scambio di inquinamento, sono non solo non provate, ma anche ingiuste,
permettendo che alcune comunità locali si trasformino in zone di sacrificio
tossico per il resto del pianeta, mentre Paesi come gli USA ritardano vere
riduzioni di emissioni. Soluzioni che forzano i Paesi del Sud a sostenere un
fardello eccessivo sono altrettanto ingiuste.

Invertire le dinamiche della globalizzazione guidata dalle industrie e
basata sui combustibili fossili
Attualmente, la globalizzazione guidata dalle industrie sta fornendo
opportunità di investimento e nuovi mercati per l’industria dei combustibili
fossili. Accordi internazionali di scambio ed investimento come il NAFTA e
il WTO, insieme ad istituzioni multilaterali di credito come la Banca
Mondiale/FMI, hanno creato strutture economiche globali che stanno
aumentando sia i profitti delle imprese che il surriscaldamento globale.

La Giustizia Climatica richiede che l’economia mondiale sia al servizio dei
diritti umani e dell’ambiente, non degli utili d’esercizio delle imprese.
Per cominciare, gli standard internazionali di lavoro indicati dall’ILO,
dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e da accordi internazionali
sull’ambiente sponsorizzati dalle Nazioni Unite, come il Protocollo di
Kyoto, devono avere la precedenza sulle istituzioni della globalizzazione
come il WTO. La Banca Mondiale e altri istituti di credito devono invertire
le loro politiche di sostegno alla globalizzazione basata sui combustibili
fossili.

Una vera Giustizia Climatica richiede che il Protocollo di Kyoto si
concentri specificatamente sulla radice del problema – le 122 compagnie che
producono l’80% del combustibile fossile che si aggira nell’atmosfera
terrestre come biossido di carbonio. Giustizia climatica significa inoltre
che l’apporto centrale di queste compagnie al surriscaldamento globale deve
essere riconosciuto pubblicamente su scala globale. Ci sono molti modi
creativi per farlo. Ad esempio, nel 1998 membri del Parlamento Europeo hanno
proposto che gli uragani venissero rinominati per riflettere questo ruolo
delle compagnie. Così l’uragano Mitch sarebbe diventato l’uragano Shell, e l
‘uragano Floyd avrebbe invece preso il nome di uragano Exxon-Mobil.

Contatti per questo articolo e rapporto completo: http://www.corpwatch.org

Traduzione a cura di Giacomo Guatteri

_____________________________

2 – Disastro nell’agricoltura argentina e biotecnologie
____________________________________________________________

di Jorge Rulli (ECOPORTAL)

La crisi attuale dell’Argentina é totale ed investe persino le fondamenta
della nostra identitá di nazione, dove lo smarrimento delle radici aggiunge
un sentimento di desolazione tra la gente. Stiamo pensando e agendo come
gruppo, coscienti di vivere una catastrofe sociale e culturale dalle
conseguenze imprevedibili. Per di piú, come se fosse un maleficio,
l’argentino della strada continua a concepirsi come cittadino del paese
delle vacche e delle messi rigogliose. Il modello rurale che ci é stato
imposto corrisponde all’esportazione di “commodities”: concentrazione della
proprietá della terra ed esclusione della popolazione. Oggi, 20 milioni di
ettari della miglior terra sono nelle mani di 2000 aziende. Negli anni 90 si
verificó la piú grande trasformazione della proprietá della terra nella
storia del paese: scompare la vecchia oligarchia a vantaggio di una nuova
classe oligopolica. All’inizio di questo decennio vi fu chi profetizzó la
scomparsa della maggior parte dei piccoli produttori. La profezia si é
avverata. Solo nella regione del Chaco, ogni nuova macchina agricola
introdotta rimpiazzava 500 agricoltori. I pool di semina che concentrarono
la terra, trasformarono i produttori in reddituari dei propri terreni. I
nuovi sistemi tecnologici che si basano sulla semina diretta con macchine
importate, gli antiparassitari Monsanto e la soya transgenica, non tardarono
molto a modificare l’intero paesaggio, inaugurando una agricoltura senza
agricoltori. L’estesa ragnatela di appaltatori di macchinario
rurale,venditori di pezzi di ricambio, cosí come tutta la vita culturale e
sociale che ruotava attorno alla piccola agroindustria, scomparvero
lasciando immensi territori vuoti. Il nostro paese sembra un laboratorio
dove si sperimenta l’estinzione della vita rurale: sono stati abbandonati
500 paesi! E’ un massiccio fenomeno di migrazione -senza precedenti- verso
le misere periferie urbane. Gli effetti progressivi di questa perdita di
cultura e senso di appartenenza si ripercuotono sulla vita politica
argentina, con un indebolimento dei legami sociali, a cui cercano di porre
rimedio le mobilitazioni popolari che cominciarono il 19 e 20 di dicembre.
La veritá é che siamo sotto l’occupazione delle multinazionali delle
sementi. Cargill, Monsanto e Nidera ci hanno trasformato in un paese senza
via d’uscita: produciamo soya geneticamente modificata ed esportiamo
foraggi. Produciamo quel che a tutti abbonda e che costa sempre meno. E piú
produciamo piú poveri diventiamo, e meno gente rimane in campagna.
L’appropriazione sistematica del patrimonio genetico ci ha resi dipendenti
dalle sementi delle multinazionali, e siamo cosí costretti a finanziare
quelli che estraggono profitti brevettando la vita. Contemporaneamente, le
nostre banche di genoplasma sono sottomesse alle politiche biotecnologiche.
L’anno scorso, le intense piogge hanno inondato piú di 5 milioni di ettari
di terra nella sola provincia di Buenos Aires. Ci si é ben guardati di
analizzarne le cause. Siamo convinti che le inondazione sono causate dal
modello agricolo estrattivo, quasi come le miniere, che ha esteso la
frontiera della soya fino alle zone boschive. Vi é stata una saturazione dei
suoli ad opera dei glisofati, che ha messo in pericolo il normale equilibrio
batterico degli stessi. Infatti, le statistiche dimostrano che su 10 milioni
di ettari coltivati a colture transgeniche si applicano 80 milioni di litri
di erbicidi all’anno. In alcune localitá si é constatato la scomparsa degli
azotobatteri del suolo e la proliferazione di maggese. Quando la cellulosa
non puó essere modificata, tende a mummificarsi assumendo un colore
caratteristico, questo é il segnale dell’avvenuta interruzione del ciclo
biologico. Questi suoli si modificano in qualcosa di simile alle ceneri e
sabbia, impedendo l’assorbimento delle acque ed aumentano le falde
superficiali. Questi sono i fattori che determinano le inondazioni delle
terre basse. Sopolamento delle campagne, inondazioni e crescente povertá,
sono il prezzo che paghiamo per finanziare -di fatto- la produzione di carne
europea sovvenzionata. Ci hanno specializzato come produttori di proteine
animali. Ci é stato imposto questo assieme ai programmi tecnologici, con la
relativa spietata concorrenza per abbassare i costi, puntando sempre
all’aumento delle quantitá, mai della qualitá. Siamo caduti nell’economia
primaria, manchiamo di manifattura agropecuaria, vita rurale in estinzione,
crisi di sovraproduzione. Tutto ció mentre nella popolazione aumentano le
carenze nutritive. Il sistema ha pensato all’assistenzialismo come una
maniera per compensare le conseguenze negative del modello esportatore di
“commodities”. Attualmente, la metá della popolazione argentina si trova al
di sotto della soglia di povertá, e 5 milioni soffrono la fame. I sacchi di
cibo che vengono distribuiti ai bisognosi, in gran parte sono importati. In
questo modo, anche l’assistenza é funzionale al modello dominante, perché
l’importazione di alimenti aggrava la situazione dei superstiti agricoltori.
Continua la polemica contro i programmi di lavoro promossi dal governo, i
sussidi proposti dall’opposizione, e altri palliativi. La visione della
sinistra urbana muore dentro il perimetro delle cittá, mentre la macchina
che produce povertá rimane protetta e socialmente invisibile. L’acutizzarsi
della crisi e la situazione drammatica delle riserve monetarie dello Stato,
rendono indispensabile una politica di limitazione all’esportazione di
cereali. Queste misure collocano la crisi del modello dominante molto al di
lá dei conflitti di natura politica. Gli esportatori eludono le limitazioni
all’esportazione e, facendosi forti con una legge della dittatura militare,
accaparrano i dollari e speculano con i cambi. Qui si pretende calmare i
poveri con donazioni di soya transgenica. Le cotolette milanesi che ci
propinano, sono le molliche che cadono dal tavolo del banchetto dei grandi
esportatori di soya transgenica. Sono una forma di corruzione per continuare
con questo nefasto modello. Noi, come Gruppo di Riflessione Rurale non siamo
stati d’accordo con alcune campagne di Greenpeace Argentina a favore del
bio-diesel, che favoriscono alcune equazioni energetiche, ma non tengono
conto del modello agrario e del tipo di semi con cui si fabbricherebbe
questo combustibile vegetale. Vari comuni della provincia di Santa Fe, cuore
dell’agricoltura biotecnologica, stanno producendo per il diesel-verde. Il
business delle multinazionali é la vendita delle sementi OGM e del
glisofato, nonché dell’appropriazione del territorio, ma la vendita della
soya sta diventando sempre piú difficile. D’altro canto, é evidente che le
coltivazioni industriali destinate al bio-diesel si giustificano solo con
una agricoltura di grande scala, dove si non si contesterebbe l’impiego del
transgenico quando non é destinato all’alimentazione. Allora produrremmo
soya o girasole per fabbricare combustibile che, a sua volta, useremmo per
coltivare soya e girasole con i quali si fabbricherebbe combustibile ecc.
Crediamo conveniente ed opportuno non insistere con la campagna del
bio-diesel adducendo ragioni ecologiche. Per risolvere la crisi bisogna
cambiare il modello rurale e favorire il ripopolamento delle campagne,
puntando alla produzione di cibi sani. La Sovranitá Alimentare deve
diventare un capitolo della nuova Costituzione. Questa é una rivendicazione
delle Assemblee di villaggio. La piccola produzione deve essere liberata dai
vincoli giuridici e fiscali, affinché possa rifornire i mercati e lo
sviluppo locale.Per far fronte allo strapotere dei grandi agro-esportatori,
bisogna nazionalizzare il commercio estero, riattualizzare organismo come il
IAPI e la Gunta dei Cereali che funzionó fino agli anni 90. Solo cosí si
potrá cominciare a rimontare la china. E mentre ci si ingegna a resistere a
questa crisi, bisogna promuovere l’agricoltura alternativa. La nostra storia
di asservimento alle multinazionali delle bio-tecnologie deve servire da
monito ed esempio, affinché i fratelli latinoamericani non ripercorrano il
nostro doloroso cammino.

Traduzione a cura di Tito Pulcinelli, ringraziamo per la segnalazione
Ernesto Burgio

_____________________________

3 – Pescando in acque agitate
____________________________________________________________

di Lalitha Sridhar

Nota:
In parallelo con la Conferenza delle Nazioni Unite sul cambio climatico a
Nuova Delhi (25 ottobre 2002), il Forum Indiano per la Giustizia Climatica
(ICJF) ha tenuto una conferenza – laboratori, commissioni ed un raduno.
Questo vertice è progettato per sottolineare le serie carenze della
conferenza dell’ONU e per fornire una piattaforma per le comunità che in
tutto il mondo subiscono l’impatto del cambiamento climatico. In questo
articolo una comunità di pescatori del sud dell’India fa sentire la propria
voce sugli effetti deleteri dello sviluppo sulla loro vita e il loro
lavoro.

La chiamano “seconda estate” in una città che conosce poco altro. Mentre le
temperature si innalzano e ottobre brucia a Chennai, sul confine meridionale
di Uroor Olcott kuppam (villaggio di pescatori) in Tamil Nadu, India
meridionale, il mare appare ingannevolmente immutato nella sua distesa.

La centenaria comunità, dedita alla pesca, sa che non è così. Il pescato va
diminuendo e persino pescatori come Kathir, 32 anni, che possiedono barche a
motore, preferirebbero non esagerare con carburante e futilità. Al
contrario, come così tanti della sua famiglia, preferisce cominciare a
lavorare come sentinella per 1500 rupie al mese (circa 30 dollari USA).
Testimoni dello “sviluppo” che ha alterato l’aspetto stesso del loro
vicinato con i suoi complessi di appartamenti e le auto di lusso, uomini
come Shekhar, 40 anni, sono visibilmente amari: “Il governo ha speso
centinaia di migliaia di dollari per l’abbellimento della spiaggia a favore
digente che arriva in auto per passeggiate mattutine. Noi non abbiamo nè
strade nè elettricità. Odio la mia vita. Non è come al tempo di mio nonno.
Niente è più come prima – perfino i pesci sono scomparsi.”

Mossi dalla disperazione di catturare prede inafferrabili, affrontano
temerariamente i venti di novembre nei loro catamarani tradizionali. I più
abili pescatori artigianali dell’India provengono dal distretto di
Kanyakumari, noto per la loro destrezza nell’uso di amo e lenza nella pesca
di fondo agli squali. Non toccati dall’industrializzazione a base di
idrocarburi, questi pescatori artigianali sparsi in comunità costiere
subiscono il pieno contraccolpo del cambiamento climatico.

L’Indice delle risorse mondiali stilato dalle Nazioni Unite nel 1998
classifica in cifre la sponda dell’Oceano Indiano come la regione costiera
più densamente abitata del mondo, con 135 persone per km quadrato. Grande
parte delle popolazioni lungo tale costa dipende dalla pesca come mezzo di
sostentamento e alimentazione. Nella Riserva naturale della biosfera marina
del golfo di Mannar nell’India meridionale, 200.000 persone – un terzo
della popolazione – si guadagna da vivere direttamente dal mare.

Secondo R.Ramesh, R.Purvaja e S.Ramachandran, scienziati dell’Istituto per
la gestione marina dell’Università di Anna in Chennai, le emissioni dei gas
serra stanno riducendo lo strato d’ozono al punto che oggi abbiamo un 7% in
più di radiazioni ultraviolette rispetto a meno di 10 anni fa. Uno studio
del Dr. Herman Cesar, dell’Istituto per gli studi ambientali presso la
Libera Università, nei Paesi Bassi, ha rivelato che tra febbraio e giugno
1998, le temperature della superficie dell’Oceano Indiano erano di 4/6 gradi
centigradi sopra la norma per un lungo lasso di tempo. Le quantità di
pescato crollarono in tutto il mondo, nel 1998, a causa dell’oscillazione
meridionale di El Nino. La produzione di pesce diminuì di 10 milioni di
tonnellate – circa il 10% del pescato totale globale – e intere specie come
lo sgombro e il merluzzo sono state drammaticamente ridotte.

Nel 1998 El Nino ha provocato il massiccio imbianchimento dei corali,
persino negli atolli fino ad allora intatti dell’oceano Indiano centrale.
Oltre ad aggravare le conseguenze della pesca eccessiva, aumentando i
livelli di tossicità delle specie ittiche e mettendo seriamente a
repentaglio la protezione naturale costituita dalle barriere coralline
contro i cicloni stagionali, l’imbianchimento colpisce direttamente il 90%
delle comunità tradizionali di pescatori artigianali, che dipendono dalla
raccolta di prodotti ittici localizzati presso le barriere.

Mentre ciò accade, il pescatore Anbazhagan, 65 anni , dell’Uroor kuppam, si
rende conto che quella che è stata l’occupazione della sua famiglia per
cinque generazioni è improvvisamente divenuta insostenibile. Le cause che
individua sono valide ma monodimensionali: “E’ a causa di tutta la pesca a
strascico fatta in acque profonde con barche a motore. I politici vengono a
prometterci tutto, ma non tornano mai – non amano il fetore del pesce.”
Anbazhagan e la sua comunità pagano privilegi che non vedranno mai. E come
sempre le donne sono le più duramente colpite. Tamil Nadu, l’unico stato
dell’India che abbia dato un’importanza significativa al lavoro delle donne
nell’industria della pesca, attivò il primo servizio esteso per donne
pescatrici nel lontano 1979 ed entro un decennio vide entrare in azione una
catena di 36 cooperative di pescatrici con circa 4500 socie.

Le donne che si occupano dell’essiccazione, della cura, della vendita e
della messa all’asta del pesce, sono spesso le più invisibili tra i
marginali. Come sottolineano Aleyamma Vijayan, Nalini Nayak e Mercy
Alexander nell’ambito del Foro nazionale dei pescatori: “Mentre le risorse
ittiche sono sempre più a repentaglio, il compito delle donne si fa sempre
più difficile. Questo non dipende solo da problemi di accesso al pesce, ma
anche di accesso al credito e alle infrastrutture di commercializzazione e
di sostentamento quotidiano al livello del villaggio. Lo studio del Dr.
Cesar stima una perdita di 260 milioni di dollari in valore attuale per le
industrie del pesce per lo più artigianali, in un periodo di 20 anni,
basandosi sull’assunzione esplicitamente ottimistica che il danno alle
barriere coralline non sia grave e che il risanamento sarà relativamente
rapido.

Un esempio del danno causato, così come delle misure correttive
potenzialmente rese possibili dalla ricerca, è la Riserva naturale della
biosfera marina del golfo di Mannar (GMMBR). Uno studio della Fondazione di
ricerca del Dr.M.S.Swaminathan rivela che la biosfera ospita più di 42 delle
365 specie di fitoplancton catalogate in India. Come santuario di una ricca
diversità marina, comprende 20 isole da Mandapam a Tuticorin, su una
striscia costiera di 140 chilometri. Lo sfruttamento commerciale delle
barriere coralline e la rimozione su grande scala della vegetazione di
mangrovie sta facendo diminuire il pescato nel golfo di Mannar.

Eppure il 70% della popolazione lavoratrice impiegata direttamente nella
pesca e il 21% di quella impiegata in attività correlate vivono in capanne
lungo le spiagge sabbiose, con un tasso di alfabetizzazione del 31%, molto
più basso della media del 64% dello stato di Tamil Nadu. Nonostante
dipendano da una regione marina particolarmente fertile, che ospita alcune
della mangrovie più ricche del subcontinente indiano, il 40% dei pescatori
sono indebitati. Solo il tempo dirà se il danno provocato dallo sfruttamento
su larga scala sia controllabile attraverso interventi mirati dal punto di
vista ecologico, come ha tentato di fare qui la Fondazione. Le mangrovie
sono sistemi biologici cruciali che crescono in regioni riparate dalle maree
e costituiscono un vivaio primario per una varietà di gamberetti, granchi,
pesce persico, pesce gatto e vongole. Sono anche terreno di coltura per
altre specie come la flora angiospermica, i flagellati, il fitoplancton,
alghe, spugne, coralli e l’alga del fondale, che sostiene la catena
alimentare oceanica.

Studi indicano che il riscaldamento del pianeta e l’aumento del livello del
mare hanno significativamente assottigliato le aree di mangrovie, così com’è
accaduto con effetti devastanti in quelle isole del pacifico occidentale che
hanno coste basse sul livello del mare. L’UNESCO, l’UNEP e altre agenzie
delle Nazioni Unite stanno istituendo alcune riserve marine per studiare
l’impatto del cambiamento climatico mondiale sulle mangrovie. Resta ancora
da vedere se le comunità di pescatori nella Biosfera del golfo di Mannar,
che si sta lanciando verso l’autodistruzione, potranno vivere per
raccontarci la loro storia.

Gli interventi, urgentissimi, devono essere olistici. Sostiene il Dr.
Nagendran del Centro per gli studi ambientali dell’Università di Anna: “La
gestione integrata di aree costiere, offre uno strumento per bilanciare le
opposte esigenze di diversi utenti delle medesime risorse. E’ essenziale
superare la frammentazione settoriale e intergovernativa che caratterizza
la gestione attuale delle coste. La pianificazione nelle aree costiere deve
prendere in considerazione i caratteri specifici dell’industria ittica
artigianale su piccola scala, incluso il rischio di sfruttamento eccessivo
da parte di pescatori giunti alla loro ultima risorsa- gente povera con
nessun’altra fonte di sostentamento.

L’attivista T.S.S. Mani, che ha lavorato coi pescatori del comune di
Nochchikuppam, aggiunge: “Il cambiamento climatico ha un effetto terribile
sulla sussistenza dei pescatori della costa. Sono classificabili tra i più
poveri dei poveri, ma le loro preoccupazioni sono totalmente marginalizzate.
Perfino i centri di ricerca li trattano come incidentali al loro interesse
primario per l’ecologia. Per quanto essi non possano comprendere il
riscaldamento del globo e le emissioni di gas serra, la loro conoscenza
tradizionale dell’oceano, affinata in secoli, dovrebbe offrire gli elementi
chiave di comprensione. Ma i pescatori artigianali sono divenuti vittime
dello sviluppo invece di partecipare al processo.

Contatto per questo articolo: http://www.corpwatchindia.org – e per il Forum
Indiano per la Giustizia Climatica amit@corpwatch.org

_____________________________

4 – Hacking the Science
____________________________________________________________

di L.A.S.E.R. (Laboratorio autonomo di scienza epistemologia e ricerca .
www.e-laser.org)

Nota: dibattito nato in rete prima di Firenze che ci permettiamo di
riproporre.

Hacking the science e’ una idea pazzarella che in tante occasioni e’ venuta
fuori. Dai primi incontri e seminari fatti sulle biotecnologie, dentro il
recente hackmeeting di bologna, nelle liste piu’ disparate (rekombinant su
tutte), dentro i singoli gruppi che lavorano sul tema della scienza, nei
discorsi che gli studenti delle universita’ dedicano al diritto al sapere.
Perche’ non discuterne allora? Perche’ non incontrarsi seduti in circolo e
mettere in moto l’intelligenza collettiva? Perche’ non provare ad
incontrarsi e’ parlare di come possa essere fatto hacking della conoscenza
scientifica per sottrarre conoscenze, applicazioni tecnologiche e persone
alle logiche privatistiche del business e messe a disposizione di fini
sociali: salute, energie, tempo libero.
A noi e’ venuto in mente di lanciare l’idea, costruiamola e diamogli una
forma in modo aperto. Puo’ essere divertente. Fare hacking della scienza e’
una provocazione che prende atto della profonda influenza che la cultura
digitale ha avuto, e avra’ sullo sviluppo della ricerca scientifica, tanto
da modificarne linguaggi, organizzazioni, strumenti, oggetti di studio e
soggettivita’ produttive.
Alla domanda: quale e’ stato l’effetto della rivoluzione della rete sulla
scienza possiamo dare una risposta perentoria!
Enorme! Tale risposta merita tuttavia di essere svolta, possono uscirne cose
simpatiche, soprattutto dal punto di vista dell’hacking …

La e-science
Un passo indietro. La rete ovvero questo ibrido di connessioni tra unità di
calcolo locale (i nostri PC) , depositi di dati (server che ospitano i
siti), unita’ di calcolo centralizzate (cluster di super calcolatori) deve
non poco al mondo della scienza. Le prime teorie di trasmissione dei segnali
e teorie dell’informazione, la definizione degli strumenti tecnologici come
transistor, silicio e tutta l’ambaradan necessario per la miniaturizzazione
dell’elettronica, i primi linguaggi di programmazione numerica, fino ad
arrivare ai protocolli di trasmissione HTTP. Per non parlare della scienza
intesa come comunita’, forse la prima comunita’ attraversata e innervata
dalla comunicazione digitale.
Ma le rete, come in generale la cultura digitale, e’ cresciuta, si e’
emancipata dalla ristretta comunita’ scientifica. Ha iniziato ad
attraversare il cinema, l’arte, la pubblicita’, e poi la politica, la vita
quotidiana, il superfluo e il necessario, il divertimento e il lavoro.
Insomma e’ divenuto un fenomeno socio economico analizzabile ad infiniti
ordini di scala differenti.
Questa penetrazione ed estensione tecnologica si e’ accompagnata a nuove
innovazioni tecnologiche e simboliche. I linguaggi si sono rinnovati per
fare fronte a nuove e multiformi esigenze: nuovi linguaggi di
programmazione, nuove tecniche di connessione, nuovi strumenti di calcolo
semplificati o complicati, palmari o videogames ). La rete ha sviluppato se
stessa anche in modo autonomo!
A distanza di qualche anno e’ interessante notare come molti dei
sottoprodotti costruiti e ideati nella fase esplosiva della cultura digitale
in rete siano ritornati nella scienza. A differenti livelli, a differenti
scale puo’ essere guardata questa relazione, che in fin dei conti si e’
sempre costruita sulla pratica dell’hacking: prendi conoscenze, entraci
dentro, modificane lo spettro d’uso.
Il primo aspetto da considerare e’ quello della comunicazione a distanza. La
struttura della rete ha influenzato e plasmato l’organizzazione della
ricerca scientifica divenuta sempre meno centralizzata e ramificata. Il
prototipo di questa transizione e’ stato rappresentato dal Progetto Genoma
Umano, portato avanti da migliaia di laboratori sui quali e’ stata
distribuita l’operazione di sequenziamento. A tale fisionomia fa eco la
reticolare strutturazione dell’imprenditoria scientifica che ha ibridizzato
la rigida forma della ricerca separata in Istituti pubblici, governativi e
industriali. La dimensione reticolare della ricerca ha posto l’esigenza
della comunicazione dell’informazione e della conoscenza.
Questo problema ci porta direttamente dentro il secondo aspetto, quello
della circolazione della conoscenza. Due opzioni sono state perseguite: la
prima e’ quella della costituzione dei DataBase di pubblico dominio, come ad
esempio le banche dati delle sequenze genetiche, delle strutture proteiche.
La seconda, privatistica, ha cooptato l’opzione mercantile della rete:
accedi ai dati solo se paghi. Anche la classica forma della comunicazione
scientifica, quella delle riviste, vive questa duplice opzione. Ci sono
banche dati dove i risultati vengono pubblicati senza l’iter del referaggio
e messi a disposizione diretta della comunita’ scientifica. Le riviste
tradizionali hanno scelto invece l’opzione dell’accesso a pagamento, e cosi
si puo’ accedere a certe riviste solo se il laboratorio o il centro di
ricerca paga. Gli strumenti necessari per organizzare e gestire questa nuova
organizzazione della conoscenza scientifica vengono direttamente dal mondo
della rete. Un ulteriore piccola rivoluzione e’ in corso e riguarda
direttamente il problema della creazione di scienza in rete. Questo problema
riguarda per ora le discipline ad alto contenuto “digitale”, in particolare
le scienze computazionali. Se sei un bioinformatico e vuoi analizzare le
strutture di certe proteine, studiarne le omologie, incrociare i dati ha a
disposizione certi software, accessibili via rete che lavorano in remoto e
ti rimandano i risultati.
Infine, la rete e l’approccio cooperativo nato e cresciuto per lo sviluppo
di programmi free, e’ stata ripresa da microcomunita’ computazionali per
evolvere i codici ed algoritmi.
La rassegna non si esaurisce qui. La scienza non riprende solo opzioni
tecnologiche, talvolta riprende anche vere e proprie conoscenze: chi
l’avrebbe mai detto che alcuni algoritmi evoluti dentro la computer grafica
dei video giochi potessero essere di vitale importanza per lo studio delle
proteine. E allo stesso tempo chi avrebbe mai immaginato che vere e proprie
sotto nicchie di ricerca teorica avrebbero preso il www come oggetto di
ricerca , come forma esemplificativa di importanti problemi generali.
Quanto detto serve a definire questo ibrido conoscitivo, organizzativo,
semantico che e’ la e-science ovvero la ricerca scientifica nel contesto
della connessione digitale planetaria.

E’ possibile hackerare la scienza?
Quando diversi domini di conoscenza si incontrano, si scambiano vocaboli,
concetti, metodi, strumenti tecnologici. Non solo ma si scambiano anche
persone e attitudini sociali. Quando la scienza ha incontrato i militari si
e’ irrigidita, divenendo segreta. Quando serviva da supporto allo sviluppo
fordista dell’economia ha massificato i ricercatori. Quando la scienza ha
incontrato il mercato della new economy si e’ finaziarizzata e diffusa. Allo
stesso tempo ha precarizzato e flessibilizzato l’attivita’ di ricerca e
segretato in modo nuovo, con il brevetto ovunque la conoscenza. Da un punto
di vista conflittuale, quando la ricerca si scambiava amorevoli baci con i
militare e con le dirigenze delle economia di stato, la sua comunita’ ha
iniziato a diffondere pratiche pacifiste e rivendicazioni salariali.
Oggi e’ lecito pensare, e inizia ad essere cosi, che il contesto della
e-science possa far crescere e diffondere alcuni conflitti. La natura di
questi conflitti e’ strettamente legata allo spirito conflittuale che dentro
il mondo della rete le culture digitali libertarie hanno fatto crescere.
La rete ritorna sulla scienza anche con un carico di idee e pratiche
conflittuali.
La grande questione che ci troviamo di fronte e’: come liberare le energie
positive della ricerca scientifica e sottrarle al dominio privatistico che
le occulta e ne impedisce la circolazione e la modificazione.
In altre parole: e’ possibile fare hacking della conoscenza scientifica?

Da buoni scienziati fissiamo alcune assi di riferimento.

Free Science
Il primo aspetto riguarda l’accessibilita’ dell’informazione. La smania
imprenditoriale che sembra aver invaso la comunita’ scienetifica sta
conducendo ad un radicale occultamento dell’informazione. Iniziano a nascere
reazioni a questa logica. Le prime hanno visto come protagonista il mondo
della genetica. Di fronte al rischio di trovarsi l’intera sequenza del
patrimonio genetico segretato dalla iniziativa imprenditoriale della Celera
genomics, il consorzio pubblico del progetto genoma umano ha raddoppiato gli
sforzi per rendere di pubblico dominio i dati finali del sequenziamento. Un
evento che ha rappresentato il campanello di allarme di un trend iniziato
anni fa con il sequenziamento del genoma di altri organismi di grande
interesse per la ricerca biomedica, come l’Hemophylus influenzae e la
Drosophila melanogaster. La parola chiave di questo nuovo business è
accesso. Il brevetto e la proprietà intellettuale permettono alle aziende
private di mantenere il monopolio sui risultati delle ricerche scientifiche,
garantendo loro la realizzazione del profitto. Di volta in volta a essere
oggetto della speculazione possono essere organismi modificati (sia
transgenici che selezionati per mezzo di tradizionali tecniche di incrocio)
sequenze geniche, reagenti da laboratorio o semplicemente le tecniche
utilizzate negli esperimenti. Esattamente come succede nell’informatica, il
brevetto può coprire il prodotto (software) ma anche il processo con cui
viene sviluppato (algoritmo).
Inoltre è impossibile ignorare le strane metamorfosi che si stanno
verificando nelle pubblicazioni scientifiche. Compaiono ricerche “fantasma”
prive di dati (vedi il caso della Syngenta e della pubblicazione del genoma
del riso) e lavori accettati dai referee che diventano poi oggetto di
campagne denigratorie, evidentemente pilotate da interessi ben precisi (vedi
caso Nature e il mais transgenico di Oxxaca).
L’accessibilita’ ai risultati delle ricerche scientifiche è ritenuta dalla
gran parte della comunita’ scientifica una condizione necessaria per il
libero evolversi della ricerca. Difesa e attacco si misurano sulla
resistenza all’introduzione di una logica privatistica in ogni aspetto della
ricerca e allo stesso tempo si avvale della prefigurazione di spazi che
devono essere mantenuti accessibili a tutti , come i DataBase di cui sopra e
nuove esperienze di riviste on line totalmente libere.

Il business dell’editoria scientifica
Il mercato delle pubblicazioni scientifiche si basa su un meccanismo
piuttosto semplice: spesa ridotta e alto profitto. I lavori che vengono
pubblicati sono realizzati, nella maggior parte dei casi, con i
finanziamenti pubblici. I referee (cioè gli scienziati che sono incaricati
di giudicare il valore scientifico della ricerca), cambiano di volta in
volta, lavorano in incognito e a titolo gratuito. E’ in questo modo che
viene garantita l’autorevolezza della testata (vedi Science, Nature ecc.).
Ma l’abbonamento alle riviste specializzate è carissimo e ancora di più lo è
quello on-line (quanto??). Inoltre la proprietà delle testate sono
concentrate nelle mani di pochi gruppi editoriali (www.elsevier.com;
www.nature.com), che in questo modo dettano legge nel mercato delle
pubblicazioni scientifiche. Per questo l’iniziativa di rendere accessibili
on-line le pubblicazioni scientifiche dopo un ragionevole periodo di tempo
(vedi www.publiclibraryofscience.org ???) ha scosso i lettori delle riviste
che rivendicano il diritto alla libera circolazione della conoscenza. La
questione diventa estremamente rilevante se si considera l’asimmetria tra
paesi ricchi e poveri, ovvero tra paesi che possono accedere a conoscenze e
quelli che non se lo possono permettere.
In istituzioni dove l’acquisto di uno strumento base come un microscopio è
proibitivo, pensare di sottoscrivere un abbonamento alle riviste
specializzate diventa folle.
Iniziative come quella di Nature, che rendere disponibili on-line solo le
pubblicazioni scientifiche ritenute interessanti per i paesi in via di
sviluppo (vedi www.scidev.net) non possono essere d’aiuto. Se si vuole
superare il modello assistenzialista che finora ha contraddistinto le
politiche di cooperazione allo sviluppo dei paesi occidentali, non si può
prescindere dalla diffusione delle conoscenza scientifiche e tecnologiche,
necessarie per la formazione di una coscienza cultrale e di personale
specializzato.

Social Biotech e similia
La questione dell’accesso all’informazione e’ il lato immateriale del
problema. Esiste poi il lato materiale, misurato sulla possibilita’ di
utilizzare e trasformare le informazioni in impresa tecnologica. Il caso
eclatante di questa privazione, dovuta alla logica privatistica, e’
rappresentato dal problema dell’accessibilita’ terapeutica. Se la scienza
oltre a rappresentare un modello per formalizzare la “natura” , vuole
continuare ad essere motore della trasformazione materiale della natura
stessa non puo’ permettere che questa potenzialita’ sia nelle mani di poche
multinazionali. Nel caso specifico quelle farmaceutiche, che in nome di un
evasiva difesa del diritto di autore, impediscono la distribuzione gratuita
di farmaci assolutamente necessari. Anche rispetto a questo qualcosa si
muove: dal flop del processo intentato dalle Big Pharma contro il governo
del Sud Africa che aveva prodotto e importato farmaci fuori dal cappio del
brevetto, per arrivare alle iniziative di MSF e al suo nuovo programma di
ricerca.
Microcristalli di hacking sociale/scientifico che rappresentano un modello
di sviluppo. Questa idea deve iniziare a diffondersi dentro il dominio
della ricerca biotecnologica. La biotecnologie sono delle risorse,
sopratutto per la salute pubblica. Lo sviluppo di questo campo di
conoscenza deve essere svincolato alla fame di profitti delle industrie
agroalimentari e di quelle farmaceutiche.
Questa opzione si misurera’ sulla possibilita’ di riprodurre un clima di
pubblico dominio delle conoscenze specifiche e sulla definizione di una
sorta di licenza GPL specifica che possa fare da argine all’invasività del
brevetto e al tempo stesso rappresentare un punto di ancoraggio per chi a
questa opzione vuole sottrarsi!

Hacking the comunity
Il fenomeno di hacking non puo’ essser visto solo come fenomeno tecnico.
E’ anche un fenomeno sociale, nel senso che anche la comunita’ scientifica
deve essere aperta. La forza del movimento globale e’ stato quello di aver
rappresentato un piano di attrazione che ha messo in moto, o dato risonanza,
a pezzi di comunita’ scientifica fuori dalle logiche privatistiche del
profitto. E’ giunto il momento di connettere ancor di piu’ questi pezzi di
comunita’, e iniziara a coniare i termini di un discorso che la
comuita’scientifica possa sviluppare.
Per questo motivo abbiamo provocatoriamente usato un termine come hacking
the science. Questo termine, oltre agli evidenti aspetti tecnici, allude ad
un senso di identita’ orizzontale che puo’ attraversare la comunita’
scientifica innervata dalla cultura digitale.
E’ una testa di ponte per inquadrare i problemi interni della comunita’
scientifica: libero accesso alle risorse; aprire la comunita’ al
frastagliato universo sociale. Libera costruzione di conoscenza e
applicazioni tencologiche.


Il Granello di Sabbia è realizzato da un gruppo di traduttori e traduttrici volontari/e e dalla redazione di ATTAC Italia redazione@attac.org
Riproduzione autorizzata previa citazione e segnalazione del “Granello di Sabbia – ATTAC – http://attac.org/”

Related Tags:

Leave a Comment

Della stessa categoria

DELIRI IN SOGNO

Sogni sfuggiti al vinoa sua volta evaso agli annie..in delirio…………. Preti nei campipolitici [Read More]

MERDACCE

Mazzini,Garibaldilungimiranti in dazio alla storiaa ogni brillar d’oro una scoriae avevano [Read More]

DESTRA,SINISTRA,CENTRO

Additi misticidestra,sinistra,centroa vie celestialima con mignotteelette Regine maitressesu foto di lingerienon si va [Read More]

Chiedo Un Dono

  Se tocchi, sentirai la rabbia espandersi come un tuono in piena tempesta Se guardi, vedrai volare via il sogno [Read More]

Il Demonio Licenziato

  Un emozione da non ricordare è una paura da dimenticare Ma se tu vuoi ancor più a fondo scavare [Read More]

Who's Online

  • 0 Members.
  • 15 Guests.

Adv

Newsletter

RSS Il Fatto Quotidiano