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Wednesday April 25th 2018

Canti dalla torre vuota

I.

Qui dis-perso nel vuoto

tra vetrine scintillanti

travolto d’insegne luminose
e voluminosi altoparlanti

-gridano- è poesia la mia!

Leggo e cerco invano
tra pacchetti scintillanti
gioielli di sillabe
concatenate

e non incatenate
in parole e infine versi
I.

Qui dis-perso nel vuoto

tra vetrine scintillanti

travolto d’insegne luminose
e voluminosi altoparlanti

-gridano- è poesia la mia!

Leggo e cerco invano
tra pacchetti scintillanti
gioielli di sillabe
concatenate

e non incatenate
in parole e infine versi

II.

L’ho messa su

pietra su pietra

senza curarmi neppure

di metter da parte il pane

-e l’amore-

E’alta chilometri virtuali
-piastrellata- come la cucina di famiglia

e intonacata d’ideali
è la torre vuota
della mia vanità.

III.

Ore al computer

senza pensare

a quaderni intrecciati
e capelli slegati
da sembrar fiamme.

Contando
-esperto ragioniere-
i passanti
e giocando a segnare
le targhe e i modelli
-lo facevo da bambino-

IV.

E’ora di poesia ?
no, di scaricare la posta
e stappare il vino
e gettare la pasta
-di polemizzare-

E’ notte di poesia ?
no, di litigi
di poeti in crisi
-alla deriva di sé-

V.
Cocktail di Whisky & Coca
che gonfia e non sbronza
preso come argine
all’informazione totale.

Ci galleggia –acida-
tra la schiuma frizzante

la scorza gialla
d’un frutto solare
da scenografia.

VI.
-Forse potremmo andare a Venezia-
a dondolar su una gondola
a gongolar su una dondola
a giocare perfino
coi reumatismi.

canterebbe

-lo giuro-
stonato il gondoliere
ed intonato l’uomo
che vende piccioni ai gatti
in piazza S.Marco.

VII.
Ti guardo

-ho portato da bere-
intessi canovacci di parole
meglio che Penelope la tela.

Tra le dita una penna
-e sei più di venere-
assorta in geroglifici
da trascrivere subito.

VIII.
La bolletta è nell’orto
dovrei coltivarla

o preoccuparmene,
non c’è più legna
-per fortuna-
non ho il camino.

L’ordine costituito delle cose
stravolto ovunque
mi sbeffeggia.

IX.
Ieri è giunto sorridente
il nostro futuro presidente
conscio d’aver vinto le elezioni
in auto da corpo diplomatico
-hanno lavato già le strade-

Camminavo per le vie
della borsa
e forse della vita
ho visto tante facce
tutte uguali.

X.

Son sfuggito perfino
alla vista di un idolo
felsineo
piccolo con la barba ben tenuta
-atteggiamento di sinistra-

Torreggiava certo
dal suo metro e sessanta
nei pressi di casa mia
-che non è mia-

XI.

Le antenne sui tetti
son tutte rivolte
verso i centri del potere.

Non se ne curano
gli uccellini operai
che sfrontati vi costruiscono
sopra i nidi.
-un nido per me e te-
con sopra le librerie.

XII.

E’innaffiata di luce
noiosa a righe bianche

la striscia d’asfalto
non cambia mai vestito.

-ero ancora uovo-

Eppure ho volato
in fuga da incubi

troppo pesanti.

XIII.

Ad Urbino i castelli

stanno perfino sopra Dio.

-mio figlio ha un padre ricco-

che non sono io.

Sono troppo codardo

-dovrei fare paracadutismo-

o sesso estremo

o ubriacarmi.

XIV.

Le stanze degli alberghi
son proprio tutte uguali
in questa c’è un temporale

-sotto la doccia-

Il frigobar

-si vedono le stelle-
è pieno di lattine
e cioccolata.

XV.

Il caffè del 2000
si riscalda da solo:
miracoli dell’acqua
e del cloruro di calcio.

Una e-mail mi informa
che sono morto:
pazienza.

-sono i casi della vita-

XVI.

Ignoro con testardaggine
il prezzo in valuta corrente
incluse le tasse
-gli interessi-

di un bacio –clandestino-
sopra l’amaca
sotto i cedri.

XVII.
Il mio senso di responsabilità
-come in porto i marinai-
sotto la pioggia
è offuscato.

Scommetterei
alle corse
sul cavallo più vecchio.
-purché sia nero-

XVIII.
Resto nudo per ore
-a contemplare-
inutili i vestiti
e la tecnologia.

Al cospetto di un bacio
umido di sudore
spalancato alla vita.

XIX.

Dolcetti o scherzetti?

E’ la notte di Valpurga
è giusto che -festeggi-

Niente costume
da aspirante poeta
non è consono.
-sono stato assente
al mio funerale-

XX.
Ho una vita colma di svolte
-frenetica-

senza mappa
né bussola.

Vorrei solo poter
immaginare
-chi è allo sterzo-

XXI.

Mi chiedo ostinato
-sul treno-
quale coincidenza
della vita
debba prendere.

Mi manchi
aspetterò scrivendo.
-dovrei chiamare mio figlio-

XXII.
Cammino sul muro
-punti di vista-

ogni critica da qui
è come di panna montata.

Provo dis-interesse
a sapere
quanto sono bravo
o necessario.

XXIII.
L’obitorio
in cui mi fanno l’autopsia
è una biblioteca.

Dis-sezionano sillaba
per sillaba
alla ricerca
d’un punto di leva.

XXIV.

Il sangue è rosso
per convenzione:
i razzisti

-altrimenti-
disapproverebbero.

Il mio lo vorrei -blu-
per scrivere versi nobili
e sterili.

XXV.

-la casalinga media italiana-
è felice.
Sbarre alle finestre
-protezione contro i ladri-
così in prigione
si è sicure.

Recluse
con le idee nei cassetti
a sospirare.

XXVI

-l’uomo medio italiano-
non è depresso.
la mediocrità è una barriera
-una fortuna-

invalicabile.

E’come EDRONAX
in confezione extra-lusso.

XXVII.

Il piccolo telefono
non poteva squillare
quella notte.
Sì.Lei terminò un sì

-definitivo-

-non ero sola-
spiegazione inutile

rimbomba.

XXVIII.
Levarci comunque
a caccia della luna
sapendo d’averla
-concepita-

Catturarla
accanto a Nettuno
tra le nuvole
-semplice esercizio-

XXIX.
Voci sussultano
in versi –altrui-
Tutto è già scritto.

-come è bello-
scandire parole
d’amore

questa notte.

XXX.

L’ispezione delle scatole cinesi

comporta la scoperta

del caffè -necessario-

appesantire l’anima

-con i fondi-

è importante

ai fini della psicostesia.

XXXI.

L’oracolo del

bacio perugina

sentenzia:
-non si ama con la ragione-

Io infatti
-in amore-
ho sempre torto.

XXXII.

Il tetraedro cattedratico
dei nobili togati
insiste sulla serietà
dell’essere vati
cinti d’alloro.

Il jolly delle carte
-null’altro che un buffone-
non è gradito a corte.
-Tornerò nel mazzo-

XXXIII.

La musica è come

un tuono sottotono

un po’ asmatico e depresso.

Rimbomba acustica

Nelle mie trombe

d’eustachio.

Proferisce veleno
-in pillole-

XXXIV.

Silenzio! Silenzio!

E’un accusa grave
-osate star zitti-
con pensieri liberali
o libertini,

Dovreste amare
una chiesa
una donna
il parroco.
un cane
-per gentile concessione-

XXXV.

Il vagone trotterella
-goccioline di pioggia-
è solo questione
di VITE SEPARATE
niente più.

L’unica speranza

-che il telefono muto-

non si svegli.

XXXVI.

I gioielli attendono fiduciosi
-una donna, un portafogli-
nelle vetrine umide
stile antico.

Gli orefici del ponte
vendono cara l’arte
e la storia.

XXXVII.

I giardini del Pitti
-troppe scale-
cinquemilalire grotta compresa
e passeggiata salutare.

C’è anche una faccia di bronzo
-la più grande-
è un dono che vorrei
ricevere io.

XXXVIII.
I civici del centro
son come la roulette
Il tassista

-domanda imbarazzante-

rosso o nero ?

-caucasico-

La colonna della piazza
è l’unica amica
-solitudine vuoto a rendere-

XXXIX.
La cattedrale rigurgita
-santità alle ore consuete-
e turisti negli intervalli.
C’è anche un museo
-underground-
ma è chiuso come me.

Mando l’essemmesse
della Colomba.

E premo –ancora-
OFF.

XL.
Commenti più seri
con dati più seri.

Si attende la riesumazione
del corpo del delitto
dietro ad un televisore
a colori tele-comandato.

XLI.
Heider ha già
applausi all’opera
ed alle idee.

Il presidente della Fininvest
è anche lui lì
per caso disinteressato
agli eventi del sudario.

XLII.
La morte –sinistra-
(come nei racconti gotici)
della mia tastiera esausta
con l’ultimo fiato
di –resistenza-.

XLIII..
Credere è il verbo
-ai consigli- per gli acquisti
delle poltrone.
-alle rassicurazioni- su una storia
già passata.

E poi anche voi
”non siete senza peccato”
anche se tumulati di pietre.

XLIV.
Ubbidire è il dogma
-ai consigli- per una vita felice
in compagnia di botti di nettare
e denari come piovessero.

-al Nuovo Ordine Costituito-
nel nome del Signore.

XLV.
Combattere è il debito
”irriconoscenti”

con tutto quello che vi abbiamo dato
vorreste forse evitare
di donare alla Nuova Patria
Sangue Passione e
libertà ?

XLVI.
Luca ha deciso
-la Ferrari è più comoda-
e la Fenech è lontana
dagli intrighi di Roma.

Come per sortilegio
la rossa vince
e vincono i comuni
-solo quelli grandi-

XLVII.
Ieri il terzo piatto
-quello buono in tavola-
è stato mangiato
con soddisfazione.

Oggi è uscito un fesso
sulla ruota di Roma
rigovernerà la camera
-è già da tempo noto
come cameriere-

XLVIII.
Disonesto guardone d’anime
-vampiro di versi-
alla ricerca di simili dis-simili
con cui condividere
il cinismo.

Sempre alla conquista
d’un pubblico
d’una donna
-di una disfatta-

XLIX.
Il tavolo è inamovibile
-disturba le sillabe-
è come il vecchio
sassolino nella scarpa.

Il poeta è disturbato
l’inconveniente tragico
ma non serio[1].

XLX.
La sentenza è colpevoli
d’omicidio per indifferenza.
Era solo uno dei tanti bimbi
-il simbolo contro l’AIDS-

Le cure migliorano
l’emergenza si allenta
chi muore
muore soltanto.

XLXI.
Due tubetti di sonnifero
e quattro narcolettici
-penultima richiesta d’attenzione-
e di sorrisi.

Non ci sono più margherite
-né mongolfiere-
nel campo sterile
delle future tenebre.

XLXII.
Non ci sono più
capelli di fiamma
e occhi di bosco.
-L’allegria è perduta-

Un gesto inutile
ha inaridito i miei campi
disgregato i miei solchi
marcito le mie sementi.

XLXIII.
Ricordo bene:
Un ictus –anni fa-
chiuse gli occhi
alla mamma.
Nere pupille,
corvini i suoi capelli.

Dentro di me
ogni tanto
come ora
-piange-

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[1] La situazione è tragica ma non è seria. (Flaiano)

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