I.
Qui dis-perso nel vuoto
tra vetrine scintillanti
travolto d’insegne luminose
e voluminosi altoparlanti
-gridano- è poesia la mia!
Leggo e cerco invano
tra pacchetti scintillanti
gioielli di sillabe
concatenate
e non incatenate
in parole e infine versi
…I.
Qui dis-perso nel vuoto
tra vetrine scintillanti
travolto d’insegne luminose
e voluminosi altoparlanti
-gridano- è poesia la mia!
Leggo e cerco invano
tra pacchetti scintillanti
gioielli di sillabe
concatenate
e non incatenate
in parole e infine versi
II.
L’ho messa su
pietra su pietra
senza curarmi neppure
di metter da parte il pane
-e l’amore-
E’alta chilometri virtuali
-piastrellata- come la cucina di famiglia
e intonacata d’ideali
è la torre vuota
della mia vanità.
III.
Ore al computer
senza pensare
a quaderni intrecciati
e capelli slegati
da sembrar fiamme.
Contando
-esperto ragioniere-
i passanti
e giocando a segnare
le targhe e i modelli
-lo facevo da bambino-
IV.
E’ora di poesia ?
no, di scaricare la posta
e stappare il vino
e gettare la pasta
-di polemizzare-
E’ notte di poesia ?
no, di litigi
di poeti in crisi
-alla deriva di sé-
V.
Cocktail di Whisky & Coca
che gonfia e non sbronza
preso come argine
all’informazione totale.
Ci galleggia –acida-
tra la schiuma frizzante
la scorza gialla
d’un frutto solare
da scenografia.
VI.
-Forse potremmo andare a Venezia-
a dondolar su una gondola
a gongolar su una dondola
a giocare perfino
coi reumatismi.
canterebbe
-lo giuro-
stonato il gondoliere
ed intonato l’uomo
che vende piccioni ai gatti
in piazza S.Marco.
VII.
Ti guardo
-ho portato da bere-
intessi canovacci di parole
meglio che Penelope la tela.
Tra le dita una penna
-e sei più di venere-
assorta in geroglifici
da trascrivere subito.
VIII.
La bolletta è nell’orto
dovrei coltivarla
o preoccuparmene,
non c’è più legna
-per fortuna-
non ho il camino.
L’ordine costituito delle cose
stravolto ovunque
mi sbeffeggia.
IX.
Ieri è giunto sorridente
il nostro futuro presidente
conscio d’aver vinto le elezioni
in auto da corpo diplomatico
-hanno lavato già le strade-
Camminavo per le vie
della borsa
e forse della vita
ho visto tante facce
tutte uguali.
X.
Son sfuggito perfino
alla vista di un idolo
felsineo
piccolo con la barba ben tenuta
-atteggiamento di sinistra-
Torreggiava certo
dal suo metro e sessanta
nei pressi di casa mia
-che non è mia-
XI.
Le antenne sui tetti
son tutte rivolte
verso i centri del potere.
Non se ne curano
gli uccellini operai
che sfrontati vi costruiscono
sopra i nidi.
-un nido per me e te-
con sopra le librerie.
XII.
E’innaffiata di luce
noiosa a righe bianche
la striscia d’asfalto
non cambia mai vestito.
-ero ancora uovo-
Eppure ho volato
in fuga da incubi
troppo pesanti.
XIII.
Ad Urbino i castelli
stanno perfino sopra Dio.
-mio figlio ha un padre ricco-
che non sono io.
Sono troppo codardo
-dovrei fare paracadutismo-
o sesso estremo
o ubriacarmi.
XIV.
Le stanze degli alberghi
son proprio tutte uguali
in questa c’è un temporale
-sotto la doccia-
Il frigobar
-si vedono le stelle-
è pieno di lattine
e cioccolata.
XV.
Il caffè del 2000
si riscalda da solo:
miracoli dell’acqua
e del cloruro di calcio.
Una e-mail mi informa
che sono morto:
pazienza.
-sono i casi della vita-
XVI.
Ignoro con testardaggine
il prezzo in valuta corrente
incluse le tasse
-gli interessi-
di un bacio –clandestino-
sopra l’amaca
sotto i cedri.
XVII.
Il mio senso di responsabilità
-come in porto i marinai-
sotto la pioggia
è offuscato.
Scommetterei
alle corse
sul cavallo più vecchio.
-purché sia nero-
XVIII.
Resto nudo per ore
-a contemplare-
inutili i vestiti
e la tecnologia.
Al cospetto di un bacio
umido di sudore
spalancato alla vita.
XIX.
Dolcetti o scherzetti?
E’ la notte di Valpurga
è giusto che -festeggi-
Niente costume
da aspirante poeta
non è consono.
-sono stato assente
al mio funerale-
XX.
Ho una vita colma di svolte
-frenetica-
senza mappa
né bussola.
Vorrei solo poter
immaginare
-chi è allo sterzo-
XXI.
Mi chiedo ostinato
-sul treno-
quale coincidenza
della vita
debba prendere.
Mi manchi
aspetterò scrivendo.
-dovrei chiamare mio figlio-
XXII.
Cammino sul muro
-punti di vista-
ogni critica da qui
è come di panna montata.
Provo dis-interesse
a sapere
quanto sono bravo
o necessario.
XXIII.
L’obitorio
in cui mi fanno l’autopsia
è una biblioteca.
Dis-sezionano sillaba
per sillaba
alla ricerca
d’un punto di leva.
XXIV.
Il sangue è rosso
per convenzione:
i razzisti
-altrimenti-
disapproverebbero.
Il mio lo vorrei -blu-
per scrivere versi nobili
e sterili.
XXV.
-la casalinga media italiana-
è felice.
Sbarre alle finestre
-protezione contro i ladri-
così in prigione
si è sicure.
Recluse
con le idee nei cassetti
a sospirare.
XXVI
-l’uomo medio italiano-
non è depresso.
la mediocrità è una barriera
-una fortuna-
invalicabile.
E’come EDRONAX
in confezione extra-lusso.
XXVII.
Il piccolo telefono
non poteva squillare
quella notte.
Sì.Lei terminò un sì
-definitivo-
-non ero sola-
spiegazione inutile
rimbomba.
XXVIII.
Levarci comunque
a caccia della luna
sapendo d’averla
-concepita-
Catturarla
accanto a Nettuno
tra le nuvole
-semplice esercizio-
XXIX.
Voci sussultano
in versi –altrui-
Tutto è già scritto.
-come è bello-
scandire parole
d’amore
questa notte.
XXX.
L’ispezione delle scatole cinesi
comporta la scoperta
del caffè -necessario-
appesantire l’anima
-con i fondi-
è importante
ai fini della psicostesia.
XXXI.
L’oracolo del
bacio perugina
sentenzia:
-non si ama con la ragione-
Io infatti
-in amore-
ho sempre torto.
XXXII.
Il tetraedro cattedratico
dei nobili togati
insiste sulla serietà
dell’essere vati
cinti d’alloro.
Il jolly delle carte
-null’altro che un buffone-
non è gradito a corte.
-Tornerò nel mazzo-
XXXIII.
La musica è come
un tuono sottotono
un po’ asmatico e depresso.
Rimbomba acustica
Nelle mie trombe
d’eustachio.
Proferisce veleno
-in pillole-
XXXIV.
Silenzio! Silenzio!
E’un accusa grave
-osate star zitti-
con pensieri liberali
o libertini,
Dovreste amare
una chiesa
una donna
il parroco.
un cane
-per gentile concessione-
XXXV.
Il vagone trotterella
-goccioline di pioggia-
è solo questione
di VITE SEPARATE
niente più.
L’unica speranza
-che il telefono muto-
non si svegli.
…
XXXVI.
I gioielli attendono fiduciosi
-una donna, un portafogli-
nelle vetrine umide
stile antico.
Gli orefici del ponte
vendono cara l’arte
e la storia.
XXXVII.
I giardini del Pitti
-troppe scale-
cinquemilalire grotta compresa
e passeggiata salutare.
C’è anche una faccia di bronzo
-la più grande-
è un dono che vorrei
ricevere io.
XXXVIII.
I civici del centro
son come la roulette
Il tassista
-domanda imbarazzante-
rosso o nero ?
-caucasico-
La colonna della piazza
è l’unica amica
-solitudine vuoto a rendere-
XXXIX.
La cattedrale rigurgita
-santità alle ore consuete-
e turisti negli intervalli.
C’è anche un museo
-underground-
ma è chiuso come me.
Mando l’essemmesse
della Colomba.
E premo –ancora-
OFF.
XL.
Commenti più seri
con dati più seri.
Si attende la riesumazione
del corpo del delitto
dietro ad un televisore
a colori tele-comandato.
XLI.
Heider ha già
applausi all’opera
ed alle idee.
Il presidente della Fininvest
è anche lui lì
per caso disinteressato
agli eventi del sudario.
XLII.
La morte –sinistra-
(come nei racconti gotici)
della mia tastiera esausta
con l’ultimo fiato
di –resistenza-.
XLIII..
Credere è il verbo
-ai consigli- per gli acquisti
delle poltrone.
-alle rassicurazioni- su una storia
già passata.
E poi anche voi
”non siete senza peccato”
anche se tumulati di pietre.
XLIV.
Ubbidire è il dogma
-ai consigli- per una vita felice
in compagnia di botti di nettare
e denari come piovessero.
-al Nuovo Ordine Costituito-
nel nome del Signore.
XLV.
Combattere è il debito
”irriconoscenti”
con tutto quello che vi abbiamo dato
vorreste forse evitare
di donare alla Nuova Patria
Sangue Passione e
libertà ?
XLVI.
Luca ha deciso
-la Ferrari è più comoda-
e la Fenech è lontana
dagli intrighi di Roma.
Come per sortilegio
la rossa vince
e vincono i comuni
-solo quelli grandi-
XLVII.
Ieri il terzo piatto
-quello buono in tavola-
è stato mangiato
con soddisfazione.
Oggi è uscito un fesso
sulla ruota di Roma
rigovernerà la camera
-è già da tempo noto
come cameriere-
XLVIII.
Disonesto guardone d’anime
-vampiro di versi-
alla ricerca di simili dis-simili
con cui condividere
il cinismo.
Sempre alla conquista
d’un pubblico
d’una donna
-di una disfatta-
XLIX.
Il tavolo è inamovibile
-disturba le sillabe-
è come il vecchio
sassolino nella scarpa.
Il poeta è disturbato
l’inconveniente tragico
ma non serio[1].
XLX.
La sentenza è colpevoli
d’omicidio per indifferenza.
Era solo uno dei tanti bimbi
-il simbolo contro l’AIDS-
Le cure migliorano
l’emergenza si allenta
chi muore
muore soltanto.
XLXI.
Due tubetti di sonnifero
e quattro narcolettici
-penultima richiesta d’attenzione-
e di sorrisi.
Non ci sono più margherite
-né mongolfiere-
nel campo sterile
delle future tenebre.
XLXII.
Non ci sono più
capelli di fiamma
e occhi di bosco.
-L’allegria è perduta-
Un gesto inutile
ha inaridito i miei campi
disgregato i miei solchi
marcito le mie sementi.
XLXIII.
Ricordo bene:
Un ictus –anni fa-
chiuse gli occhi
alla mamma.
Nere pupille,
corvini i suoi capelli.
Dentro di me
ogni tanto
come ora
-piange-
——————————————————————————–
[1] La situazione è tragica ma non è seria. (Flaiano)










